Ultimamente sono stato molto cattivo con Trump ed i suoi sostenitori politici. Li ho chiamati “statalisti”, “Liberali alla puttanesca” o “Muli al maneggio” o “finti conservatori”; e – a dire la verità – mi sono divertito a prendermi gioco di costoro e di mostrare le fallacie logiche e pratiche all’interno del loro pensiero da un punto di vista libertario. Tuttavia, il fatto che il populismo in generale sia così “di moda” ora in politica e che Trump in particolare abbia preso oltre 70 milioni di voti è un fatto con il quale – in quanto appassionato di politica – devo confrontarmi in modo quanto più distaccato ed oggettivo possibile. Lasciatemi quindi aggiungere ai miei panni dell’aspirante economista quelli del commentatore ed osservatore politico per permettermi di elaborare alcune considerazioni di carattere politico e storico sul trumpismo; considerazioni che riusciremo a fare con l’ausilio di tre grandi della Storia del Pensiero: Alexis de Tocqueville, Ludwig von Mises, José Ortega y Gasset ed Hannah Arendt.

Non prendiamoci in giro: checché ne dicano i suoi detrattori (tra i quali, da un punto libertario e conservatore, ci sono anche io), Trump – pur non essendo stato rieletto come 46esimo Presidente degli Stati Uniti d’America – ha avuto un successo strepitoso tra la popolazione: questo è il dato di fatto che ogni analisi politologica sul fenomeno Trump deve prendere come assodato. Un successo di questo tipo è dato da una serie di fattori che, nel corso del tempo, hanno contribuito alla nascita di un modello di conservatorismo come quello di Trump, che combina delle ricette di politica economica che si collocano – non prendiamoci in giro, per piacere – decisamente nello spettro politico della centre-left (salvo alcune, lodevoli, eccezioni) ma che – allo stesso tempo – sono ammantate di un certo tipo di retorica nazionalista e populista che vede nel libero commercio internazionale, nella multilateralità e nel confronto nelle appropriate sedi legali i mezzi medianti i quali promuovere gli interessi del proprio Paese nel mondo. Come ho detto, le ragioni del successo di questo modello di conservatorismo – che ha attecchito specie nelle persone della “working class” degli States (i c.d. blue collars) ed in tutti coloro che, in generale, manifestano un’avversione contro le famose “elites” contro cui Trump si è spesso schierato (dimenticandosi, forse, che lui stesso fa parte di questa “casta” di eletti, ma questo è un altro discorso) – sono molti ed eterogenei, sebbene possano essere ricondotti a tre categorie: fattori sociali, fattori politici e fattori economici. Cercherò, in questa mia analisi (che non vuole né pretende essere una presentazione esaustiva delle dinamiche di un problema ben più complesso e che quindi richiederebbe uno spazio ben più ampio di un semplice articolo di blog) di riassumere questi fattori e di trovare un “bandolo” nella matassa del trumpismo: non foss’altro per comprenderlo e – giocando sullo stesso terreno – combatterlo da una prospettiva realmente libertaria (che è ciò che spero faccianoi repubblicani nel 2024 candidando Rand Paul e Thomas Massie). Senza ulteriori indugi, quindi, cominciamo.

