L’altro giorno, mentre osservavo i commenti che alcuni keynesiani ed economisti “mainstream” in generale stavano facendo ad un mio post in cui me la prendevo con i contenuti del discorso di Mario Draghi, mi è sorto un grande interrogativo concernente la natura delle differenze che dividono in maniera così netta la Scuola Austriaca, pensiero al quale mi sento di aderire in toto, e le altre scuole di pensiero economico che oggi dominano il panorama accademico.  La conclusione a cui sono giunto, e che proverò ad esporre in questo articolo (che, a differenza degli altri non sarà di carattere analitico) è che queste differenze non sono solo di carattere contenutistico (afferenti – cioè – alle diverse prescrizioni di policy che le due “sponde” del pensiero economico – l’austriaca e la “mainstream” – vanno a proporre al policymaker) ma soprattutto di taglio metodologico, ossia afferenti il modo con cui i due diversi “tronconi” del pensiero economico moderno si pongono nell’affrontare le questioni di natura tanto teorica quanto pratica. Quindi, carissimi keynesiani/monetaristi/mainstream di ogni risma che siete (eventualmente) in ascolto, non preoccupatevi: per oggi ci prenderemo una piccola tregua nel nostro eterno “duello” di idee e, sepolta l’ascia di guerra, cercheremo di fare chiarezza su quello che noi austriaci riteniamo essere il corretto metodo della scienza economica, cercando anche di comprendere ed effettuare una leggera critica – se no che gusto c’è a scrivere – di quello che ci sembra essere una metodologia scorretta nell’approcciare i problemi economici.

Per capire le incolmabili diversità che dividono i due “combattenti” oggetto della nostra analisi dobbiamo giocoforza fare dei brevi richiami di epistemologia e fare una netta distinzione tra quello che viene detto metodo “empirista-induttivo” e quello “assiomatico-deduttivo”. L’induzione logica è un processo di inferenza dal particolare al generale. Nel ragionamento per induzione si conoscono le premesse (antecedente) e le conclusioni di un discorso e, a partire da queste, si formula un’ipotesi sulla regola di implicazione che li unisce. Il processo di induzione – quindi – parte dal particolare per arrivare al generale in quanto formula un’ipotesi sulla regola generale a partire da fatti specifici. Se è così, allora possiamo facilmente capire che il metodo induttivo è un processo conoscitivo dal particolare al generale. Nel modello induttivo lo scienziato parte dall’osservazione di fenomeni particolari e concreti per giungere all’enunciazioni di leggi generali ed universali in grado di spiegare anche dei fenomeni che hanno una natura simile. Insomma, il metodo “induttivo” è sinonimo di “empirismo”, ossia quella convinzione epistemologica secondo la quale i fatti sono le uniche cose vere e certe e – di conseguenza – solo essi possono essere presi come fondamento ultimo delle verità scientifiche. Facciamo un esempio: un chimico unisce la prima volta due molecole di idrogeno e una di ossigeno e trova la molecola dell’acqua; fa la stessa cosa un certo numero di altre volte e ottiene sempre lo stesso risultato e da ciò ricava la legge generale secondo cui due molecole d’idrogeno e una di ossigeno danno una molecola d’acqua”. È un esempio che ho volutamente fatto usando la chimica e che dobbiamo tenere a mente: tra poco capiremo il perché. Il metodo “assiomatico-deduttivo”, al contrario, sostiene la visione opposta: esso consiste nel partire da premesse incontestabilmente vere di carattere generale (e dunque valide in ogni tempo, luogo e situazione); da esse fare le logiche deduzioni per così dire “intermedie” e da queste ultime ricavare delle leggi generali che si possono adattare ad ogni caso particolare. Ad esempio, per illustrare il metodo deduttivo possiamo usare il metodo sillogistico insegnatoci da Aristotele come segue: “Tutti gli uomini sono mortali, Socrate è un uomo, quindi Socrate è mortale”. Il metodo assiomatico-deduttivo, insomma, procede dal generale ed arriva al particolare mediante un set molto importante di principi che governano il mondo: il principio di identità (“A” è uguale ad “A”), di non contraddizione (se “A” è nero non può essere bianco) e del terzo escluso (una terza soluzione (una terza via, o possibilità) non esiste rispetto a una situazione che paia prefigurarne soltanto due). Perché fare queste premesse di carattere epistemologico in un discorso di carattere economico? Per il tanto semplice quanto intuibile fatto che l’economia è una scienza e in quanto tale deve avere un metodo sulla base del quale derivare i contenuti che la compongono. Tuttavia l’economia, come anche molti “mainstream” sostengono, non è una scienza come le altre; no: è una scienza sociale, il che significa che deve essere chiaramente distinta dalle altre scienze per due aspetti fondamentali, ossia l’oggetto d’analisi e – di conseguenza – il metodo d’analisi adottato.  Questo fatto viene esplicitato in maniera abbastanza evidente da una frase che, ahimè, non è troppo diffusa tra gli economisti ma che è meglio nota ai dotti in filosofia, visto che è stata pronunciata dall’inarrivabile filosofo-teologo Tommaso d’Aquino: la frase in oggetto recita, in effetti, “adequatio rei intellectus” – traducibile all’incirca come “adeguamento della cosa e della realtà”.  Insomma, affinché la scienza (anche quella economica) possa descrivere in modo corretto gli avvenimenti che le competono di analizzare, dobbiamo far sì che il suo metodo si adegui all’oggetto di analisi. Se è così, allora dobbiamo capire quale sia l’oggetto d’analisi della scienza economica affinché possiamo comprendere il corretto metodo che essa debba adottare.  I detrattori della teoria che sto per esporre possono girarci intorno quanto vogliono, ma se vediamo quello che in ultima analisi costituisce l’oggetto della scienza economica data la sua natura di scienza sociale, troviamo che questo oggetto null’altro è che  l’uomo – o, meglio – la sua azione quale fenomeno volto all’uso ottimale di risorse scarse.

