Ripubblico un’analisi piuttosto realistica di Anna Mazzone: “Il trumpismo è vivo e vegeto. Ne vedremo delle belle”. Di Alessandro Sansoni -26 Novembre 20202

Intervista ad Anna Mazzone, l’inviata del Tg2 che ha seguito la campagna elettorale di Trump
Non ha dubbi Anna Mazzone, “i conti non tornano, ci sono troppe stranezze in questa competizione elettorale. Resto convinta che gli Stati Uniti d’America non siano affatto divisi a metà politicamente, penso addirittura che le proporzioni siano 60 a 40 per Trump. E’ ovvio, però, che, seppure ci sono stati brogli, in particolare nei conteggi elettronici, questi vanno dimostrati. Ed è questo il problema”. L’inviata del Tg2 è coraggiosa ed ha una vasta esperienza in campo internazionale: ha seguito in prima persona, per conto della sua testata, la campagna elettorale del presidente americano uscente, immergendosi nell’America profonda, facendo tappa in otto diversi Stati dell’Unione. Una testimonianza straordinaria e, per certi versi, unica che vale la pena raccogliere per capire meglio cosa sta succedendo negli Stati Uniti e cosa potrebbe accadere nel prossimo futuro.

Anna, tu hai incontrato direttamente i supporter di Trump, ne hai seguito i comizi, hai parlato con loro, ne hai raccontato le iniziative e le emozioni. Ma chi sono esattamente? Qual è la base sociale del trumpismo?

Si tratta di un blocco sociale molto composito, ovviamente, parliamo di ben 72 milioni di elettori, più di quanti ne abbia mai avuti storicamente un candidato repubblicano. Innanzitutto possiamo dire che molti di essi sono concentrati nelle aree più povere del paese: penso ad esempio ai minatori della West Virginia, che hanno votato in massa per Trump, oggi come quattro anni fa. Si tratta di persone che avevano sempre votato i democratici, tradizionalmente molto sindacalizzate. Sono quelli che hanno pagato il conto (salato), della svolta green di Obama e si sono poi rivolti a Donald, l’unico disposto a dare voce alle legittime rivendicazioni della vecchia classe operaia americana. “Da allora ci trattano come lo zoo d’America”, mi hanno raccontato, facendo riferimento ai servizi dei grandi media mainstrem che pretendevano di spiegare il loro “voltafaccia politico” trattandoli come fenomeni da analizzare, naturalmente con tipico snobismo radical-chic. Eppure la questione è molto semplice: si tratta di persone che sono state letteralmente ridotte alla fame dai processi di de-carbonizzazione dell’economia e che hanno individuato un nuovo referente politico disponibile a raccogliere le loro istanze.

E poi?

Poi ci sono i classici Repubblicani benestanti e conservatori, come i grandi proprietari terrieri pro Life del Kentucky, eredi dei Padri Pellegrini. Parliamo di imprenditori vecchio stile, poco finanziarizzati e impegnati nell’economia reale. In generale la grande industria manifatturiera e le piccole e medie imprese hanno votato in massa per Trump.

Possiamo parlare di una “grande alleanza dei produttori”?

Assolutamente sì, direi nel senso paretiano del termine. Lavoratori e capi d’azienda che rischiano del proprio uniti in un blocco alternativo all’establishment politico-finanziario, non solo democratico.

Negli USA il fattore etnico gioca un ruolo importante nelle competizioni elettorali. Solo i bianchi hanno votato Trump?

Affatto! Proprio girando gli States e partecipando alle manifestazioni pro-Trump questo mi è apparso subito evidente. I latinos della Florida, ad esempio, come avevamo anticipato al Tg2, hanno votato in maggioranza GOP [Grand Old Party n.d.r.], così come tantissimi black della Georgia. Parlando con alcuni esponenti della loro comunità, abbiamo appreso che, al di là della retorica democrat, le loro condizioni sono migliorate, nei fatti, proprio negli ultimi quattro anni.

E le componenti religiose?

L’81% degli evangelici, una componente molto forte della società americana, ha votato per Trump. Un sostegno così compatto è motivato dal fatto che, secondo loro, egli ha impedito che fossero messi alla gogna per le loro convinzioni. Lo considerano il loro paladino nella battaglia volta ad evitare che gli Stati Uniti diventino un “paese socialista”.

Questa è una cosa curiosa: davvero molti americani temono che Biden e la Harris possano collettivizzare l’economia USA?

Qui c’è un fraintendimento, che dipende dalle differenti categorie politiche con cui ragionano americani ed europei. Quando loro parlano di socialismo, non intendono tanto un’ideologia contraria all’economia di mercato. Per loro il “socialismo” è la negazione della libertà di espressione e della libertà religiosa, insomma il paradigma culturale radical e laicista e il politicamente corretto.

