Ieri sera verso le sei, dopo una giornata passata tra studi di economia degli intermediari finanziari e teoria matematica del portafoglio, decido di aprire il mio smartphone e di vedere cosa succede in questo piccolo, grande mondo. Risparmiandovi la parte in cui chatto con il mio migliore amico Kevin (che, non ve lo immaginerete mai, appartiene ad una scuola di pensiero economico totalmente opposta alla mia; ma con cui chiacchiero e passo molto piacevolmente le mie giornate, quando posso) apro Facebook e tra le notifiche vedo che un soggetto (di cui preferisco non fare il nome, e per ragioni di privacy e per una questione di rispetto) commenta un mio articolo di un paio di settimane fa dove criticavo il modello di conservatorismo statlista e dirigista di Donald Trump. Costui sosteneva di essere – cito – “assolutamente in disaccordo con il post, non sono [ottima grammatica, forse voleva dire “solo”?] perchè ammiratore del tycoon”, ma anche “perchè le premesse di partenza le reputo sbagliate” dal momento che sono “fondate su una visione faziosa e dogmatica e su pregiudizi”. Inoltre, questo soggetto, mi ha fatto notare che:

“L’accusa di “statalismo” (e quindi di socialismo) le ho viste rivolte anche a Ronald Reagan. Non solo perchè ha aumentato il debito pubblico ma anche perchè attraverso riforme come il Consolidated Omnibus Budget Reconciliation Act del 1985 (COBRA) avrebbe rinforzato la presenza dello stato [Unica cosa fatta bene: scrivere il nome comune del monopolista della forza in minuscolo. Come direi nella lingua che sto studiando nei miei momenti liberi: Gut gemacht, mein freund!]”.

Non solo. A me, che sono anarcocapitalista di scuola austriaca, nonché libertario conservatore fan accanito di Ron Paul, costui ha preteso di darmi lezioni sulla libertà portandomi come esempio il saggio di Rothbard “Per un populismo di destra”. Costui pensa che in quanto anarcocapitalista io debba seguire il mio “guru” in ogni sua mossa e passo. Evidentemente, costui pensa che la politica sia una qualche forma di fede ascetica piuttosto che pensiero critico e dibattito razionale; io sono anarcocapitalista, ed in quanto tale ho tutto il diritto di dire la mia anche quando Rothbard – quello di cui costui pensa che io tenga il santino in camera – dice cose con cui io posso non essere d’accordo. Questo mi rende meno anarcocapitalista?  No, a patto di non criticare (e questo non l’ho mai fatto) la riflessione di Rothbard sullo Stato quale monopolista della  violenza. Non mi sembra di aver mai criticato ciò (anzi, l’ho ribadito più volte ed è addirittura uno dei presupposti sui quali si fonda la mia critica a Trump), quindi eventuali accuse di “impurità” (come se ci fosse bisogno di una patente di liberalismo tra l’altro) sono tutte fandonie; una miriade di bugie dette da  uno che nel migliore dei casi, è un invasato in politica e nel peggiore un lettore in malafede.

Non contento delle sue affermazioni, costui mi ha detto che Trump è come Reagan perché “Anche lui ha fattoh debitohhhh e non è successo gnentteeeeeee!!!!11!” [lo ha detto in altri termini, ma alla fine è questo il succo della sua affermazione]. Ovviamente, avendo visto dalla sua immagine di profilo che costui era un fan del Grande Arancino Arancione (id est: Donald Trump) e conoscendo il mio essere molto, molto poco pacifico, mi sono detto: facciamo un’opera di bene; mostriamogli che si sbaglia. Cominciamo dall’economia. È vero, Reagan è conosciuto per essere stato un presidente sotto il quale i deficit aumentarono. Ma – evidentemente, come ho scritto in un commento a questo signore – costui e quelli che la pensano come lui hanno grossi problemi di contestualizzazione. Infatti, io gli ho citato un articolo riportato anche nel libro “Reagan: Un americano alla Casa Bianca”  secondo cui:

