Gli eventi di queste ultime settimane, fatte di mosse e contromosse dei candidati alle elezioni americane, mi hanno lasciato a bocca aperta sull’attitudine sia di alcuni conservatori (che – da bravi italopitechi statalisti – hanno fatto gruppo e si sono resi partecipi della “Curva Trump” da cui far partire in coro i gridi di giubilo verso il loro guru e da cui lanciare improperi a chi la pensa di un millimetro divesamente da loro – sì, avete capito bene, anche a chi come il sottoscritto è un anarcocapitalista hanno dato del sessantottino radical chic, davvero l’idiozia massima –); sia di alcuni amici sostenitori di idee liberali, conservatrici e libertarie che, accontentandosi di quello che passa al convento invece di fare squadra e propugnare le loro idee, hanno finito con il salire sulla stessa balconata della “Curva Trump” per non salire su quella dell’altro nonnetto statalista che (purtroppo) sembra aver vinto le elezioni. Siccome ho avuto l’occasione di scrivere molti articoli di critica a costoro, articoli a causa dei quali sono stato insultato in privato e non, oggi dico basta. Basta con le critiche e con le prese in giro; sistematizziamo alcune cose in merito al pensiero conservatore e libertario, per chiarire cosa intendo io (ed il mio collega con cui gestisco questo blog) per “conservatorismo” e del perché questo – nella sua più intima essenza – è liberista e libertario, motivo per cui critico tanto Trump quanto le sue cheerleaders di italica provenienza.

Le definizioni sono la base dei dibattiti, per cui iniziamo con il dare le definizioni di due termini: conservatore e libertario. Come sostiene uno dei miei filosofi politici di riferimento, Hans Hermann Hoppe, la parola “conservatore” può assumere due significati:

“Il primo significato si riferisce a qualcuno che è conservatore in quanto si schiera genericamente a favore dello status quo: una persona, cioè che vuole “conservare” leggi, norme, regolamentazioni, codici morali o di comportamento che esistono in una determinata circostanza storica”.

Tale significato è indicatore di un conservatorismo di contingenza, che considera il conservatorismo come fenomeno di – per l’appunto – conservazione di situazioni storiche e politiche determinate. Messa così, il conservatorismo sembrerebbe coincidere con la nozione di “immobilismo” o “feudalesimo”; sennonché possiamo definirlo anche come:

“La parola conservatore [..] si riferisce a qualcuno che crede nell’esistenza di un ordine naturale, di uno stato di cose che sia naturale e corrisponda alla natura stessa delle cose, alla natura dell’uomo”.

E qual è, secondo un altro filosofo politico di mio riferimento (nonché autore libertario di conclamata reputazione) ossia Walter Block? In una parola, il libertarismo; è una

“[…]filosofia politica. Riguarda Esclusivamente l’uso corretto della forza. La premessa centrale di tale dottrina è che dovrebbe essere illegale muovere minacce o dare inizio alla violenza contro un individuo o la sua proprietà, senza il suo consenso; che la forza è giustificata solo per difesa o rappresaglia. Si tratta, in sintesi, di questo […] Qual è l’atteggiamento del libertarismo verso queste attività alle quali darò l’etichetta di ‘perverse’? A parte il promuovere la loro legalizzazione, il libertario in quanto libertario, verso di esse non ha atteggiamento alcuno. Nella misura in cui prende posizione nei loro confronti, lo fa da non libertario”.

Ma poi sostiene:

“[…] Tant’è per l’analisi libertaria della perversità. Osserviamo queste azioni da un’angolazione completamente diversa: quella morale, estetica, pragmatica […]. In questa dimensione io sono un conservatore culturale”

A questo punto, sempre Block definisce il libertino come una persona che “ama, si bea di, partecipa a e difende la moralità di ogni azione perversa – ma che al contempo respinge qualunque atto di violenza intrusiva”; e si chiede:

“I libertari sono libertini? Alcuni chiaramente lo sono […]. Tutti i libertari sono libertini? Orrore, che Dio ce ne scampi e liberi, certamente no! La maggior parte dei libertari si ritiene inorridita da tali condotte. Qual è allora il rapporto tra libertario e libertino? È semplicemente questo. Il libertario è chi pensa che il libertino non andrebbe incarcerato. Egli può opporsi duramente al libertinismo, condannarlo, organizzare boicottaggi per ridurre l’incidenza di queste perversioni. Ma c’è una sola cosa che non può fare – e definirsi ancora un libertario – e cioè promuovere l’uso della forza, o parteciparvi, contro questi individui. Perché? Perché per quanto malvage siano le loro azioni, essi non danno inizio alla forza fisica. Poiché nessuno di questi dà necessariamente inizio alla violenza, il libertario deve, in alcuni casi a malincuore, trattenersi dall’insistere sull’uso della forza fisica contro coloro che si concedono a perversioni tra adulti consenzienti.”

Questi passi lucidi, solenni e inaspettati in un libro di questo taglio illustrano magistralmente la posizione di chi, come chi scrive, si definisce un libertario conservatore e con queste parole dell’autore concludo questa (prolissa) recensione di una così magnifica opera:

“Come libertario e come conservatore culturale non vedo incompatibilità tra le convinzioni che fanno parte di questi due universi diversissimi nel discorso”.

