Vi siete mai chiesti perché, nonostante tutti i vostri sforzi, non riuscite mai a perdere i chili di troppo dopo le feste di Natale? Tranquilli, non mi sono trasformato in uno di quei dietologi da quattro soldi che cercano di vendervi una delle loro cure miracolose che – puntualmente – falliscono dopo una settimana. In realtà, la domanda che vi ho posto ha a che fare con una questione che in questi giorni sta andando molto per la maggiore non solo sui telegiornali e sui quotidiani nazionali, ma anche e soprattutto sui social: l’obbligatorietà o meno dei vaccini contro il COVID-19. Al di là degli scherzi e dell’apparente paradosso che avrete potuto notare tra questo argomento e l’introduzione “culinaria” di questo articolo, notiamo che la questione di fondo che unisce i due temi (apparentemente) ortogonali è il fatto che entrambi coinvolgono un elemento fondamentale del processo di azione umana: il decision-making. Dimagrire, così come fare un vaccino o semplicemente agire in qualsiasi altro modo, altro non è che il risultato di un processo decisionale che ci conduce ad un determinato risultato; ed essendo questo processo decisionale influenzato (anche, ma non solo) dal contesto in cui l’attore esperisce l’azione (chi negherebbe che per prendere una decisione non vengono tenuti in considerazione gli elementi rilevanti che emergono in un dato contesto?), ne possiamo dedurre che cambiando il contesto, si possono influenzare (ma non per forza coartare) certe scelte. Per dirla in altri termini: così come per dimagrire non vorrete avere accanto a voi una torta nuziale a tre piani, allo stesso modo ci sono delle condizioni di contorno che – essendo degli elementi tenuti in considerazione dall’attore – possono convincerlo (ma non – come dicevo – costringere) a vaccinarsi. In economia comportamentale, questa teoria ha un nome preciso: “Nudge” (“spintarella”, “spinta gentile”, “convincimento”).

La teoria in questione, per la verità, non è mia né necessariamente appartenente alla Scuola Austriaca (sebbene i punti di contatto tra l’economia comportamentale e la prasseologia siano molti ed importanti); anzi – essa è stata proposta da due economisti (Richard Thaler e Cass Sunstein) che difficilmente possiamo definire “austriaci”. Tuttavia presentano un punto di vista molto interessante che – anche se non necessariamente condivisibile e condiviso – può essere non solo analizzato da un punto di vista prasseologico (cioè con le categorie di tempo, causalità e costo opportunità), ma che può rappresentare una soluzione di ottimo – almeno di seconda istanza – per chi, come me, ha a cuore tanto la libertà di scelta quanto l’esigenza di ritornare quanto prima e quanto meglio ad una vita “normale”, fatta di socialità, incontri e – perché no – anche uscite con gli amici; sapendo che l’opzione di ottimo di prima istanza (lasciare che l’individuo decida sua sponte di vaccinarsi considerati gli innumerevoli “no-vax” che inquinano il dibattito pubblico con la loro ardente ciarlataneria) potrebbe non essere poi così “ottima”. La teoria in parola parte da un presupposto a mio avviso molto realistico: gli individui non sono del tutto razionali, nel senso che non sempre prendono delle decisioni che sono non ottimali né a livello individuale né a livello aggregato. Thaler e Sunstein non sostengono – tuttavia – che le persone siano del tutto irrazionali: semplicemente prendono atto del fatto che le persone spesso utilizzano scorciatoie logiche attraverso segnali: quando un essere umano deve scegliere tra più alternative, cerca sempre di minimizzare i costi d’informazione e di massimizzare il risultato finale, usando delle “scorciatoie” (che non sono intrinsecamente sbagliate), quali ad esempio i consigli che si danno/ricevono non solo da amici o parenti ma anche da semplici passanti. Il problema della scelta “irrazionale” incomincia a esistere quando si fa troppo affidamento su queste “scorciatoie”, cadendo in quello che si chiama “pregiudizio cognitivo”. Quando si cade in questo tipo di errore, però, lo si fa razionalmente, dato che si considera più vantaggiosa la minimizzazione dei costi d’informazione piuttosto che il costo di una decisione giusta. Tutto sta far leva sui costi delle decisioni, in modo che questi siano quanto più bassi possibili e quindi il risultato quanto più ottimale possibile, sostenendo banalmente che sostegni positivi e suggerimenti indiretti possono influenzare i motivi e gli incentivi che fanno parte del processo di decisione di gruppi e individui, almeno con la stessa efficacia di istruzioni dirette, legislazione o coercizioni. Thaler e Sunstein, in effetti, definiscono come “nudge”

“[…] ogni aspetto nell’architettura delle scelte che altera il comportamento delle persone in modo prevedibile senza proibire la scelta di altre opzioni e senza cambiare in maniera significativa i loro incentivi economici [grassetto mio]. Per contare come un mero pungolo, l’intervento dovrebbe essere facile e poco costoso da evitare. I pungoli non sono ordini. Mettere frutta al livello degli occhi conta come un nudge. Proibire il cibo spazzatura no.”