Come ho già detto, la prima categoria di fattori che – a mio giudizio – hanno determinato l’ascesa del trumpismo sono di carattere sociale. A causa di ragioni storiche che non è oggetto di questo scritto esaminare, gli USA si pensarono sempre come una nazione euro-americana trapiantata in altro continente; però fin dall’inizio questo nuovo Stato si presentava come una società post-rivoluzionaria nel senso che aveva un governo repubblicano, consenso dei governati, eguaglianza civile, diritti di cittadinanza democratica molto evoluti. A causa di queste caratteristiche, molti Europei (tra cui, uno su tutti, Alexis de Tocqueville) ritenevano che la democrazia americana fosse faro di speranza e modello per il futuro dell’umanità, mentre altri pensarono che l’America fosse solo una meravigliosa eccezione non comparabile con altre esperienze storiche. Quest’ultima tendenza nacque molto curiosamente all’interno defli Stati Uniti stessi, e prese il nome di “eccezionalismo americano” un tema centrale, ancor oggi, della retorica trumpiana: l’eccezionalismo americano. Ma, chiaramente, con questo termine non ci stiamo riferendo a tutta l’America (intesa, quindi, come continente) quanto – piuttosto – alla parte settentrionale, colonizzata dagli Inglesi, dai Francesi e dagli Olandesi. Per cui l’ideologia democratica che fu detta americana non celebrava l’unicità di tutta l’America quanto solo quella degli USA: è questo, in sintesi, il succo del concetto espresso nell’espressione “eccezionalismo americano”, l’idea che solo negli Stati Uniti si potessero sviluppare delle dinamiche repubblicane e democratiche, che conciliassero la Libertà Individuale (tanto cara ai Founding Fathers) con la potenza dello strumento democratico.  La società USA era quindi democratica e repubblicana, la cui forma di governo era federale e dove vigeva una separazione tra poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) molto netta con meccanismi di controllo reciproco. La sua autorità era delimitata con precisione dalla costituzione che lasciava competenze ampie ed esclusive agli Stati che a seguito dell’espansione territoriale aumentavano di numero. È esattamente questa la chiave di volta, il turning point che cominciò a cambiare le cose nel corso della Storia degli USA: la sempre maggiore espansione richiedeva un ordine che non poteva essere “decentrato” e lasciato all’autonomia dei singoli Stati Federati: l’espansione comportò quindi un accrescimento del potere del governo federale e con esso la tensione conseguente tra centro e periferia. Queste tensioni (che, combinate con un individualismo estremamente accentuato tipico della cultura statunitense, avrebbero determinato una forte disintegrazione della società americana) come magistralmente fatto notare da Tocqueville, venivano abilmente tenute a bada dai corpi intermedi, dalle “libere associazioni” e dai partiti politici, i quali rappresentavano in maniera più o meno veritiera ed omogenea una moltitudine di interessi che – riuniti sotto uno scopo politico e sociale comune – riuscivano a bilanciarsi a vicenda ed hanno assicurato una certa stabilità a livello sociale e politico. Ma le cose sono cambiate, nel corso del tempo, a causa di una miriade di eventi. Il primo è stato la Guerra Civile, in cui degli Stati (del Sud) hanno cominciato a mettere sul tavolo la questione di un Governo Federale sempre più grande e sempre più invadente, non solo a livello economico ma anche a livello politico e culturale: nella ricerca della loro autonomia, gli Stati del Sud sono stati schiacciati dalla potente macchina bellica ed industriale del Nord (che, intanto, aveva progetti ancor più centralisti e meno volti al riconoscimento dell’autonomia dei singoli Stati); nacque così un tema politico che da allora fu quasi sempre presente nelle discussioni e nei dibattiti presidenziali: il conflitto tra maggioranza ed elites. L’americano medio è una persona di tendenza naturalmente individualistica e per nulla prona all’accettazione dell’autorità; non ama “seguire la massa” e – in questo senso – è decisamente “anarchico” (sebbene nel senso “spirituale” del termine). Non è contro il fatto che esistano delle élites di per sé quanto piuttosto – da bravo individualista e meritocratico (quale, intendiamoci, sono anche io) – il fatto che queste élites siano da lui distanti, da lui distaccate, che assumono il loro potere (politico o culturale che sia) non in quanto espressione del “consenso dei governati” ma in quanto possessori di abilità e connessioni politiche