di Federico Tagliavini

I grafici postati sono: l’offerta di moneta dell’Eurozona e il costo del debito pubblico italiano. Causa ed effetto. Ragioniamo un attimo sul secondo: come è possibile che nel 2000 il debito pubblico italiano costa di interesse il 4,7%, mentre oggi – nel 2020 (ma anche nel 2019 cambia poco) costa meno dell’1%? Eppure uno dei principi base è che il costo del debito viene determinato in primis dallo stato di “salute” del debitore. Non credo ci siano dubbi sul fatto che lo stato di salute dell’Italia nel 2020 è decisamente peggiore di quello che aveva nel 2000: il debito pubblico rispetto ad allora è cresciuto di circa 50 punti percentuali sul PIL, la crescita del PIL nel periodo 2001-2019 è stata pressochè pari a 0 mentre nel 2020, complice la pandemia, abbiamo registrato un tonfo di -9% secco. A ciò aggiungiamo le prospettive demografiche a dir poco nere che non fanno di certo sperare in chissà quale inversione di tendenza nei prossimi anni. Allora perchè il costo del debito pubblico è addirittura nettamente diminuito negli ultimi 20 anni? La risposta sta nell’altro grafico: offerta di moneta in crescita in via esponenziale. Negli ultimi 20 anni l’offerta di moneta nell’area Euro (M1) è quintuplicata. Non solo: la BCE, nata con l’idea di ereditare il rigorismo anti-inflazionistico della Bundesbank, ha sempre più perso per strada tale rigorismo, come testimonia il Quantitative Easing che di fatto dal 2014 in avanti non ha mai avuto termine. E dunque è PALESE che i titoli di Stato italiani siano una bolla, ma non una bolla di scarsa rilevanza: una bolla che – data l’importanza dell’Italia nell’Europa – rischia di compromettere la stabilità stessa della moneta unica qualora scoppiasse. La bolla è creata dalla stessa BCE, che acquistando titoli sul mercato secondario con il QE e chiedendoli alle banche come garanzia per concedere prestiti, ha creato una domanda aggiuntiva – artificiale – di titoli di Stato che altrimenti non si sarebbe avuta. Del resto, tuttavia, negli ultimi anni la BCE ha sempre potuto acquistare titoli di Stato senza mai violare il proprio obiettivo. Infatti, l’obiettivo della BCE è quello di mantenere l’inflazione entro il 2%. Ciò negli ultimi anni è stato possibile perchè gran parte della liquidità immessa da Francoforte non è uscita dal mercato finanziario verso l’economia reale, dunque l’inflazione è rimasta “bloccata” nei mercati finanziari, non si è mai realmente abbattuta sull’economia reale. Ora però, siamo di fronte a una situazione nuova. Diversi segnali, soprattutto per quanto riguarda le materie prime, segnalano una crescita dell’inflazione. E’ un rischio reale, perchè con la pandemia l’immensa mole di denaro stampato dalla BCE è finito anche all’economia reale, sotto forma di ristori, sostegni ecc. Questa massa di moneta è pronta a riversarsi sull’economia reale appena la pandemia avrà fine. Ma a quel punto cosa succederà? Cosa farà la BCE se l’inflazione supererà il 2%? Se dovesse seguire il proprio mandato, dovrebbe tirare il freno all’offerta di moneta. Smettere di stampare, o quantomeno ridurre la velocità con cui immette nuova moneta. Questo però significherebbe lo scoppio della bolla dei titoli di Stato: verrebbe infatti a mancare la domanda addizionale, e di conseguenza i titoli tornerebbero a prezzare il debito pubblico in modo realistico. Se qualcuno pensa che ciò sia fantasia, in realtà è già successo qualcosa del genere nel 2011, e tutti forse ricordate che in quel periodo non si parlava altro che di spread, di rischio default imminente, della Trojka ecc….bene: se la BCE smettesse di stampare, quello scenario è pronto a ripetersi moltiplicato per 3, perchè nel frattempo la quantità di debito è aumentata brutalmente. Ma se invece la BCE dicesse: io violo il mio mandato e continuo a stampare come se non ci fosse un domani anche a pandemia terminata e con l’inflazione oltre il 2% cosa succederebbe? Succederebbe che la BCE perderebbe la sua credibilità e che probabilmente, allora si, inizieremmo a sperimentare tassi di inflazione davvero a doppia cifra, con tanto di erosione dei risparmi accumulati e del potere di acquisto degli individui, specie coloro che sono a reddito fisso (auguri, in un paese che conta circa 1/4 della popolazione come pensionati). Insomma: non voglio fare il profeta di sventura, ma solamente ricordare che il debito, pubblico in primis, NON è mai una soluzione, anzi non fa altro che peggiorare il problema. Nella storia il ripagamento del debito pubblico è sempre avvenuto tramite: 1) alta inflazione; 2) default; 3) un mix di entrambe le cose. E in ciascuno di questi casi, a rimetterci sono i risparmiatori purtroppo. Ripeto: ognuno si faccia la propria idea su questo tema, ma non sottovalutate questa patata bollente chiamata debito pubblico, perchè sarà la questione economica numero uno dei prossimi anni….

Accademico della Scuola Austriaca d’economia, blogger, scrittore, studioso di liberalismo. E’ stato varie volte relatore in conferenze e ospite in trasmissioni radiofoniche. Nel 2012 partecipa alla fondazione dell’Associazione Von Mises Italia di cui è responsabile editoriale. Dal 2018 è community manager per il progetto Melis Wallet e nello stesso anno è entrato a far parte del Comitato Scientifico della Bcademy.

Francesco Simoncelli

Coordinatore sezione Economia e Finanza

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