Riconoscere questo fatto, ossia riconoscere che fare un’analisi economica non significa – in ultima analisi – ritenere che dopo aver tracciato due curve in un foglio indicando sugli assi cartesiani prezzo e quantità di equilibrio senza dare un significato pieno alle suddette curve, è il primo passo per comprendere correttamente quello che è il metodo corretto della scienza economica. Perché ho detto che oggetto della scienza economica è l’azione umana, considerata in sé e per sé come fenomeno e non, come molti “mainstream” pensano, le determinanti quantitative – ad esempio – delle condizioni di equilibrio? Perché come detto e come accettato da tutti l’economia è una scienza sociale e quindi deve adeguarsi al suo oggetto di studio, ossia l’uomo. Chiaramente, quando parlo di “uomo” non mi sto riferendo ad un individuo in particolare: questo concetto va inteso in senso astorico, dal carattere generale, che  si riferisce a delle caratteristiche possedute da tutti e da nessuno in particolare. E qual è la caratteristica generale per eccellenza? Come avrete avuto già modo di intuire questa caratteristica è che ogni uomo agisce: è questo il fondamentale assioma dell’economia da cui derivano tutte le conclusioni particolari della disciplina. Questo assioma, molto brutalmente, dice soltanto che l’uomo ha dei fini e che per conseguirli usa dei mezzi. In questo senso, dobbiamo riconoscere la natura formale (dato che non vi è alcun interesse contenuto delle varie azioni e dei fini che le originano)  dell’assioma stesso che rende la scienza economica – per definizione – formale allo stesso modo. Per dirla con Kant, questo assioma è “apodittico” dà certezza all’intera struttura prasseologica della teoria economica. Esso è vero in quanto auto-evidente: non solo nel senso psicologico o empirico del termine, ma soprattutto nel senso logico, in quanto basato su una conoscenza interna al soggetto, che è quindi universale. L’inevitabile necessità logica di tale assioma è dimostrata anche ex negativo, dal momento che il tentativo di negarne la validità, automaticamente ne attesta la veridicità: pensiamo infatti, ad un individuo che contesti l’assioma fondamentale affermando “Gli uomini non agiscono”: costui sta a sua volta compiendo un’azione, cioè sta utilizzando dei mezzi per conseguire un fine, che è ciò che in termini formali l’assioma asserisce cadendo in quella che si chiama – in senso tecnico – contraddizione performativa. Naturalmente un individuo può dire che egli nega l’esistenza di principi autoevidenti, ma questo dire non ha alcuna validità epistemologica (come dire che ha visto un ghiaccio infiammato, o un triangolo rotondo). Questo assioma è vero per tutti gli esseri umani, ovunque, in ogni tempo, e non può mai essere violato; esso non è falsificabile perché al contrario si ritornerebbe nella condizione di contraddizione performativa di cui sopra. Da questo assioma derivano alcune conclusioni (che potremmo chiamare “categorie dell’azione” molto importanti: la prima è quella per cui se un individuo agisce vuol dire che giudica insoddisfacente la condizione presente e dunque agisce in prospettiva di migliorare nel futuro, facendoci capire che qualsiasi azione umana è eliminazione di un’insoddisfazione che si percepisce (bisogno) nel presente rispetto ad un futuro in cui tale soddisfazione, come risultato dell’azione, non esiste (o esiste in termini relativamente minori): l’azione, insomma, è conseguimento di una utilità. In secondo luogo, dobbiamo riconoscere che dal momento che l’azione è sempre e solo individuale, ne segue che l’utilità è giocoforza soggettiva, così come il valore dei diversi fini di ogni individuo: questo significa che l’utilità ha natura ordinale, dal momento che ciascuno ordinerà i propri fini secondo una gerarchia dettata dal valore che egli vi attribuisce, perseguendo il fine a cui assegna il massimo valore, cioè quello dal quale si attende il maggior benessere soggettivamente inteso.  