tali che rendono la professione di politico più una carica ereditaria che un mestiere pubblico. Per un soggetto medio la cui forma mentis è data dall’assunzione a principio cardine del Governo capite molto bene che l’evoluzione in senso centralistico ed oligarchico della gestione della Res Publica Americana non è stata (e non è ancora) decisamente apprezzata: per lui tutto ciò rappresenta un vero e proprio tradimento dei valori su cui la sua Nazione è stata fondata e quindi non può semplicemente accettare tutto ciò. E chi sono, secondo l’elettore di Trump queste elites immeritevoli? Come scrive Angelo Codevilla (che evidenzia bene, a mio giudizio, i comportamenti dell’establishment tanto democratico quanto repubblicano):

“Nel quinto libro della “Politica”, Aristotele descrive il modo in cui le rivoluzioni spodestano i regimi che (come quello presente negli Stati Uniti) cercano di bilanciare gli interessi delle persone delle classi medio-basse con quelli dei benestanti, dei burocrati e di altri personaggi in primo piano. Dal momento che il punto di equilibrio tra istanze così diverse si sposta nel corso del tempo, il sistema che ne risulta si potrebbe trasformare senza soluzione di continuità in democrazia, oligarchia o in una sorta di monarchia. La rivoluzione che consente questa trasformazione è a malapena percettibile, a riprova del fatto che coloro che finiscono per imporsi su tutti gli altri, siano essi provenienti da classi più alte o più basse, non fanno altro che aggiungere al danno la beffa. Tuttavia, se l’attore che prende il potere distrugge i legami che hanno unito le diverse parti prima della sua rivoluzione, anche degli incidenti di percorso di entità irrilevante possono tramutarsi in un potenziale processo cumulativo di violenza che consuma ogni cosa. La descrizione che Tucidide restituisce della rivoluzione che si consumò in Cocira durante la guerra del Peloponneso è esemplificativa. La rivoluzione francese, la guerra civile spagnola e molti altri episodi del genere fanno da eco a quell’episodio. Oggi, la trasformazione verso un modello oligarchico della repubblica degli Stati Uniti sta seguendo lo stesso pattern, dal momento che essa sta diventando sempre più violenta. Aristotele, tuttavia, mostra come le oligarchie che si sono costituite in modo violento sono destinate a perire a causa della medesima violenza che le ha costruite, dal momento che esse tenderanno sempre di più a degenerare in una qualche forma di tirannia o comunque nella preminenza dei poteri di uno solo. La cosa più improbabile che avvenga è il ristabilimento di qualcosa che somigli al vecchio regime di stampo costituzionale. La Costituzione degli Stati Uniti ha messo in piedi e codificato un ragionevolmente buon sistema di bilanciamento dei poteri appartenenti ai Molti [la democrazia nelle elezioni, ndt.], dei Pochi [l’esistenza di un parlamento, ndt.] e di quelli appartenenti ad uno solo [il presidenzialismo americano, ndt.] proprio come lo avrebbe immaginato Aristotele; e ciò armando i cittadini, gli Stati Federati ed il Governo Federale (mediante il decimo emendamento) con il giusto arsenale per mantenere questo bilanciamento. Gli Autori della stessa, tuttavia, non erano affatto illusi del fatto che questa Carta Costituzionale fosse pienamente efficace nel prevenire che degli interessi particolari favorissero il formarsi di fazioni che agissero contro il comune interesse. Durante il Diciannovesimo Secolo, interessi e opinioni nel Sud e nel Nord si sono fusi in classi dominanti antagoniste che hanno combattuto la guerra più sanguinosa del secolo. Nel secolo successivo, il Ventesimo, la nozione che il buongoverno derivasse dall’expertise scientifico dei suoi componenti (di pari passo la sempre crescente identità di fatto tra il “big government” e il “big business”) rese il terreno culturale fertile per la nascita, la crescita e lo sviluppo di una classe dirigente di matrice progressista. Tra gli Anni Trenta e il primo Ventunesimo Secolo, la centralizzazione dei poteri nelle mani della summenzionata classe è stato un elemento di primaria importanza nella trasformazione degli Stati Uniti da repubblica costituzionale (quale era nel momento in cui era stata creata nel 1776-1789) ad oligarchia. La suddetta classe dominante è stata capace di trasformare il regime di stampo costituzionale degli Stati Uniti a causa del fatto che la sua partigianeria di stampo collettivista è stata capace di creare un ponte tra tutte le divisioni che esistono tra le parti del Governo Federale, gli