Nella puntata scorsa abbiamo descritto a grandi linee quello che è il metodo della scienza economica secondo la tradizione austriaca. Nella puntata di oggi ci occupiamo, invece, dell’approccio metodologico utilizzato dalle altre scuole basato, per esclusione, sull’empirismo. Richiamiamo brevemente la nozione di “empirismo” per dare un’immagine quanto più corretta possibile di questa dottrina: possiamo definire l’empirismo come un insieme di dottrine che elevano l’esperienza a posteriori ad unico fondamento della conoscenza scientifica. Ciò significa che la conoscenza ha natura peculiarmente sperimentale, per cui occorre prima formulare delle ipotesi, effettuare degli esperimenti che verifichino l’ipotesi e solo poi (dopo aver trovato dei risultati che siano sufficientemente coerenti con le ipotesi) formulare delle leggi di carattere generale. Insomma, si tratta del metodo scientifico ideato nel 1600 da Galileo per studiare i fenomeni naturali: un approccio – quindi  – che potremmo definire (con un anglicismo) che procede nello studio “case by case”.  Secondo gli economisti mainstream è questo il metodo che dovrebbe garantire alla scienza economica (come a tutte le altre scienze sociali) un fondamento “scientifico” ai risultati trovati. Conoscendo quello che sostengono i nostri amici empiristi, quindi, possiamo ora analizzare criticamente le loro proposizioni per mostrare – al contrario – come la scienza economica proceda secondo un metodo assiomatico-deduttivo, il quale non pregiudica ma anzi rafforza la “scientificità” delle proposizioni economiche.