Da questa seconda considerazione ne segue una ancillare, ossia che la scienza economica deve, per poter analizzare correttamente i fenomeni economici, partire dall’analisi dell’individuo, ossia quell’approccio filosofico e metodologico secondo il quale il mondo sociale è composto esclusivamente di individui, fonte unica della società: solo questi, infatti, pensano, sentono, esprimono bisogni e valori, scelgono, agiscono, perseguono progetti, possono assumersi la responsabilità delle loro azioni. La società è una somma di individui. Se facciamo un esperimento mentale e diciamo che dieci persone formano una società, esistono ancora dieci persone, non undici (ossia le dieci persone più la società). Il concetto di società come concetto metafisico crolla quando constatiamo che la “società” scompare nel momento in cui le parti che la compongono si disperdono. Naturalmente ciò non vuol dire negare l’esistenza di relazioni tra persone; al contrario, l’individualismo metodologico proprio perché prende in analisi l’individuo riconosce che le interazioni sociali sono una rete con tanti “nodi”, dove c’è un sommarsi, un incrociarsi e un interagire dei comportamenti individuali che dà vita a nuovi risultati sociali (per alcuni inintenzionali). Non si vuole negare, insomma l’inesistenza delle relazioni sociali quanto piuttosto riconoscere che, metodologicamente, l’analisi delle comunità umane viene ricostruita a partire dai singoli individui. Fare il percorso inverso – dall’ente collettivo all’individuo – significa partire dal risultato e non dai fattori che vi conducono. L’astrazione “società” non può quindi esistere più se tutti gli individui scompaiono. Parlare di società in generale – e le relative “azioni” – senza parlare di individui significa parlare, in ultima analisi, di vera e propria aria fritta.  Inoltre, dal fatto stesso che l’uomo ha dei fini e che usa dei mezzi possiamo riconoscere la necessità della scelta e quindi dell’esistenza del costo opportunità: i fini (ossia gli obiettivi dell’attore) sono potenzialmente illimitati, mentre i mezzi a disposizione dello stesso non lo sono (piccola nota, i beni cosiddetti “gratuiti” come l’aria non sono un controesempio valido in quanto costituiscono delle precondizioni al benessere dell’uomo, visto che l’utilizzazione di essi da parte di un individuo in un dato momento non ne riduce la disponibilità per altri nello stesso momento e in quelli successivi non essendo – quindi – necessario economizzarli). Di conseguenza, si pone all’attore una inevitabile scelta fra obiettivi alternativi: ciò a cui si rinuncia rappresenta il costo, espresso in termini di costo-opportunità, ossia quale migliore attività/consumo/produzione a cui si rinuncia per perseguire quella che è stata scelta. Se la differenza tra ciò che si è ottenuto ed il costo sostenuto è positiva allora stiamo parlando di un profitto, al contrario staremo parlando di una perdita. La terza importante implicazione dell’assioma dell’azione è il tempo: l’azione non è quasi mai subitanea, i suoi risultati hanno bisogno di tempo per essere completamente esperiti nel mondo fenomenico. Questo significa che il tempo non può essere eliminato dal discorso economico conducendo delle analisi di “breve periodo” o assumendo il cosiddetto “ceteris paribus” perché il tempo conta. Il tempo, inoltre, è una risorsa scarsa e l’uomo lo deve pertanto economizzare. Anche se un individuo vivesse in un mondo in cui potesse avere tutti i beni che desidera senza alcuno sforzo (cioè senza fare alcuna azione volta al miglioramento della sua condizione), comunque non potrebbe consumarli tutti nello stesso istante e dovrebbe scegliere fra un consumo effettuato “prima” e uno effettuato “dopo”.  Insomma, anche nel caso l’uomo avesse trovato l’albero della cuccagna dovrebbe scegliere tra l’“uovo oggi” o la “gallina domani”. Questo ci permette di esaminare un altro aspetto relativo al tempo, sulla base del quale gli uomini preferiscono conseguire i propri fini nel più breve tempo possibile: prima  si ottiene la soddisfazione, meglio  è e quindi, dato il fine, minore è la durata temporale dell’azione svolta per quel determinato fine, meglio è. Insomma, non importa quanto, ma l’uomo preferisce sempre l’uovo oggi se la gallina domani non gli darà uovo alcuno. Stiamo parlando della famosa legge della preferenza temporale.

