Dopo una lunga sospensione invernale, vorrei riprendere questa rubrica proponendo un ciclo di riflessioni sulla relazione tra morale e democrazia; si rifletterà su alcune caratteristiche dei sistemi democratici e si esamineranno i modi in cui essi interagiscono con le conoscenze etiche dei soggetti che vi partecipano (i cittadini), allo scopo di assumere una prospettiva più disincantata del mondo politico che abitiamo. Occorre segnalare che a molti lettori le considerazioni di ampio respiro che si proporranno in questa breve riflessione preliminare potrebbero sembrare scontate, ma occorre per adesso inquadrare alcune idee generali; si vorrà dunque perdonare chi scrive se la consueta precisione terminologica verrà temporaneamente abbandonata in favore di un approccio più colloquiale, che consente di coprire in breve tempo argomenti di vastità altrimenti scoraggiante.

Politica e morale non coincidono. Potrebbe sembrare questo stesso un commento moralista, una lamentela del fatto che il pragmatico pensare ed agire del mondo politico è troppo spesso guidato da considerazioni che poco o nulla hanno a che fare con i fatti morali, che pragmatismo e necessità fattuale troppo spesso contrastano con la virtù. Non assumendo tuttavia un tono eccessivamente esasperato, questa constatazione si limita a indicare lo iato incolmabile che sembra esistere tra pensiero politico e pensiero etico: il primo, anche nelle sue forme più ideologiche o teoretiche, non può non misurarsi con la complessa relazione tra risorse, mezzi e fini; mentre l’etica, anche nelle sue forme più consequenzialiste e pratiche, si esprime in un linguaggio più filosofico, si interessa di princìpi. Già durante il rinascimento europeo Machiavelli aveva espresso questa idea con sorprendente lucidità. Eppure tra le due sussiste una relazione innegabile, in quanto se la politica interessa certe forme di azione (l’agire dei popoli, delle istituzioni, degli stati, dei monarchi), allora l’etica fornisce gli strumenti concettuali che permettono di motivare, giustificare e valutare quelle azioni. Troppo spesso questa relazione si trasforma in conflitto: la legge morale non è che un impiccio per l’azione del sovrano, e la ragion di stato avvelena il pozzo della giustizia. A seconda delle letture, il sorriso di Machiavelli si fa silenziosa rassegnazione o ghigno beffardo.

Allo stesso modo, democrazia e morale non coincidono. Questo non significa che la democrazia è immorale, ma che si tratta di due oggetti di natura profondamente diversa: in quanto scienza, si può intendere l’etica come la branca della filosofia che produce valutazioni e princìpi atti a spiegare e giustificare l’agire (sia esso individuale o collettivo); la democrazia è un processo, è una forma dell’agire politico caratterizzata per le modalità in cui i singoli percorsi operativi sono selezionati (almeno in linea di principio: vi sono molti modi in cui questo si traduce nella prassi). Naturalmente il processo decisionale democratico può coinvolgere le raccomandazioni dell’etica, e in questi casi gli esiti della politica potrebbero qualificarsi come moralmente positivi (almeno parzialmente); similmente, le scelte dei singoli attori politici (governanti o elettori ad esempio) possono essere moralmente motivate, forse perché orientate a un fine compreso come eticamente nobile, forse perché limitate da imperativi compresi come obbligazioni morali. In ogni caso queste corrispondenze tra democrazia e morale sono incidentali: l’agire politico di strutture non democratiche può essere influenzato dai princìpi etici nello stesso modo. La democrazia non sembra avere una relazione privilegiata con il bene.

Vi è tuttavia una caratteristica del processo democratico in sé che sembra avere una connotazione intrinsecamente positiva: l’agente democratico compie scelte interrogando, almeno in linea di principio, la totalità dei suoi cittadini. Si potrebbero individuare due intuizioni alla base di questa valutazione: (1) l’esclusione di un individuo da un processo decisionale riguardante fatti che lo coinvolgono è in linea di principio immorale, in quanto si può qualificare come una forma di costrizione (e quindi di violenza) nei suoi confronti; (2) la partecipazione di tutti i cittadini a un iter politico che (si assume) ben comprendono implica che quale che ne sia l’esito, questo può essere compreso come una soluzione di compromesso – tutti sono stati ascoltati, e dunque tutti dovrebbero accettare le decisioni collettive che verranno prese.

Naturalmente la questione non è così semplice, e le intuizioni appena individuate non sono che delle giustificazioni molto ingenue del sistema democratico (peraltro inteso finora in modo piuttosto semplicistico): i percorsi decisionali della democrazia possono tramutarsi troppo facilmente in meccanismi di costrizione sistematica per i gruppi (demografici o politici) meno numerosi. Si tratta invero di un problema che interessa qualsiasi forma di sistema politico: i detentori di un potere privo di vincoli, siano essi la maggioranza dei cittadini di uno stato moderno o il singolo sovrano di un regno ereditario, saranno sempre liberi di esercitare la loro autorità su tutti gli altri, e l’unico, troppo debole limite sarebbe imposto dal loro senso morale; una democrazia assoluta non è più desiderabile di una monarchia assoluta. Quali debbano essere i vincoli del potere, quali debbano essere le prerogative e le libertà dei singoli individui, è tuttavia una questione che non si colloca più nel reame della politica: è un problema essenzialmente etico.

La Teiera Celeste

La teiera di Russell, chiamata anche teiera celeste, è una metafora ideata dal filosofo Bertrand Russell per confutare l’idea che spetti allo scettico, anziché a chi le propone, l’onere della prova in merito ad affermazioni non falsificabili, in particolare in ambito religioso.

by Autori Vari

Laureato in Filosofia alla Statale di Milano, laureato magistrale in Scienze Filosofiche alla Ca’ Foscari di Venezia.

 

Giovanni Mustacciuoli

Coordina la sezione Filosofia

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