Si capisce molto bene, quindi, in cosa consiste il “nudge”: non privazione paternalistica della scelte, ma diversa presentazione delle scelte, in modo tale che gli individui – sebbene lasciati liberi di esperire in ogni caso le azioni nel modo che desiderano – possano essere gentilmente “spinti” a fare liberamente azioni che conducono ad esiti che potremmo definire asintotiche (ossia tendenti a, per i non addetti ai lavori) a degli “ottimi paretiani”, ossia situazioni per cui nessuno ha incentivo a cambiare dal momento che un simile mutamento comporterebbe il peggioramento della condizione di un altro. Il nudge non pretende, tuttavia, di raggiungere una “ottimalità” irraggiungibile nel mondo reale. Anche supponendo una condizione di conoscenza imperfetta, Herbert Simon[1] ha evidenziato che le situazioni a “razionalità limitata”, quelle in cui, a differenza della “razionalità olimpica” della teoria della scelta razionale (neo)classica, non si ha una perfetta conoscenza, sono frequenti e consentono comunque soddisfazione (che va a sostituire l’ottimizzazione). Nella ricerca ci si ferma quando il risultato è soddisfacente, essendo impossibile o troppo oneroso il risultato ottimale: il nudge mira a far sì che questa scelta coincida quanto più possibile con un esito efficiente senza pregiudicare la libertà di scelta dell’individuo.  Come? Gli architetti delle scelte fanno uso di diversi strumenti al fine di influenzare le scelte degli individui, strumenti che possono essere suddivisi in due categorie principali: quelli utilizzati nella struttura delle opzioni e quelli utilizzati nella descrizione delle opzioni.

  • Il primo gruppo comprende strumenti come il numero di alternative, tecnologie e ausili decisionali, il default e le scelte nel corso del tempo, che possono essere di massa – a loro volta distinti in benigni, casuali ed opzioni nascoste –; oppure personalizzati – a loro volta statici (cioè basati sulle scelte passate) o dinamici (che si adattano alle preferenze mutevoli degli individui);
  • i secondi comprendono il partizionamento (suddivisione dell’insieme delle opzioni in categorie) e la progettazione (ossia mostrare i pro ed i contro di una determinata scelta).

 

Gli esempi di come questa teoria sia effettivamente da tenere in considerazione sono numerosi. Ad esempio, il Destiny Health Plan è un programma ideato da alcune compagnie di assicurazione statunitensi il cui scopo dichiarato è quello di dare alla gente un incentivo a fare scelte sane mediante – ad esempio – la possibilità di guadagnare “punti vitalità” ad ogni scelta sana che si effettua, punti – questi – che possono essere utilizzati per l’acquisto di altri beni.  Sempre in tema salute, in un articolo della prestigiosa rivista “Nature”, si mostra come proprio settando delle opzioni di default si possa influenzare (e non coartare) gli individui verso delle scelte che producono delle esternalità positive. Gli incentivi alla vaccinazione possono essere, come detto, molteplici: possono andare dalla scelta di non vaccinarsi e continuare a circolare con guanti e mascherina, oppure – come proposto da Luciano Capone – di pensare ad un incentivo monetario “positivo” (a patto, aggiungo io, di eliminare tutti gli altri bonus – quelli sì – realmente inutili; proposta che non ritengo possibile, stante la eccessiva prodigalità tipica di ogni policymaker); oppure (e questa sarebbe, a mio avviso, la migliore opzione in termini di dispendio di denaro pubblico) di lanciare una massiccia campagna di informazione e sensibilizzazione sui vaccini e sui loro vantaggi rispetto al non farli. L’individuo, quindi, decide in ogni caso liberamente e determina in via del tutto autonoma il trade-off che è disposto a sopportare, ma si tratta – per così dire – di una decisione molto più consapevole e meglio informata rispetto a quella che si sarebbe potuta avere senza tale “incentivo”. Si tratterebbe a tutti gli effetti di un vero e proprio “paternalismo libertario” realizzato attraverso la teoria della “spinta gentile” (nudge).

L’individuo, quindi, decide in ogni caso liberamente e determina in via del tutto autonoma il trade-off che è disposto a sopportare, ma si tratta – per così dire – di una decisione molto più consapevole e meglio informata rispetto a quella che si sarebbe potuta avere senza tale “incentivo”. Si tratterebbe a tutti gli effetti di un vero e proprio “paternalismo libertario” realizzato attraverso la teoria della “spinta gentile” (nudge). Gli individui, lungi dall’essere perfettamente razionali (ma nemmeno del tutto “stupidi”), possono commettere (ed in effetti commettono) errori cognitivi: se il legislatore attraverso degli appositi interventi leggeri e mirati può correggere l’errore, l’individuo migliora il suo benessere. Sarebbe un “paternalismo”, perché l’intervento è volto a evidenziare e suggerire la scelta migliore, “libertario” perché all’individuo resterebbe la libertà di scelta. Non si tratterebbe di un’interferenza aggressiva, di un’imposizione, bensì di una guida; non verrebbero modificati i fini degli individui, ma i mezzi per raggiungerli facendo sì che le asimmetrie informative (che pure vengono superate anche – ma non solo – grazie a strumenti di mercato, ossia incentivi operano sia dal lato del venditore (la reputazione: un’impresa che produce beni dannosi rovina il proprio nome e subisce le cosiddette sanzioni informali dai potenziali clienti, che si risolvono in una riduzione o un azzeramento delle vendite, compromettendo ricavi e profitti); e dal lato dell’acquirente (ognuno ha l’incentivo a raccogliere informazioni e ridurre l’incertezza).  

Spesso siamo troppo limitati per raggiungere una decisione ottimale e, invece di ricercare una contrapposizione spesso dannosa ed infruttuosa tra soluzioni “pubbliche” e “private”, si dovrebbe puntare ad ottimizzazioni di seconda istanza, che cerchino – cioè – di salvaguardare quanto più possibile i due beni più importanti che abbiamo: la salute e – soprattutto – la libertà mediante una “spinta gentile” invece che con una “mano pesante”.

 

[1] Su questi temi l’economista Herbert Simon ricevette il Nobel nel 1978.

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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