Con questi strumenti teorici, l’economia deriva quelli che sono dei veri e propri teoremi, nel senso che sono veri dal momento che l’assioma da cui partono è vero. Vediamone alcuni:

  • La legge della domanda e dell’offerta;
  • La legge dell’utilità marginale decrescente; e della disutilità del lavoro crescente;
  • Il prezzo di mercato come risultante dell’utilità e della scarsità relative di un dato bene;
  • La legge per cui all’aumentare della quantità domandata di un bene, a parità di offerta, il prezzo del bene salirà;
  • La preferenza temporale (quella per cui una soddisfazione più prossima nel tempo è preferita alla stessa soddisfazione più lontana) e la determinazione dell’interesse da essa conseguente;
  • la necessità di un mezzo di scambio emergente dal mercato (moneta)

Come procede questo metodo? Poiché nelle scienze sociali l’oggetto d’analisi è l’uomo e poiché ogni uomo è un individuo diverso dall’altro, ne segue che nell’economia in particolare e nelle scienze sociali in generale non sono possibili esperimenti in laboratorio, in quanto non si possono mantenere “costanti” (i comportamenti degli esseri umani. Come ovviare  a questa mancanza? Ci viene in aiuto

Mises con ciò che chiamava le “costruzioni immaginarie” o “esperimenti mentali”, nei quali si postula una iniziale condizione di equilibrio; si ipotizza in seguito il mutamento di una variabile mantenendo costanti le altre, e infine si esaminano gli effetti di questo mutamento. Ripetendo il procedimento per un numero di volte pari al numero di variabili che si vogliono analizzare, l’economista trae le sue conclusioni. Il procedimento è costituito in primo luogo dalla comprensione del significato di azione, in secondo luogo da una situazione “statica” descritta in termini di “categorie” dell’azione e infine da una deduzione logica delle conseguenze (ancora in termini di tali categorie) derivanti dalla situazione. Ad esempio, per derivare la legge dell’utilità marginale, il procedimento opera nel seguente modo: in primo luogo sappiamo che ogni attore preferisce sempre ciò che lo soddisfa di più a ciò che lo soddisfa di meno, sappiamo inoltre che egli si trova di fronte all’aumento di una unità della quantità di un bene (ossia di un mezzo scarso) sapendo che i fini sono ordinati secondo un metodo ordinale decrescente e non cardinale, da cui si deriva che – per necessità logica – questa unità addizionale può solo essere impiegata come mezzo per soddisfare un fine ritenuto meno urgente del bisogno soddisfatto con l’unità precedente del bene. Arriviamo quindi alla legge dell’utilità marginale decrescente.

Insomma, l’economia è una scienza deduttiva che parte dall’assioma dell’azione e deriva le sue conclusioni logiche a partire da questo. Per il confronto tra questo metodo e quello dell’economia mainstream, vi concediamo una settimana per riflettere sui contenuti di questo articolo. Nel frattempo, stay tuned!

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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