In primo luogo dobbiamo notare che affinché la tesi empirista sia vera, ossia che sia possibile acquisire una conoscenza solida e scientifica solo a partire dalle sperimentazioni in laboratorio, occorre che sia verificata un’importantissima condizione: la ripetibilità dell’esperimento. All’interno del mondo delle scienze “dure”, come la fisica, la chimica e la biologia, tale ripetibilità è garantita dal fatto che l’oggetto di studio possiede delle “regole di funzionamento” che sono deterministicamente date dalla natura dell’oggetto stesso: una molecola d’idrogeno, per riprendere l’esempio fatto nella precedente parte, se unita con due molecole di ossigeno deve dare per forza di cose una molecola d’acqua. La molecola d’idrogeno non possiede una volontà, non possiede una forza tale per cui se decide di unirsi con due di ossigeno può decidere di non formare la molecola d’acqua. Quella economica, al contrario delle scienze naturali, ha un oggetto d’analisi e un soggetto attore totalmente diverso: non più delle molecole o delle particelle inanimate ma persone, esseri umani, individui che possiedono una volontà e che sono gli uni diversi dagli altri per preferenze, abilità, competenze, gusti, desideri eccetera. Se questo è vero – e l’esperienza stessa ce lo conferma – allora ne segue come la notte segue il giorno che non è possibile pensare che si può applicare lo stesso metodo empirico, sperimentale e basato sulla ripetibilità delle scienze naturali alla scienza economica. Servirebbero degli individui-automi che sono tutti uguali in quanto preferenze, gusti ecc., una condizione tanto spaventosa quanto irrealistica. Il solo fatto che non possono essere effettuati degli “esperimenti di laboratorio” e considerare degli esseri umani come “cavie” indebolisce fortemente la tesi empirista. L’empirismo è basato sulla proposizione centrale secondo cui la conoscenza della realtà deve essere verificabile o falsificabile attraverso l’osservazione, l’esperienza, altrimenti non è conoscenza della realtà ma conoscenza analitica (relativa a parole, segni e regole su di essi; come è qualsiasi conoscenza a priori): solo dai fatti, per farla breve, proverrebbe la vera conoscenza e se la teoria non si accorda ai fatti allora la teoria è sbagliata. Quello che un tale sistema di pensiero tralascia totalmente di considerare è che il metodo della scienza economica non può in alcun modo essere assimilato a quello delle altre scienze, in ragione della natura stessa della scienza di cui si sta trattando. Il metodo sperimentale è sicuramente corretto quando applicato a scienze quantitative o cosiddette “dure” come la fisica, la chimica e la biologia; in queste scienze è sicuramente possibile, corretto e doveroso partire dalle conoscenze empiriche certe (le cosiddette “regolarità empiriche”) facendo derivare dalle stesse delle ipotesi di sempre più ampio respiro dalle quali far derivare a loro volta le leggi scientifiche come la legge di gravità, l’illustrazione del processo di combustione o quello della meiosi delle cellule. Lo stesso metodo non è, tuttavia, applicabile all’economia. Trovandosi nella posizione di essere una “scienza sociale” , l’economia ha come oggetto di studio l’azione umana; una grandezza che solo alla fine ha degli esiti quantitativi ma che di per se stessa è qualitativa, ossia non inseribile in un contesto di analisi tale per cui si può dire con la stessa certezza con la quale si dice che due molecole di idrogeno e una di ossigeno danno una molecola d’acqua. Non è possibile, per dirla con termini tecnici, usare il metodo del “ceteris paribus” per poter analizzare in modo completo i fenomeni economici; questo perché gli individui – essendo dei soggetti agenti e quindi attivi e non passivi – modificano le loro valutazioni e le azioni prese in conseguenza delle stesse: di conseguenza, poiché l’osservazione dei processi psichici che sono alla base di tali valutazioni è preclusa tanto all’economista quanto allo statistico, non è possibile determinare in modo esatto delle costanti al pari di quelle fisiche e chimiche che consentono l’applicazione del metodo empirico alla scienza economica. Il metodo corretto delle scienze sociali, ossia il metodo che si adatta all’oggetto di studio delle stesse, non è per tale ragione meno efficace ed efficiente di quello usato nelle scienze empiriche: al contrario, tale metodo parte da degli assiomi (dei fatti autoevidenti la cui verità non può essere messa in discussione, pena la contraddizione) per giungere a delle conclusioni che sono coerenti con l’assioma stesso: ad esempio, la scienza prasseologica prende le mosse dall’incontrovertibile assioma dell’azione in base al quale ogni uomo utilizza dei mezzi per raggiungere dei determinati fini in un certo periodo di tempo; da questa verità si ricava che se l’uomo consegue il fine allora si parla di profitto (in senso lato) e se non lo raggiunge si parla di perdita, come si giunge alla verità che essendo i mezzi funzionali al raggiungimento dei fini (e quindi al compimento dell’azione) la valutazione dei mezzi verrà fatta in funzione dei fini in un ordine decrescente di importanza attribuita ai fini stessi (legge dell’utilità marginale) considerata la scarsità relativa di un dato bene. Da queste ipotesi generali si derivano, a loro volta, delle leggi economiche come quelle enunciate la scorsa volta. Sono, queste, delle leggi scientifiche che sono valide tanto quanto la legge della gravitazione universale, della formazione delle molecole dell’acqua e della meiosi delle cellule; delle leggi che – però – hanno il considerevole vantaggio che non hanno minimamente bisogno dell’esperienza per essere considerate valide: l’esperienza può, al massimo, mostrare le modalità particolari in cui queste leggi si esplicitano ma non può sicuramente essere la pietra angolare delle leggi economiche stesse. Chi da un punto di vista empirista critica tale metodo sottolinea che l’applicazione di tale metodo non consente di risolvere una controversia fra due economisti che applichino questo metodo, perché non c’è un’evidenza comune (per colui che sostiene tale posizione, quella empirica) che può dare ragione all’uno o all’altro. L’economia fondata su un metodo totalmente a priori, dunque, si trasformerebbe un set di conclusioni che non sarebbero poi così diverse da una religione. Si dovrebbe notare che colui che sostiene ciò non fa altro che confondere il ragionamento aprioriristico con le convinzioni soggettive della propria mente, cioè confonde la logica con la psicologia. Se due economisti aprioristi dissentono, cercheranno di trovare il punto non corretto nel ragionamento dell’altro; e probabilmente la discussione finirà con il successo di uno dei due, perché le relazioni logiche che legano una proposizione con un’altra sono palesi a tutti quanti almeno quanto quelle relazioni che legano due o più realtà empiriche.

