9 – Evoluzione biologica ed evoluzione culturale
Per i pensatori più antichi l’esistenza di un ordine delle attività umane trascendente la visione di una mente ordinatrice sembrava impossibile.
Più tardi, perfino Aristotele credeva ancora che l’ordine nelle faccende umane si potesse estendere fin dove poteva giungere la voce di un araldo (Ethica IX,x) e che uno stato costituito da un centinaio di migliaia di persone fosse pertanto impossibile.
Tuttavia, ciò che riteneva impossibile era qualcosa di già avvenuto mentre scriveva queste parole.
Nonostante i suoi risultati come scienziato, quando confinava l’ordine umano entro la portata del grido dell’araldo, egli parlava spinto da un suo istinto, e non in base all’osservazione o alla riflessione.
Convenzioni del genere sono comprensibili, perché gli istinti primordiali dell’uomo, pienamente sviluppati molto prima dei tempi di Aristotele, non erano fatti per raggruppamenti tanto numerosi come quelli nei quali l’uomo vive adesso.
Tali istinti erano adatti alla vita in piccole bande erranti o in gruppi ristretti nei quali la razza umana e i suoi immediati antenati si erano evoluti nei pochi milioni di anni durante i quali la costituzione biologica dell’uomo Sapiens si era venuta formando.
Si trattava di istinti geneticamente ereditati che servivano a garantire la cooperazione dei membri del piccolo gruppo, una cooperazione che era, necessariamente, un’interazione molto ristretta tra compagni fidati e tutti conosciuti.
I popoli primitivi di cui stiamo parlando erano guidati da scopi concreti, condivisi da tutta la comunità, e da una percezione comune dei pericoli e delle opportunità – principalmente le fonti di cibo e di riparo – del loro ambiente.
Essi non soltanto potevano udire il loro ” araldo”, normalmente lo conoscevano di persona.
Sebbene la maggior esperienza possa aver dato a qualche membro più anziano di queste bande una certa autorità, erano principalmente gli scopi e le percezioni condivise a coordinare le attività dei membri di tali gruppi.
Siffatte modalità di coordinazione dipendevano in maniera decisiva dagli istinti di solidarietà e di altruismo – istinti che riguardavano solo i membri del proprio gruppo e non altri individui.
I membri di questi piccoli gruppi potevano così esistere soltanto come tali: un uomo isolato sarebbe subito morto.
E allora ecco che l’individualismo primitivo descritto da Thomas Hobbes è davvero un mito.
Il selvaggio non è un solitario e il suo istinto è collettivista.
Non c’è mai stata una “guerra di tutti contro tutti”.
In verità, se il nostro ordine attuale non esistesse già, anche noi potremmo difficilmente credere possibile una cosa del genere e respingeremmo qualsiasi descrizione di esso come un racconto miracolistico, come qualcosa che non potrebbe mai esistere.
Le principali cause di questo nostro straordinario ordine sociale – e dell’esistenza del genere umano nelle sue attuali dimensioni e struttura – sono le regole della condotta umana che si sono gradualmente evolute (specialmente quelle relative alla proprietà individuale, onestà, contratto, scambio, commercio, concorrenza, guadagno, privacy).
Queste regole vengono trasmesse attraverso la tradizione, l’insegnamento e l’imitazione piuttosto che attraverso l’istinto, e consistono fondamentalmente in proibizioni (“tu non devi”), che delimitano gli ambiti praticabili delle decisioni individuali.
Il genere umano è arrivato alla civiltà sviluppando e imparando a eseguire regole (prima nelle tribù territoriali e poi in ambiti più ampi) che spesso gli proibivano di fare ciò che i propri istinti gli suggerivano, regole che non dipendevano più dalla percezione comune degli eventi.
Tali regole, le quali costituiscono in effetti una morale nuova e differente, e dentro le quali preferirei in verità confinare il termine “morale”, sopprimono o imbrigliano la “morale naturale”, vale a dire quegli istinti che saldavano insieme il piccolo gruppo e assicuravano la cooperazione al suo interno, al costo di impedire o bloccare la sua espansione.
Mises disse…
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Dal blog Mises disse che propone citazioni di autori della Scuola Austriaca di Economia, direttamente tratte dai loro testi.
