Nel 1850 muore John C. Calhoun, un politico americano membro di spicco del partito Democratico-Repubblicano,  il partito fondato nel 1792 da Thomas Jefferson e James Madison e che avrebbe successivamente dato origine a più fazioni una delle quali è diventata l’attuale partito democratico e un’altra l’attuale partito repubblicano.

Calhoun fu vicepresidente degli Stati Uniti nel corso della presidenza di John Quincy Adams prima e della presidenza di Andrew Jackson poi, e nonostante fosse «dotato di una mente più acuta e logica che quella di ogni altro uomo della sua generazione, egli era stato forzato dalle circostanze e dalla linea politica scelta in una posizione su cui gli toccava difendere lo schiavismo mentre tutto il resto della cristianità lo stava abbandonando», questo ha fatto sì che la sua figura rimanesse poco nota.

Nonostante la sua scarsa notorietà, nello stesso anno della sua morte viene pubblicato un suo saggio che diventerà una piccola perla liberale, A Disquisition on Government, destinato ad avere grande influenza nel pensiero liberale per le sue riflessioni su come limitare il potere dello stato. Un tema centrale nella filosofia politica.

Oggi molti liberali si dicono minarchici, ovvero professano uno stato minimo. Ho letto recentemente il libro di Javier Milei, “W la libertà carajo!” e ho appreso che anche l’economista argentino si professa, con approccio estremamente pragmatico, minarchico nel breve termine e anarco capitalista nel lungo termine. Prima di arrivare alla dissoluzione dello stato, si deve quindi individuare un modo per renderlo minimo. E su questo punto, nessuno ha ancora individuato una soluzione convincente.

A questo proposito, come Milei, ritengo sia innanzitutto necessario adottare un corretto mindset, che non può che essere il risultato di una profonda rivoluzione culturale. Penso infatti che per per essere realmente minarchici si debba essere moralmente anarco capitalisti, ovvero abbracciare in modo rigoroso un’etica della libertà. Altrimenti il minarchismo liberale rimane solo una vuota dichiarazioni d’intenti, una posizione non poi così tanto diversa dalla socialdemocrazia. 

Ma torniamo a Calhoun, e alla sua “Disquisizione sul governo”. Egli avanza una innovativa teoria liberale della lotta di classe, secondo cui la vera classe sfruttatrice e dominante è composta dai “consumatori di tasse”, i tax consumers, che, controllando l’apparato governativo, si assicurano privilegi ingiustificati a danno dei produttori di ricchezza, i “pagatori di tasse”, i tax payers.

Egli sostiene che l’inevitabile abuso di potere dei consumatori di tasse debba essere bilanciato con la forza.

La forza, infatti, si bilancia con la forza, e da ciò deriva che in uno stato la Costituzione da sola non può garantire un governo costituzionale. Calhoun sostiene invece che sono necessarie “maggioranze concorrenti”  che esercitino un diritto di veto al potere in mano alle maggioranze numeriche.

La vera distinzione tra i governi non è quindi quella tra governi retti da un singolo, da pochi individui o dalla moltitudine, ma quella tra governi assoluti e governi costituzionali. I primi si basano sul principio dell’unicità del potere e l’esclusione del diritto di veto. La maggioranza numerica, se non viene bilanciata da maggioranze concorrenti, crea pertanto un governo assoluto. Allo stesso modo con cui una monarchia diventa una monarchia assoluta, una democrazia diventa una democrazia assoluta, una versione degenerata di una democrazia costituzionale.

Dalla lezione di Calhoun appare evidente che le nostre moderne democrazie sono democrazie assolute, e in quanto tali non riescono ad evitare una progressiva deriva statalista. 

In una democrazia basata sul potere illimitato della maggioranza numerica il conflitto tra tax payers e tax receivers tende di fatto a ridursi a una lotta per le cariche e i compensi del governo, nel corso della quale ciascuna parte in causa, per raggiungere la meta agognata, utilizzerà qualsiasi mezzo. Il risultato è una società destinata alla miseria e ad acuire il conflitto sociale. 

Calhoun cita alcuni esempi di governi costituzionali a maggioranze concorrenti con potere di veto: le tribù indiane del Nord America riunite nella confederazione delle sei nazioni, la repubblica romana, la monarchia inglese. Tuttavia non è convincente nel modo in cui in una democrazia moderna si possano formare maggioranze concorrenti e come esse possano esercitare un diritto di veto senza ingessare un’attività di governo.

Ritengo tuttavia che la sua sia una intuizione corretta. Per evitare la degenerazione totalitaria statalista è necessaria una forza popolare che limiti l’esercizio della forza da parte della maggioranza numerica. 

Con il mio libro “La teoria della forza guardiana” ho aggiunto un contributo nuovo all’ intuizione di Calhoun, penso infatti che questa trovi la sua più efficace realizzazione in una Forza Guardiana che abbia un unico obiettivo, opporsi all’espansione statale, ovvero all’espansione della Spesa Pubblica

Una Forza Guardiana che si opponga sempre all’espansione della spesa costituisce proprio quell’elemento concorrente e autoequilibrante concretamente realizzabile che si affianca ad una Costituzione e può far diventare una democrazia assoluta una democrazia costituzionale.

Saggi e Studi

by Guglielmo Piombini

Editore (Leonardo Facco Editore e Tramedoro), scrittore, saggista, studioso di Liberalismo e Scuola Austriaca di Economia.

Guglielmo Piombini

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