Vi è poi una fatale contraddizione all’interno della tesi empirista. Altra tesi empirista è che tutti gli eventi, naturali o economici, sono correlati – per dirla con Kant –  solo in via ipotetica. Se stanno le cose così, due sono le alternative: se questa stessa proposizione è vera in via ipotetica, non è un’affermazione epistemologica, perché afferma una cosa che non è certa (è una proposizione ipoteticamente vera riguardante proposizioni ipoteticamente vere). È una proposizione che indebolisce se stessa. Ma allora se l’affermazione che tutti gli eventi sono correlati solo in via ipotetica è ipotetica, vuol dire che potrebbe essere vero anche il contrario, e dunque ciò significa che possono esistere proposizioni vere a priori, categoriche (e potrebbero essere le proposizioni economiche, come suggerisce la teoria Austriaca). Se, invece, la proposizione empirista è considerata vera in termini categorici, a priori, allora vuol dire che si sta assumendo che si può dire qualcosa di vero a priori sul modo in cui gli eventi sono correlati; ma ciò falsa la tesi contenuta nella proposizione (la conoscenza empirica deve essere invariabilmente conoscenza ipotetica).

Dal rigetto dell’empirismo come metodologia da adottare nelle scienze economiche discendono molte ed importanti conseguenze. La più importante fra tutte, in questo senso, costituisce l’uso della matematica nell’economia. Se è vero che nell’azione umana non vi possono essere delle costanti, gli economisti matematici sbagliano quando ambiscono a costruire una teoria economica secondo il modello della meccanica classica, l’empirismo, considerato il paradigma unico dell’indagine scientifica. Nella meccanica le equazioni possono rendere servizi pratici estremamente importanti, perché – proprio in quanto “scienza dura” – possono essere rintracciate delle relazioni costanti tra i vari elementi che la compongono; delle relazioni – queste – che possono essere accertate con l’esperimento empirico, dal momento che esistono delle costanti, per cui è perfettamente possibile usare lo strumento dell’equazione per la soluzione di problemi ben definiti. Invece nelle discipline sociali i sistemi di equazioni rappresentano una condizione statica; descrivono uno stato di cose in cui non vi è più azione e dove il processo di mercato si arresta, uno stato finale di quiete che viene simultaneamente raggiunto quando vengono trovate le soluzioni di tutte le disequazioni. Ma il mondo reale, tra cui l’economia, vive di processi, di cambiamenti, in cui le relazioni “mutuamente determinate” rappresentate dai sistemi non riescono a descrivere il mutamento. L’economia può essere descritta solo attraverso relazioni unilineari di causa-ed-effetto; e nella sfera economica,  il fattore causale unico è l’azione finalizzata dell’individuo. Usare la matematica in economia è perfettamente legittimo per studiare un fenomeno contingente e limitato – l’equilibrio – da intendersi (più che come uno stato effettivamente raggiunto e raggiungibile) come un punto  intorno a cui l’economia reale gravita. Come già detto, il metodo dell’economia è quello delle costruzioni ideali, ossia di immagini concettuali di una catena di eventi veri in quanto logica emanazione dell’assioma iniziale (l’azione). La conclusione economica, insomma, è il prodotto della deduzione, non la descrizione della realtà effettiva mediante metodi matematici dal momento che l’adozione di tale metodo elimina le scelte dell’homo agens, ossia i fenomeni che differenziano l’economia dalla fisica – ad esempio.  