Che peso hanno i suprematisti bianchi in seno al trumpismo?

Innanzitutto cominciamo a chiamare le cose con il loro nome. “Suprematisti” è una denominazione vaga.

Correggimi allora…

Se usiamo questo termine ci stiamo riferendo ad un’organizzazione molto precisa, il Ku Klux Klan. Bene, gli esponenti del KKK sono piuttosto irritati nei confronti di Trump, perché lui, in un famoso discorso (poco e mal citato in Italia, a dire il vero) tenuto il 25 settembre ad Atlanta di fronte alle comunità nere, ha dichiarato pubblicamente che Ku Klux Klan, Black Lives Matter e Antifa sono organizzazioni terroristiche che agiscono contro lo Stato. Un’accusa senza precedenti, che ha messo in un unico calderone gli estremisti di una parte e dell’altra. Questo discorso è stato molto apprezzato dagli afro-americani e ha invece imbestialito i cosiddetti “suprematisti”, sia nel merito, perché li accomunava ai loro acerrimi nemici, sia nel metodo, per la platea dinanzi alla quale è stato pronunciato.

D’altra parte molti ignorano che storicamente il Ku Klux Klan votava democratico…

Esatto! Non a caso qualcuno ha sottolineato come il democratico George Wallace, lodato da Biden come ottimo governatore in una delle sue innumerevoli gaffes, eletto nel 1963 alla guida dell’Alabama, fosse un noto segregazionista, il cui discorso di insediamento fu scritto nientemeno che dal capo del KKK in persona.

Eppure Trump viene spesso accumunato a formazioni razziste, anche perché è accusato di usare un linguaggio che istiga all’odio.

In tutta coscienza, devo dire che parole d’odio io le ho sentite pronunciare solo da esponenti democratici, dai “buoni” democratici, contro i loro avversari. I trumpiani al massimo affermavano che Biden era un candidato “inadeguato” al ruolo.

Che idea ti sei fatta del movimento Black Lives Matter?

Io lo vedo come un vero e proprio partito, sebbene molto sui generis per i nostri canoni, e credo che condizioneranno a lungo la politica americana. I dem si portano dietro una grave responsabilità: aver giustificato le loro devastazioni.

Ora fanno paura?

Direi proprio di sì. Il giorno delle elezioni Washington era tutta chiusa, le porte d’ingresso dei negozi blindate: c’era il timore di violenze da parte dei BLM in caso di vittoria di Trump.

Ma la maggioranza degli americani approva le loro istanze?

L’ideologia di BLM ed Antifa è un miscuglio di marxismo, radicalismo e “socialismo”, particolarmente indigesto al cittadino americano medio, che non sopporta gli estremismi. La stessa comunità afro-americana li disapprova, anche perché disconoscono il valore dell’istituzione familiare.

A chi hanno dato il loro voto, invece, gli italo-americani?

Durante il mio giro ne ho incontrati pochi, anche perché i nostri connazionali d’Oltreoceano sono concentrati soprattutto a New York, dove erano impegnati altri colleghi. E’ noto, tuttavia, che una parte consistente della comunità ha un orientamento conservatore.

In Italia il messaggio trumpiano, molto filtrato dai media, appariva per certi versi caricaturale. Ci puoi dire quali erano i punti chiave del suo programma?

Durante la sua campagna elettorale Donald ha insistito molto sui temi legati alla salvaguardia della libertà di espressione e al contrasto alla “dittatura” mainstream. E credo che continuerà ancora a lungo su questo canovaccio anche quando la vicenda presidenziali sarà finita. L’altro slogan fondamentale è stato KAG (Keep America Great), logica prosecuzione di Make America Great Again. L’impegno a far tornare gli Stati Uniti una grande potenza, declinato con accenti sovranisti, è un tema al quale i supporter di Trump, che amano definirsi Patriots, sono molto sensibili. Infine, il terzo punto cardine della propaganda del presidente uscente è stato la difesa del secondo emendamento, quello relativo alla libera vendita di armi ai privati, che da quelle parti è considerato un diritto irrinunciabile.

Hai già accennato allo scontro furibondo tra Trump e i grandi media mainstream e dopo ci ritorneremo. Ma sono curioso di sapere se anche i giornali e le tv locali hanno tenuto un comportamento altrettanto fazioso.

