da “L’Azione Umana” di Ludwig von Mises, 1949, pag. 329-330
Filosofi e giuristi hanno speso molte energie nel tentativo di definire il concetto di libertà.
Ma è difficile sostenere che i loro sforzi siano stati coronati da successo.
Il concetto di libertà ha senso solo nella misura in cui si riferisce ai rapporti interumani.
Ci sono stati autori che ci hanno raccontato storie sulla libertà originaria, naturale, di cui avrebbe beneficiato l’uomo in un favolistico stato di natura che ha preceduto l’affermazione delle relazioni sociali.
Ma tali individui o gruppi familiari, mentalmente ed economicamente autosufficienti, che vagabondavano per il mondo, erano liberi solo fino a quando non avessero incrociato la strada con uomini più forti di loro.
Nell’ impietosa competizione biologica, l’ndividuo più forte ha sempre ragione, e al più debole non rimane altra scelta che arrendersi incondizionatamente.
L’uomo primitivo non è certamente nato libero.
Il termine libertà acquista significato solo all’interno della struttura di un sistema sociale.
Come termine prasseologico, la libertà si riferisce alla sfera entro cui l’individuo è in grado di scegliere tra modi alternativi di agire.
Un uomo è libero nella misura in cui gli è permesso di scegliere i fini e i mezzi da utilizzare per il perseguimento degli stessi fini.
La libertà dell’uomo è inesorabilmente limitata dalle leggi della natura e da quelle della prasseologia.
Egli non può raggiungere fini che siano reciprocamente incompatibili.
Se sceglie gratificazioni che producono certi effetti negativi sul suo corpo e sulla sua mente, ne deve patire le conseguenze.
Sarebbe privo di significato dire che l’uomo non è libero, perché non può indulgere, senza subirne inevitabili effetti, comunemente considerati altamente indesiderabili, nei piaceri procurati dalle droghe.
Tutte le persone ragionevoli lo ammettono; quando però dobbiamo giudicare le leggi della prasseologia, tale unanimità viene a mancare.
L’uomo non può avere i vantaggi della pacifica cooperazione sociale, basata sul principio della divisione del lavoro, e la “licenza” di adottare modelli di comportamento che conducono alla disintegrazione della società.
Deve scegliere fra il rispetto di certe regole che rendono possibile la vita all’interno della società e la miseria e l’insicurezza di una “vita pericolosa” e di uno stato di perpetua guerra tra individui indipendenti.
Questa legge della convivenza umana non è meno rigida delle leggi della natura.
Vi è tuttavia una notevole differenza fra gli effetti provocati dal mancato rispetto delle leggi della natura e le conseguenze generate dal mancato rispetto delle leggi della prasseologia.
Ovviamente, entrambe le categorie di leggi sono auto impositive, nel senso che non richiedono di essere promulgate da parte dell’uomo.
Ma gli effetti prodotti dalla scelta individuale sono nell’un caso diversi da quelli prodotti nell’altro.
Un uomo che ingurgita un veleno reca danno solo a se stesso.
Ma un uomo che sceglie di ricorrere alla rapina reca pregiudizio all’intero ordine sociale.
Mentre egli solo beneficia dei vantaggi a breve termine derivanti dalla sua azione, i disastrosi effetti di lungo termine recano pregiudizio a tutti.
Il suo atto è un crimine perché arreca danno ai suoi concittadini.
Se la società non la prevenisse, tale condotta presto si generalizzebbe e porrebbe fine alla cooperazione sociale e a tutti i vantaggi che questa rende possibili a ciascuno.
Allo scopo di affermare e conservare la cooperazione sociale e la civiltà, sono necessarie misure che impediscano a individui asociali di porre in essere atti distruttivi di tutto quello che l’essere umano ha realizzato nel lungo processo che dall’uomo di Neanderthal giunge ai nostri giorni.
Per preservare lo stato di cose in cui l’individuo viene protetto dall’illimitata tirannia dei più forti e dei più capaci, è necessaria un’istituzione che reprima gli elementi antisociali.
La pace – l’assenza di una permanente guerra di tutti contro tutti – si può ottenere attraverso la istituzionalizzazione di un sistema in cui il ricorso all’azione violenta sia monopolizzato da un apparato sociale di coercizione e costrizione e in cui l’esercizio di questo potere sia in ogni singolo caso regolato da un complesso di norme: le leggi fatte dall’uomo, diverse sia dalle leggi della natura, sia dalle leggi della prasseologia.
La caratteristica di ogni ordine sociale è precisamente l’esistenza di tale apparato, che viene detto governo.

Mises disse…

by his own works

Dal blog Mises disse che propone citazioni di autori della Scuola Austriaca di Economia, direttamente tratte dai loro testi.

Mises disse...

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