Vi sono delle ragioni di carattere diverso da quello puramente metodologico ed economico che ci devono spingere a rigettare l’empirismo quale metodo delle scienze economiche; delle ragioni che hanno a che fare con quelle che sono delle considerazioni di carattere filosofico e – se vogliamo – anche politico. Poiché stiamo uscendo dal regno della scienza economica per entrare in quello della scienza politica ho voluto lasciare questa considerazione per ultima, dal momento che non vorrei si concludesse che la mia analisi sull’empirismo sia condotta – invece che da posizioni argomentate a livello logico – su basi ideologiche e pertanto “biased” da un punto di vista logico e scientifico.  Abbiamo detto che affinché l’empirismo funzioni nelle sue applicazioni alle scienze sociali, è richiesta un’importante condizione: che tutti gli individui siano uniformi in quanto preferenze e gusti, dal momento che altrimenti non sarebbero ripetibili gli esperimenti che sono alla base del metodo empirista. Poiché stiamo parlando di persone, esseri umani, individui, dobbiamo capire le implicazioni che questa uniformità vorrebbe significare se messa concretamente in pratica. Vorrebbe dire che esiste un solo set di valori e di conseguenza un solo sistema di preferenze, una sola visione del mondo; esisterebbe una sola distribuzione egalitaria del reddito e della ricchezza, tutti dovrebbero avere le stesse condizioni di partenza rispetto alle loro attività perché qualsiasi differenza (anche minima) che si verrebbe a manifestare tra i diversi individui andrebbe ad inficiare le premesse di uguaglianza che tutti i soggetti/oggetti dell’esperimento dovrebbero possedere affinché l’esperimento sia replicabile e che possa fornire dei risultati che possono essere con successo usati come fondamenti per le leggi economiche. Riflettiamoci un attimo: che società sarebbe, questa? Sarebbe una società in cui tutti avrebbero la stessa quota di ricchezza indipendentemente dal contributo che essi hanno restituito alla loro società, in cui il competente viene trattato alla stregua dell’incompetente, in cui nessuno possiede nulla perché va dato “a ognuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue capacità”. Capite molto bene che sebbene sia auspicabile da un punto di vista superficiale l’insorgere di una società come questa, è evidente che vi sono delle eminenti storture in questa struttura sociale: se – infatti – tutti sono in tutto uguali (pena, la non ripetibilità degli esperimenti) che incentivo c’è al guadagno? Chi vorrebbe industriarsi se il peggiore viene trattato come il migliore? Solo un pazzo avvierebbe, ad esempio, un’impresa; perché inevitabilmente in una tale società “di uguali” il primo ad avere degli “ingiusti profitti” verrebbe additato dal pianificatore/ingegnere di turno come “diverso” da quello che viene definito come “standard” socialmente imposto (che, quindi, riesce ad elevarsi al di sopra dei suoi simili per capacità di servire il prossimo e di trarre profitto da ciò ) e che quindi viene visto con sospetto dagli altri o – nel peggiore dei casi – etichettato come un “borghese nemico del popolo”. Sarebbe una società totalitaria nel vero e proprio senso della parola, in cui gli economisti diventerebbero gli ingegnerei sociali al soldo dei volgari politicanti di turno che, come dei moderni Procuste, stendono su di un letto i malcapitati “borghesi” stirandoli e tagliandoli a seconda della loro altezza con gli economisti che indicano (con formule del tipo “basterebbe un’espansione monetaria di “x” unità per raggiungere il reddito “y”” o “basterebbe mettere una tassa “z” per contenere il reddito degli imprenditori e redistribuire/investire nel progetto “w””.