Il conservatorismo di ogni libertario che si definisce tale è culturale; un conservatorismo che riconosce l’esistenza di verità ed ordini naturali che sono complementari (e non antagonisti) alla predominante filosofia della libertà. Sintetizzando il contenuto con una magnifica frase di un conservatore italiano, Giuseppe Prezzolini (con il quale solo oggi ho scoperto di condividere, oltre che l’approccio al conservatorismo anche il luogo di nascita – Perugia -):

“Prima di tutto il Vero Conservatore si guarderà bene dal confondersi con i reazionari, i retrogradi, i tradizionalisti, i nostalgici; perché il Vero Conservatore intende «continuare mantenendo», e non tornare indietro e rifare esperienze fallite. Il Vero Conservatore sa che a problemi nuovi occorrono risposte nuove, ispirate a principii permanenti. […] Il Vero Conservatore ha rispetto piuttosto per il tempo che per lo spazio, e tiene conto della qualità piuttosto che della quantità. Non disprezza le cognizioni, ma sa che non hanno valore senza principi. Sa andare all’indietro perché, per andare avanti, bisogna qualche volta arretrare per rendere meglio la spinta”.

D’altro canto, Hoppe stesso è molto chiaro che anche il conservatorismo dei conservatori à la Trump non sono poi così diverso

“[…]da quello dell’establishment del Partito Repubblicano. Da un certo, decisivo, punto di vista il loro conservatorismo è in perfetto accordo con quello dell’establishment conservatore: gli uni e gli altri sono statalisti. Lasciatemi illustrare questo punto citando Samuel Francis, uno dei teorici e degli strateghi del movimento buchaniano. […] Ma come si propone di risolvere il problema della degenerazione morale e del declino della cultura? Quegli apparati del Leviatano federale responsabili dell’inquinamento morale e culturali quali il Dipartimento della Cultura, la Commissione per le pari opportunità dovrebbero essere chiusi o la loro influenza dovrebbe essere ridotta sensibilmente. Ma non vi è traccia, negli scritti di Francis, di una radicale opposizione all’intrusione dello Stato nel settore della formazione. […] Anzi. Francis è convinto che l’inversione di questa tendenza – la restaurazione della normalità – possa essere realizzata senza un cambiamento fondamentale nella struttura del welfare state. […] Di fatto, i buchaniani ammettono senza problemi di essere statalisti. Essi detestano e ridicolizzano il capitalismo, il laissez-faire, il libero mercato, il libero scambio […]; essi sostengono un nuovo conservatorismo populista e proletario, che amalgami conservatorismo culturale ed economia socialista. […] Non credono in cose quali le leggi dell’economia. Se degli uomini vogliono qualcosa in particolare, e gli viene dato il il potere di mettere in pratica tale volontà, ogni obiettivo può essere raggiunto. Ludwig von Mises – cui Buchanan si è riferito sprezzantemente come un “dead Austrian economist durante la sua campagna elettorale – chiamò questa credenza “storicismo”, la postura intellettuale dei Kathederdsozialisten tedeschi, i “socialisti della cattedra”, che giustificavano ogni genere di misure stataliste. […] Alla luce di elementari ed immutabili leggi economiche, il programma politico del nazionalsocialismo di Buchanan è soltanto un altro sogno arrogante quanto impossibile. Nessun abracadabra può modificare il fatto che mantenere in vita l’ossatura del welfare state contemporaneo e voler ritornare alle famiglie, norme, condotta e cultura tradizionali sono obiettivi incompatibili. Si può avere l’una cosa – il socialismo – o l’altra – la morale tradizionale – ma non si possono avere entrambe, visto che l’economia socialista, il pilastro del welfare state che Buchanan non vuole azzardarsi a sfiorare, è l’autentica causa delle anomalie sociali e culturali”.

 Ultimamente anche Hoppe, purtroppo, ha preso delle derive populiste che lo vedono sempre di più associato alle file della Alt-Right à la Trump; derive dalle quali io mi dissocio completamente. Ciò non toglie, però, smalto alla lucidità della sua analisi (anteriore a questa “conversione in peius”) in merito agli stretti ed intimi legami che legano il conservatorismo (quello Vero, quello di Reagan, Thatcher, Ron Paul e di Prezzolini) alla libertà economica. Perché il Vero Conservatore, e qui mi aggancio alla citazione di Prezzolini riprendendone una di Margareth Thatcher pronunciata e tratta da un articolo del Daily Telegraph intitolata “My Kind of Tory Party”, del 30 gennaio 1975, “Se un conservatore non crede che la proprietà privata sia uno dei principali baluardi della libertà individuale, allora avrebbe fatto meglio a diventare un socialista e farla finita”, perché sa benissimo che “non ci può essere libertà se non c’è libertà economica”.

Tutto questo, ad un libertario conservatore come il sottoscritto, sembra ovvio. Alle cheerleader italiane di Trump, il conservatore à la Buchanan che ama fare debito (per “stimoli economici”, per mantenere in vita quei baracconi inutili ed inefficienti di Medicare e Medicaid, per pagare marchette ai suoi amici cronies e per non riformare in senso veramente liberista il sistema sanitario e renderlo ancor meno concorrenziale – tutte cose che, intendiamoci, farà anche l’altro nonnetto, sia chiaro – ) e farlo comprare al suo amichetto colluso Jerome Powell, no. Che forse loro debbano farsi una cultura politica, prima di definire “conservatorismo” ciò che conservatorismo non è?

 

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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