“Il mito più grande che ancora persiste a proposito di tutta la questione ‘Reaganomics’ è del resto il fatto che l’amministrazione avrebbe azzardato le proprie previsioni basandosi sulla ‘Curva di Laffer’, secondo la quale le riduzioni dell’aliquota fiscale si compenserebbero da sé. I disavanzi di Bilancio prodotti da Reagan vengono infatti considerati la riprova del fatto che la politica della domanda e dell’offerta adottata dal presidente sia stata un completo fallimento. Ma, come dimostrano i dati ufficiali, l’amministrazione operò una previsione statica secondo la quale i tagli fiscali avrebbero comportato la perdita di 718 miliardi di dollari nel periodo previsto. I deficit di bilancio si verificarono quindi perché l’inflazione si ridusse ancora più rapidamente di quanto previsto dall’amministrazione, cancellando fra il 1982 ed il 1986 2,4 migliaia di miliardi di PIL nominale, ossia riducendo la base imponibile. Questa imprevista inflazione provocò anche livelli di spesa pubblica più alti di quelli che l’amministrazione avrebbe voluto”.

Inoltre, ho spiegato, che siccome in contabilità contano i costi storici (dei cespiti, ma anche di immobili e delle attività in generale) se le entrate nominali si riducono (a causa della deflazione dell’offerta di moneta) io in bilancio registro una perdita, perché i costi sono contabilizzati con una unità monetaria che ha un potere di acquisto minore e quindi i costi (nominali) sono maggiori dei ricavi (nominali). E non solo. Poiché la deflazione riporta i tassi (questi, reali) su livelli più alti, aumenta anche il costo del debito. 

È coerente, questo, con quello che ci dicono i dati? Assolutamente sì, come i dati della stessa FED ci dicono (primo grafico: Inflazione vs. GDP nominale, secondo grafico: Inflazione vs. Spesa pubblica; vediamo come – in questo secondo caso – proprio durante gli anni di Reagan (nello specifico, tra il 1982-1983 e fino al 1986 – ma tu guarda –) la spesa pubblica reale supera il tasso di inflazione.

Ma tu guarda, sarà mica – forse – che la ragione ce l’ha il sottoscritto? Forse gli statistici della FED sono tutti scemi? (Ricordiamo che nel 1980 veniva ancora usato l’indice di Laspeyers come metodo di calcolo per l’inflazione, il che vuol dire che l’inflazione ufficiale era molto vicina a quella reale). O – forse – costui è non poco disinformato sulle dinamiche macroeconomiche di quegli anni?

 Quindi la colpa non è tanto di Reagan, che voleva ridurlo il debito pubblico a differenza dell’arancino, ma di quelli che come il suo amichetto fanno politiche monetarie ultra espansive e dopo fanno sopportare i costi della successiva e necessaria deflazione ai governi successivi. Ad una grande inflazione (prima degli asset e poi – per l’effetto cantillon – dei prezzi al consumo) segue sempre una grande deflazione dell’offerta di moneta; perché puoi prenderti gioco dei prezzi, ma – alla fine – i prezzi si prenderanno gioco di te che tu ti chiami Reagan (perché erediti gli errori dei governi passati e cerchi di migliorarli) o Donald Trump (e peggiori la situazione stampando moneta).

Non contento di ciò, il soggetto ha cominciato a dileggiarmi con commenti del tipo – cito – “E meno male che c’è lei, Adam Smith le faceva un baffo”; oppure, dopo che gli ho esposto le mie referenze come studioso e studente di macroeconomia, Quello di ritenersi superiori sfoggiando lauree e simili è un vezzo da radical chic post sessantottino”. A questo punto, mi sono ritirato dalla conversazione. A dir la verità, per me la questione Trump è finita quando ho definito lui ed i suoi sostenitori dei “Liberali alla puttanesca”; in quell’articolo ho invitato costoro anche ad una composizione della discussione visto che la ritenevo puerile ed infantile come l’oggetto della stessa (Trump o – come l’ho soprannominato io – il G.A.G.: il Grande Arancino Arancione). Evidentemente non è stata accettata la tregua visto che costoro – come dei muli al maneggio – continueranno imperterriti ed ostinati, oscurati dai paraocchi dell’ideologia vendutagli dal GAG, questa inutile querelle fino a che troveranno che il loro guru – per loro sì, vera e propria divinità da contrapporre al Diavolo Biden (al quale anche io, sia chiaro, sono contrario) – li deluderà come solo ogni altro collettivista sa fare. 

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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