Sarebbe questa una società auspicabile? Quali sono, soprattutto, le differenze con l’economia di mercato? Nella società di mercato ognuno, nella sua qualità di venditore in certe occasioni e nella sua qualità di consumatore in certune altre, dispone delle sue risorse in accordo con la sua volontà pianificando le sue azioni mediante il calcolo monetario ed il sistema dei prezzi. Interagendo secondo la legge della domanda e dell’offerta, ogni individuo esprime se stesso, le sue qualità grazie al frutto del suo lavoro: in tal modo, assicurando libertà di scelta e capacità di agire in accordo con la propria volontà con l’unico vincolo di permettere agli altri di fare altrettanto, ognuno riesce a guadagnare secondo i suoi meriti e sforzi portando – nel complesso – ad una società libera. La libertà economica, quindi, è la necessaria precondizione per la libertà politica. Molti non credono tutto ciò. Ad esempio, per il filosofo napoletano Benedetto Croce, uno stato liberale può privatizzare o nazionalizzare, regolare l’economia oppure lasciare che il mercato operi secondo le sue regole; in pratica non fa del liberismo una questione di principio ma di utilità. In tale contesto, il liberismo non è altro che, come illustra Sergio Romano “un insieme di soluzioni, molto auspicabili, che l’economista, tuttavia, deve valutare con animo sgombro da pregiudizi astratti ed ideologici.”[1] Per Croce, quindi, la libertà economica non deve essere adottata in quanto buona in sé quanto piuttosto in funzione della sua utilità. Tuttavia non solo vi sono delle circostanze in cui certe soluzioni, che a fatica potrebbero essere definite “liberiste”, possano risultare meno “convenienti”; ma gli stessi stati possono essere o meno liberisti o liberali. Egli ritiene che esista da parte una “libertà del liberalismo” che è un fatto morale; mentre dall’altra che esiste una “libertà del liberismo” che è un fatto pratico: in essa vi possono essere degli effetti moralmente accettabili ma rimane in ogni caso un fatto pratico e non etico. A lui ebbe il merito di rispondere, con un saggio del 1931 intitolato – per l’appunto – “Liberismo e liberalismo”, un altro grande filosofo del panorama italiano: Luigi Einaudi. Egli, come sottolinea ancora una volta Sergio Romano,

 “nella sua discussione con Croce, ha avuto il merito di ricordare che nella libertà economica vi sono dei principi e delle virtù morali: il coraggio d’intraprendere, […] il desiderio di battere il concorrente in un campo di gioco in cui una delle due squadre non debba giocare in salita o avere il sole negli occhi […]”[2].

In tal senso è vero che in alcuni casi, come sosteneva Croce, vi possa essere una distinzione tra libertà economica e libertà politica, la storia è piena di esempi che sembrano confermare tale teoria: dal Cile di Augusto Pinochet alle moderne autocrazie cinese e russa. Tuttavia è anche vero che quando viene lasciato operare, anche se in modo incompleto, il mercato crea una serie di “bisogni, interessi e curiosità che allargano progressivamente la sfera delle libertà individuali”.   Quella che per Croce era una libertà solo “spirituale” allora è anche una libertà materiale e per questo aveva ben ragione il filosofo di Carrù quando disse che:

“Fa d’uopo dare all’uomo la sicurezza della vita materiale perché egli sia veramente libero nella vita civile e politica, perché egli si senta davvero uguale agli altri uomini e libero dall’obbligo di ubbidire ad essi nella scelta dei governanti, nella manifestazione del pensiero e delle credenze. La libertà economica è condizione necessaria della libertà politica”[3]

