Si è soliti credere che la proprietà privata sia un concetto profondamente antropocentrico, nel senso specifico di discriminante rispetto alle altre specie. Io ritengo che non sia esattamene così e che, anzi, il suo carattere antropocentrico (nel senso di “centrato sulla specie umana”) non sia in alcun modo fonte di aggressione verso altri animali non umani.

Sicuramente ci sono delle “estensioni” del concetto di proprietà privata adatte a una prospettiva antispecista, cioè in cui non si dà più valore all’uomo rispetto alle altre specie; (e.g. essere uccisi da un orso mentre si va a passeggio irresponsabilmente in montagna su sentieri non tracciati non può comportare l’uccisione dell’orso, perché la terra di nessuno è in realtà la terra di chi è lì, per una sorta di Diritto della prima messa a frutto da parte dell’orso, che vive quell’ambiente da più tempo e sfruttandolo in maniera più “incisiva” – in particolare, noi possiamo evitare di fare la scampagnata). Ovviamente ho semplificato molto. Ma questa prospettiva ci consentirebbe di dare a ciascuno (animale umano e non) gli stessi diritti di proprietà, basati sul principio di homestead, che consiste nel dire che la proprietà appartiene a chi la trova, la occupa e la trasforma con il suo lavoro. L’unica accortezza sarà quella di allargare tale principio alle categorie non umane (per cui le rocce tra i sentieri saranno dei serpenti che ci vivono, gli spazi tra i rovi vestiti di ragnatele saranno dei ragni, e così via).

In generale, però, è importante individuare la base che viene trattata: l’idea, cioè, che la proprietà sia la realizzazione di una procedura di eliminazione della confusione. Ad esempio, non è escluso che anche in una prospettiva antispecista si possa non riconoscere alcun diritto di proprietà (per così dire) agli animali, purché l’uso che si fa della terra non violi il principio di non aggressione contro di essi. In fondo in una fabbrica i lavoratori non sono proprietari dei mezzi di produzione ma ugualmente non sono soggetti alla violenza arbitraria del padrone. Io protendo per questa versione, in cui ciò che vive in un certo ambiente (gli animali in montagna, gli uomini in fabbrica) viene rispettato, rimanendo padrone di sé stesso ma non avendo necessariamente diritti di proprietà sulla terra (fabbrica) in cui vive. Il motivo per cui mi sembra più plausibile questa soluzione rispetto alla prima è che questa risulta essere più inclusiva. Infatti un uomo possiede la capacità di “accogliere” le altre specie, mentre dubito che un falco pellegrino sappia essere un buon anfitrione. Si sta, dunque, mantenendo quella “centratura sull’uomo” di cui abbiamo parlato nel primo paragrafo, ma senza aggredire nessuno.  

Il motivo per cui è possibile pensare a una convivenza come quella prospettata tra animali non umani e l’uomo è una qualità comune a tutte le specie (anche qui facciamo entrare l’antispecismo, ancora una volta per dimostrare che la proprietà privata non è un concetto che discrimina le altre forme di vita). Questa qualità consiste nell’essere pacifici. L’essere pacifici non è uguale al cercare la pace per motivi morali. L’essere pacifici coincide, per come la vedo, con la volontà di essere il più possibile lontani da contrasti. Se l’uomo non fosse un essere pacifico il lettore che sta leggendo questo articolo in tutta tranquillità, magari a casa, al computer, mentre beve qualcosa di fresco, sarebbe fuori a cercare un qualunque conflitto, magari abbozzando le macchine altrui in maniera del tutto casuale. Essere pacifici significa, d’altronde, evitare proprio di ammaccare l’auto di qualcuno per evitare una possibile vendetta. La tranquillità è uno scopo, che lo si ammetta o no.

Una possibile obiezione potrebbe essere che, in questo modo, si imporrebbe la propria visione del mondo agli altri (per semplicità mi è stato suggerito dalla controparte del dialogo che ha ispirato questo articolo il termine “colonialismo”). Non ho ben capito perché sarebbe una visione colonialista e in che senso si obbligherebbe un altro individuo-animale a sottostare alla mia visione di ordine (se non posso incarcerare, uccidere, ferire l’orso che continua a fare ciò che vuole, io dovrò regolare la mia visione di ordine in base anche a ciò che mi permette di vivere pacificamente con l’orso. Se si presume che l’orso abbia diritto di essere attore di una stipulazione di un accordo per capire come usare la terra in comune, allora la terra diventerà una proprietà collettiva (dei privati, uomo e animale) che vivono in essa e costruiranno un livello più sofisticato di patto; e.g. l’uomo potrebbe difendere nel suo territorio l’animale da gente che lo vuole uccidere, poiché il terreno di caccia sarebbe il suo e potrebbe vietarlo.

Gli animali hanno diritti di proprietà? La mia risposta è nì. In parte sì e sono quelli riconosciuti a qualunque animale (diritti sul proprio corpo, la propria volontà, etc). In parte potrebbero averne di aggiuntivi (diritto di housestead), come prospettato nel secondo paragrafo di questo articolo. Ma io protendo più per i primi e non per i secondi. Infatti possono esserci soluzioni migliori grazie alle quali la convivenza sarebbe tarata sulla comprensione che l’uomo ha dell’ecosistema e limitata dal principio di non aggressione verso gli altri animali non umani.

Riccardo Canaletti

 

NOTA

Qui ho usato il concetto di proprietà intuitivamente più apprezzato, quello già proposto da Locke secondo cui dalla proprietà di sé si può arrivare alla proprietà delle cose su cui si lavora. In particolare ho usato questa definizione nei primi paragrafi.

Successivamente, invece, mi sono concentrato maggiormente sull’idea di proprietà come dispositivo che permette una certa protezione (per noi e per gli animali) e un certo grado di benefici. Questa concezione è decisamente più moderna e promettente ed è stata pensata da vari filosofi libertari.

Il barbiere di Hayek

by Riccardo Canaletti

Studia Philosophy and literature presso Alma Mater Studiorum – Università di Bologna

 

Riccardo Canaletti

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