E’ un tema interessante. A differenza della CNN o dei giornaloni di New York e Washington le testate locali non hanno fatto propaganda, ma un corretto lavoro giornalistico, riportando fatti e circostanze e dando voce in modo paritario ad tutti i contendenti. D’altronde questo tipo di informazione, anche on line, paga in termini di pubblico. La CNN orienta ancora l’opinione delle classi dirigenti, ma la rabbia e il livore nei confronti di Trump le hanno fatto perdere ascolti ed autorevolezza in America (ma non in Europa). Non a caso, girando gli alberghi degli Stati Uniti, ho notato che mentre a Washington se accendi la televisione vedi la CNN, altrove non è così.

A che punto sono i riconteggi chiesti da Trump?

Il tema è molto sentito, una larga fetta dell’opinione pubblica dà assolutamente per scontato che ci siano stati brogli, anche molto massicci. Non è facile, però, dimostrarli.

Donald, però, tiene il punto. Andrà fino in fondo o sta negoziando?

Io penso, innanzitutto, che mantenendo il punto Trump svolge, paradossalmente, una funzione di pacificatore delle tensioni politiche. Se non dimostrasse ai suoi sostenitori di voler andare fino in fondo senza mollare, la parte più estremista del suo elettorato difficilmente potrebbe essere tenuta a bada.

Tu credi, dunque, che il trumpismo non finirà con di Trump?

Non credo sia possibile, al contrario. I 72 milioni di voti che ha avuto dimostrano che si tratta di un fenomeno ormai radicato nel tessuto sociale americano, anche perché l’insofferenza nei confronti dell’establishment resta fortissima e Trump ne è perfettamente consapevole. Nell’ultimo dibattito televisivo con Biden, c’è un passaggio molto significativo, quando Trump a un certo punto interrompe lo sfidante e gli dice: “Joe, ti sei chiesto perché io sono qui di fronte a te? Sono qui perché tu sei lì da 47 anni ininterrottamente. Io sono il frutto della vostra cattiva politica”.

Insomma, lui incarna un’insofferenza diffusa che non si diluirà con il passaggio di consegne…

Certamente. La possibilità che la prossima candidata repubblicana alla Casa Bianca sia Ivanka è assolutamente credibile, anche perché il padre già si sta preparando al dopo, quando avrà ormai le mani libere. Si parla di un nuovo network televisivo anti-mainstream, con il quale Trump metterà insieme varie tv piccole e medie come Newsmax e One American News Network per creare un polo informativo alternativo. Ne vedremo delle belle.

E il canale conservatore Fox News?

Trump non ha apprezzato l’allineamento di Fox agli altri grandi media. Durante la campagna elettorale a un certo punto ha dichiarato: “Allontanandosi da me, Fox News ha perso la gallina dalle uova d’oro”. E infatti il network è già stato abbandonato da una grossa fetta del suo pubblico tradizionale, che sta approdando verso altri lidi, proprio quelli che Trump adesso intende aggregare.

E il GOP?

In questi anni i Repubblicani sono stati ampiamente trumpizzati e Donald mira a guidarli dall’esterno, ancora una volta da outsider. Inoltre in queste elezioni il Partito Repubblicano è uscito rafforzato, a riprova che i conti non tornano, anche perché negli Stati Uniti il voto disgiunto è estremamente residuale. Il Senato è ormai a maggioranza rossa e anche alla camera i democratici sono stati ridimensionati. Con le prossime elezioni di MidTerm, tra due anni, potrebbero finire in minoranza. Questo è un aspetto da tenere molto in considerazione.

Perché?

Spesso in Italia pensiamo che l’inquilino della Casa Bianca sia una sorta di monarca assoluto, ma non è così. Negli USA è il Congresso che decide. Lì non esistono i Dpcm come da noi, le leggi le vara il parlamento e secondo autorevoli commentatori, con un Senato così, Biden sarà costretto a chiedere ai Repubblicani anche se e quando andare in bagno.

A voice from America

by Jaime Manca Graziadei

In USA i Rappresentanti Parlaentari ed i Senatori lavorano per gli elettori

In USA di puo’ scrivere al Presidente, al proprio Senatore ed al proprio Parlamentare.
E rispondono sempre.
Il mio Senatore, Thom Tillis, mi ha addirittura fatto telefonare dalla propria Assistente personale.
Il mio parlamentare, in tre giorni e sotto le feste, mi ha risposto e DJT risponde anche sempre, alle volte con un semplice cenno di riscontro, alle volte con lettere di due pagine che specificamente rispondono all’interrogativo posto.

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Un “Ameritaliano” Conservatore.

Be advised that: liberals, progressives, left wingers, appeasers, pacifists, non NRA members, non smokers, those who do not like cars, green movement nuts, UN and EU supporters and vegetarians shall be VERY seriously frowned upon. Anarchists, Socialists and Communists are considered dangerous for humanity and may be shot.

Jaime Manca Graziadei

Conservative Costituzionalist

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