Tutti gli individui – anche in una società di mercato – pianificano: gli imprenditori, con il calcolo economico, pianificano le loro produzioni e i consumatori pianificano i loro piani di consumo; la questione diventa dunque: chi pianifica per chi? Ogni membro della società per sé stesso, o un governo per tutti? Dunque l’alternativa è libertà contro schiavitù. Il laissez faire, il libero mercato, non significa né si esplica solo nel lasciare agire forze meccaniche senz’anima; ma  consiste essenzialmente nel lasciare che ogni individuo cooperi come vuole alla divisione sociale del lavoro e che da tale contributo possa trarre benessere per sé e per i suoi cari. Inoltre, ognuno che invoca un piano invoca il suo piano. Il pianificatore vuole sfidare i desideri dei consumatori e sostituirvi la propria volontà. Qual è, in questo senso, il legame che stringe empirismo e pianificazione? Semplicemente, il fatto che lo Stato possiede (in tutto o in parte) i mezzi che esso impiega per la pianificazione implica necessariamente che non vi è un mercato per gli stessi e quindi non esistono dei prezzi che comunichino al pianificatore lo stato della domanda e dell’offerta in modo tale da consentire un’efficiente allocazione delle risorse. Senza un mercato non esistono prezzi e senza prezzi non esiste alcun modo razionale per decidere cosa produrre, come produrre e per chi produrre rendendo di fatto impossibile al manager pubblico essere sottoposto alla stessa struttura di incentivi di un privato.  Nel settore privato, l’obiettivo dell’imprenditore è di limitare i costi per ottenere il profitto più alto. Un sistema guidato dal criterio dei profitti e delle perdite comporta il più basso livello di dispendio di risorse finanziarie, ambientali e umane, perché lo spreco è in conflitto coll’interesse dell’imprenditore a ottenere un profitto. Completamente diverso è il modus operandi statale, sicché il concetto d’«investimento pubblico» non è per nulla paragonabile al corrispondente privato. Quando a pagare sono invece i contribuenti, la situazione cambia, giacché svanisce ogn’incentivo a ottimizzare le risorse. Se si riprendono le quattro categorie di spesa esposte da Milton Friedman, cioè «spendere soldi propri per interessi propri», «spendere soldi propri per interessi altrui», «spendere soldi altrui per interessi propri» e «spendere soldi altrui per interessi altrui»; le opere dello “Stato imprenditore” rientra nell’ultima, poiché si spendono soldi d’altri per una terza persona. D’altro canto, La tassazione non può essere equiparata ad un prezzo, perché – come sostenuto altrove – le tasse

“[…]non hanno nulla in comune con i prezzi, se non la loro dimensionalità (monetaria). Esse non derivano da un processo di mercato, né riflettono decisioni allocative dei proprietari delle risorse. Le imposte influiscono sui prezzi, ma non sono di per sé prezzi di mercato che misurino un trade-off economico al margine. L’assenza di mercati e diritti di proprietà impropriamente specificati generano problemi economici. L’assenza assoluta di mercati rilevanti implica, però, l’assenza di ogni capacità di acquisire le informazioni realmente necessarie per correggere il problema [dell’allocazione delle risorse[…]”.

E come ovviare, allora, a questa – in realtà incolmabile – mancanza? La “soluzione” che tappa questo enorme buco viene data dalle cosiddette “statistiche economiche”, le quali – pur essendo un abbozzo di “conoscenza” sono soggette a limiti difficilmente superabili[4]:

  • L’indagine viene effettuata su un campione, e si pone il problema della sua rappresentatività. Per passare dal campione all’intera popolazione viene posta un’assunzione cruciale: che il campione si distribuisce secondo la curva “normale”. Tuttavia tale assunzione rappresenta un puro atto di fede mai dimostrato. Dunque l’inferenza statistica, cioè le conclusioni che si traggono da alcuni dati, può essere completamente fallace. 
  •  Alcuni beni non sono rintracciabili o quantificabili e restano fuori dal calcolo del pil: ad esempio, i beni autoprodotti (es. i prodotti di un orto consumati e non venduti sul mercato; per questioni di praticità si registrano solo le transazioni monetarie), le attività a titolo gratuito (il lavoro delle casalinghe, i servizi di volontariato) e l’economia illegale e nera (di quest’ultima gli istituti di statistica riescono a determinare approssimativamente la dimensione attraverso misurazioni indirette). In un’ottica Austriaca anche il riposo, che è un bene di consumo, non viene computato nel pil. 
  •  La nascita di nuovi beni e servizi e la scomparsa di beni e servizi esistenti rendono impossibili i confronti degli aggregati (es. Pil) nel tempo, eludendo anche l’accorgimento del confronto a prezzi costanti.

