Libertà e democrazia vanno sempre di pari passo? Una domanda forse provocatoria ma quanto mai attuale, soprattutto mentre il dibattito sulle elezioni americane accende ancora gli animi.

Lo spunto da cui ho voluto trarre questa riflessione è apparentemente molto semplice: ogni volta che gli Stati Uniti devono eleggere un presidente piovono polemiche sul sistema dei Grandi Elettori, sulla grande libertà data agli stati in merito all’assegnazione dei seggi e sulla “non proporzionalità” di quest’ultima, fatto che permette a un candidato perdente in termini di voti assoluti di essere eletto presidente. Le polemiche questa volta sono state molte di meno, perché ovviamente quando a “vincere” è un democratico la stampa e l’opinione mainstream non hanno interesse a delegittimare il sistema di voto, ma l’eco dell’indignazione per la sconfitta della Clinton nel 2016 nonostante la vittoria nel voto popolare ci risuona ancora fastidiosamente nelle orecchie.

È stato un semplice tweet di PragerU (organizzazione no profit vicina alla destra americana) ad accendermi la lampadina: l’America, si sosteneva, ancor prima di essere una democrazia è una repubblica. Questa considerazione può sembrare banale, ma nella realtà non lo è: “i Fondatori non avevano intenzione di creare una democrazia basata sulla pura maggioranza”, dice PragerU, ed è proprio questo il punto fondamentale.

Ho scritto molto sui rischi di una democrazia che non conservi alcuni aspetti fondamentali di libertà, e a questi rischi ne aggiungo uno: quello di diventare una “dittatura della maggioranza”.

Il bello del sistema americano è che riesce a coniugare un certo grado di “decisionismo” ( ad esempio Gianfranco Miglio, il Federalista con la F maiuscola, non condannava affatto un certo grado di decisionismo nel rispetto della libertà) con un sistema detto di “pesi e contrappesi” che tutela al contempo maggioranza e minoranza.

Si pensi a come avvengono e si susseguono le elezioni: gli elettori sono chiamati a esprimersi sul Presidente, sul Senato e sulla Camera, e quando si arriva a metà del mandato presidenziale si torna a votare per il Congresso (le midterm elections).

È con questo particolare sistema che si producono scenari come quelli che possiamo vedere ora: Presidente (a meno di successo dei ricorsi di Trump) democratico, Camera democratica e Senato Repubblicano.

Al di là dei tecnicismi gli “inventori” di questo sistema non erano certo paladini del caos, ma profondamente consapevoli di come anche in democrazia la maggioranza può imporsi e schiacciare le opposizioni. Per questo si scelsero sistemi elettorali differenti per la Camera, rappresentativa del “popolo”, e per il Senato, rappresentativo degli Stati.

Il concetto che sta alla base di questo tipo di sistema è una buona norma del federalismo: diversi che lavorano insieme per raggiungere obiettivi comuni.

Il fatto che questo avvenga o meno poi non è sempre garantito: siamo esseri imperfetti e imperfette sono le istituzioni che mettiamo a punto, però il sistema federale rimane, dal punto di vista liberale, una delle più grandi garanzie della libertà individuale.

Democratici e liberali, come è stato ricordato molte volte, si sono dati battaglia fino a tutto il XIX secolo, perché la democrazia nelle sue forme radicali (ossia quelle che permettono una “dittatura della maggioranza”) non garantisce affatto le libertà individuali: è certamente un mezzo per raggiungere la libertà (e molti libertari si chiedono se in effetti sia il migliore) ma non qualcosa di fine a sé stesso. Molti Stati americani stanno pensando (e alcuni già hanno approvato la cosa in referendum) di assegnare i propri Grandi Elettori su base proporzionale, ed è legittimo discuterne, ma il passaggio a questo sistema significherebbe il venir meno di una delle grandi peculiarità del sistema statunitense.

L’Italia, che ha due camere elette con la stessa legge elettorale (anche se con il tentativo, da federalismo all’acqua di rose, di stabilire i senatori su base regionale) potrebbe imparare molto dai sistemi federali per iniziare a funzionare meglio e in modo diverso: le elezioni di midterm, ad esempio, ci avrebbero risparmiato anni di larghe intese e governi tecnici che non hanno affatto risolto i problemi della nostra economia (con il solo risultato di far incazzare di brutto i contribuenti, primi tartassati), mentre il sistema maggioritario puro ci avrebbe consegnato maggioranze stabili e maggiore connessione tra eletto e territorio. Che dire di un sistema “italiano” fatto di Grandi Elettori? Sicuramente, ce lo dicono le proiezioni, i 5 stelle non sarebbero arrivati al governo con tanta facilità.

Ovviamente dal punto di vista libertario questo dati di fatto hanno una importanza relativa: nessun libertario si augurerebbe comunque di essere governato dal centrodestra italiano (uno dei più statalisti al mondo) così come dal centrosinistra o dai 5 stelle. Qui si sta mettendo in luce il fatto che il meccanismo americano permette un bilanciamento di poteri più compatibile con lo small government rispetto al sistema italiano, ed è una peculiarità propria dei sistemi federali “veri”, come ad esempio la Svizzera.

Dico “veri” perché parlare di federalismo in Germania fa un po’ ridere, non derivando effettivamente la sovranità dai territori che delegano poteri al centro mentre sussiste il sistema contrario, ossia del centro che delega alcuni poteri ai territori, come accade un po’ in Italia.

Il sistema americano dunque non affida il potere a chi “ha preso più voti”, ma lo “distribuisce” tra vari soggetti: da un lato il Presidente (che nei fatti deve avere l’appoggio almeno degli Stati più importanti) e dall’altro il congresso diviso in Camera e Senato, dove molto spesso esistono maggioranze diverse. Tutto questo non causa alcuna confusione: se ci fosse stato veramente il “caos” non avremmo assistito da più di 200 anni alla nascita e crescita della più grande potenza che il mondo occidentale abbia mai conosciuto.

Per questo gli Stati Uniti possono essere fieri di essere una repubblica ancor prima che una democrazia: gli ideali della Rivoluzione Americana, come sosteneva il padre del conservatorismo Edmund Burke (che oggi si rivolta nella tomba a vedere sedicenti “conservatori” che agitano crocifissi nelle piazze invece di battersi per le libertà individuali) altro non sono che una riaffermazione dei più antichi valori occidentali di libertà, una libertà di cui l’Occidente dell’epoca si stava dimenticando. La gente prese le armi per la libertà, contro la tassazione eccessiva (e quella che al tempo veniva considerata “eccessiva” era davvero poca cosa rispetto alle vessazione che subiamo oggi) e per una “rappresentanza”, concetto legato alla democrazia ma non immediatamente suo sinonimo nel senso di “dittatura della maggioranza”.

I democratici nostrani capiranno questi concetti prima delle elezioni americane 2024? Non credo, la malafede liberal (nel senso anglosassone del termine) è l’ultima a morire, ma noi ci proviamo lo stesso.

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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