 

  • Non rilevano le variazioni qualitative dei beni e dei servizi; in particolare, il corretto allineamento dei piani dei consumatori e degli imprenditori. Ad esempio, si produce molto cemento, ma manca il ferro con cui costruire la struttura portante di edifici o altre infrastrutture; in tal caso il cemento non avrebbe alcun valore, non rappresenterebbe una ricchezza in più prodotta. A livello macro potrebbe accadere che le autorità statali inducano un aumento “drogato” del Pil attraverso stimoli artificiali: in tal caso l’aumento quantitativo, di breve periodo, nasconderebbe un’assenza di coordinamento tra gli attori economici che si manifesterà nel futuro con una riduzione del Pil. Un ulteriore esempio di tale situazione è rappresentato da molte produzioni nella vecchia URSS, che poi arrugginivano o marcivano per mancanza di impieghi, perché non coordinate con le domande e le produzioni di altri settori.

 

  • La quota statale del Pil è completamente inattendibile, perché, mancando prezzi di mercato per i servizi dei funzionari pubblici, tali servizi quantitativamente coincidono con gli stipendi dei funzionari; dunque, un semplice aumento degli stipendi implica un aumento della ricchezza prodotta, il che è palesemente falso. La situazione è diversa per gli acquisti di servizi sul mercato, perché in tal caso gli acquirenti dimostrano la propria valutazione spendendo volontariamente il proprio denaro.
  • Ciò che distingue i beni capitali dai beni di consumo non sono le caratteristiche fisiche intrinseche, bensì, in coerenza con la visione soggettivista, la loro funzione specifica, cioè il fatto che rappresentano parte del piano che un soggetto ha ideato per la produzione di un bene di consumo. Ad esempio, un telaio viene prodotto perché un imprenditore tessile ne ha bisogno per realizzare il suo piano consistente nella produzione di maglioni. Un’automobile può essere un bene di consumo se viene usata per andare in campagna la domenica, ma lo stesso modello di automobile è un bene capitale di secondo ordine per un commesso viaggiatore.

Stessa cosa dicasi per gli indici dei prezzi al consumo: come il documento summenzionato illustra, anche questi indicatori soffrono di limiti invalicabili:

  •  I tipi e le qualità dei beni che costituiscono il paniere cambiano nel tempo, e dunque non è possibile il confronto. Gli stessi istituti di statistica ogni anno cambiano la composizione del paniere e il peso di ciascun bene per adeguarlo ai mutamenti dei comportamenti di spesa delle famiglie, per cui il confronto nel tempo è in una certa misura falsato.

 

  • Il paniere di beni rappresenta un “consumatore medio” che non esiste; ciascuno ha una composizione di beni personale, e dunque l’indice non può rappresentare la propria perdita (o guadagno) di potere d’acquisto. In altre parole, un paniere che resta immutato può dipendere dal fatto che un prezzo è sceso e un altro prezzo è salito; un individuo che consuma solo il primo bene e non il secondo ha aumentato il proprio potere d’acquisto, un altro individuo che consuma il secondo e non il primo lo ha peggiorato. Ad esempio l’Istat nel paniere fa pesare i generi alimentari per il 10,3%; le famiglie a basso reddito consumano una percentuale più alta di beni alimentari, dunque una aumento dei prezzi di tali beni superiore alla media rappresenta per queste famiglie un aumento del costo della vita molto maggiore rispetto a quello di famiglie con percentuali di consumo alimentare più basse.

 

  • Le medie nascondono i cambiamenti dei singoli prezzi; se i rapporti di scambio fra moneta e beni mutano, e rispetto ad alcuni beni il valore di scambio sale mentre rispetto ad altri scende, allora non possiamo dire se complessivamente il potere d’acquisto della moneta è salito o è sceso;

 

  • I costi di trasporto, le barriere istituzionali, le differenze di qualità rendono differenti i prezzi di beni simili, e ciò rende discutibile l’attività degli statistici.

 

Si vede, quindi, che dietro all’utilizzazione di “statistiche” ed aggregati quali unico fondamento delle proposizioni economiche sta null’altro che la auto-elezione degli economisti e dei politici interventisti quali Déi scesi in terra, con gli esiti autoritari che vi sono connessi. Ed è per tale ragione che tutte i collettivismi, negando la libertà economica, sono fatali per la libertà. Come diceva Mises, d’altronde, chi controlla i mezzi controlla anche i fini: è inutile la libertà di stampa, se lo Stato è padrone di tutte le cartiere. Dobbiamo chiederci, quindi, cosa significa politicamente uno Stato imprenditore che si sostituisca (anche solo parzialmente) al mercato: significa la parziale abolizione del sistema di premio del merito, del sacrificio e dello sforzo individuale; significa far vincere le gare di appalto ai mafiosi, far arrivare prima i “figli di papà” o i membri dei vari ordini e sottordini di memoria corporativistica; tutte cose – queste – che limitano di fatto il libero operare di quell’ordine tanto magnifico quanto fragile che è il mercato. Se i mercati sono ostacolati, le persone non sono in grado di scambiare e produrre liberamente, il che significa che non dispongono dei diritti insiti nella regola aurea dell’auto-proprietà con tutti i benefici che essa comporta. In questo senso è ovvio come non possa esistere, al contrario di quanto sostiene Benedetto Croce, libertà economica che non possa essere considerata premessa della libertà politica; una libertà economica che non può essere fondata su una serie di equazioni matematiche che non tengono conto dei comportamenti (spesso imprevedibili) delle persone e che quindi non possono essere utilizzate come strumento di pianificazione da parte dell’economista e/o del politico.

Con tutto questo sto dicendo che la matematica è inutile se applicata all’economia o che, in generale, il metodo empirista sperimentale sia sbagliato e quindi le sue conclusioni errate? Assolutamente no. La matematica, al contrario di quello che si potrebbe pensare, è un utilissimo strumento che ci permette di far vedere lo stadio finale di un processo che – però – non può essere descritto da essa. Le equazioni matematiche che riempiono le pagine dei libri di economia devono, per essere considerate valide rappresentazioni, essere basate su delle ipotesi che devono essere esposte verbalmente e validate a livello logico, il quale rappresenta il solo ed unico modo mediante il quale è possibile descrivere in maniera compiuta un processo economico: solo se usate così le equazioni matematiche hanno un senso usate in ambito economico senza di esse, le equazioni matematiche applicate all’economia null’altro sarebbero che degli inutili simboli che nel migliore dei casi sono incomprensibili, nel peggiore ingannevoli. Lo stesso dicasi per il metodo scientifico: non si sta negando – in questa sede – che il metodo empirista sia in toto sbagliato; semplicemente, si sostiene che esso è inadatto a consentire all’economista di raggiungere a leggi universali circa il suo ambito di studi a causa della peculiarità dell’oggetto di studi dell’economia stessa. Insomma, per dirla in parole povere, empirismo e matematica in economia sono come il vetro: da maneggiare con cura.

 Bene cari amici (keynesiani e non), dopo questa piccola passeggiata metodologica tra induzione e deduzione, empirismo e deduttivismo speriamo che ognuno di noi abbia compreso meglio le posizioni dell’altro per “disseppellire” l’ascia di guerra e tornare energicamente a dibattere sugli argomenti economici che tanto ci stanno a cuore.

 

[1] Sergio Romano (dalla prefazione di);  Benedetto Croce, Luigi Einaudi; “Liberismo e liberalismo”; p. 6; 2011 (1931 – 1948); collana “Laicicattolici – i maestri del pensiero liberaldemocratico”, edizione a cura  di RCS Quotidiani S.p.A.

[2] Ibid.; op.cit.; p. 9

[3] Da Luigi Einaudi; “Chi vuole la libertà?”, Corriere della Sera, 13 aprile 1948.

[4] Elenco tratto da: P.Vernaglione; https://www.rothbard.it/teoria/statistiche-economiche.docx

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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