Stati e – in generale – tra il settore pubblico e quello privato. Negli Stati Uniti, così come in qualsiasi altra parte del mondo, l’intervento del governo nell’economia e la regolamentazione delle attività privata si è tradotta sempre ed invariabilmente nella connivenza dei due. Il più grande effetto di questo fenomeno è stato il fatto che l’offuscamento dei confini di ciò che è da considerarsi pubblico e ciò che invece riguarda i privati – ossia quando il governo decide di redistribuire i compiti ed i relativi premi – ha spostato il fulcro del processo decisionale dal cittadino (che può esprimere la sua preferenza solo tramite il voto) al sistema burocratico e ad i suoi “stakeholders”. Questa operazione di ingegneria sociale delle società di stampo liberale classico è stata effettuata per la prima volta nel 1926 in Italia con la “Legge sulle Corporazioni”, la quale ha rappresentato un elemento discriminante del regime Fascista. Prima della Second Guerra Mondiale ogni Nazione Occidentale, inclusi gli Stati Uniti (grazie al “New Deal” rooseveltiano), hanno adottato la loro personale versione di questa legge. Nel 1942, il libro di Joseph Schumpeter “Capitalismo, Socialismo e Democrazia” – un’analisi neo-marxista della società – ha descritto questa oligarchia come la conseguenza necessaria della modernità. Negli Stati Uniti, tuttavia, questa oligarchia aderisce ai criteri d’analisi di Aristotele (o di Marx) solo superficialmente. È vero, come vedremo poi, che i suoi poteri hanno sempre di più accentuato la crescente identità tra potere governativo e ricchezza privata, e quindi la limitazione dell’accesso alla ricchezza a chi è politicamente connesso. Ma con il passare dei decenni, è diventato sempre più chiaro che l’appartenenza alla classe dirigente degli Stati Uniti dipende principalmente dalla condivisione delle giuste opinioni socio-politiche.  La tradizione europea che vuole come modello ideale di governo il potere detenuto da esperti va fatta risalire prima di Napoleone ed Hegel, fino ai tecno-burocrati reali. Essendo essenzialmente amorale, tale tradizione politica tratta i trasgressori semplicemente come ignoranti. Potrebbe punirli come ribelli, ma non come persone cattive. Ecco perché i fascisti, che facevano parte di quella tradizione, non sono mai diventati totalitari. Le persone, specialmente la Chiesa, rimanevano libere di esprimere opinioni diverse fintanto che si astenevano dall’opposizione aperta. La crescente oligarchia americana, tuttavia, ha sempre avuto una vena moralistica e puritana che accusa i dissidenti di essere persone cattive. Sempre di più, la classe dirigente americana, plasmata e servita da un sistema educativo fintamente meritocratico (quando in realtà sempre più uniforme), rivendica per sé l’accesso monopolistico alla verità e al bene, e fa del disprezzo morale (oltre che tecnico-intellettuale s’intende) per il resto degli americani il capo della propria identità. Questo, insieme al potere amministrativo e materiale, ha reso la nostra classe dirigente il custode di ogni sorta di beni. L’affermazione fondamentale del progressismo – che si basa sul fatto che lo stile di vita americano soffra di un’eccessiva libertà e di un’insufficiente elasticità per consentire agli esperti di programmare le vite di ognuno affinché si faccia ciò che è meglio per tutti – è la base intellettuale delle dimensioni, della ricchezza e del potere sempre crescenti dell’oligarchia. Il tema che gli Stati Uniti erano stati mal concepiti nel 1776-89 e dovevano essere ripensati è cominciato a circolare dal governo di Woodrow Wilson (1885) alle campagne di Franklin Roosevelt, John Kennedy, Barack Obama e Joseph Biden: “ascolta il scienziati!” Il punto principale della critica è stato costante: la concezione originale dell’America ha convalidato il diritto delle persone di vivere come vogliono e ha reso difficile schierarle per raggiungere gli scopi dei progressisti. Ma la critica progressista aggiunge una base morale alle sue argomentazioni: l’insofferenza del popolo americano verso le proprie modalità di vita – ricerca dell’agio privato e delle comodità, l’attenzione alle famiglie, l’osservanza religiosa ed il patriottismo – ha reso possibile ogni peccato immaginabile da un punto di vista secolare: razzismo, sessismo, avidità, ecc. Dal momento che la maggior parte degli americani sono razzisti, sessisti, non apprezzano la vera virtù o la raffinatezza (questi due elementi sono in qualche modo messi insieme); dal momento che gli americani insistono che loro sono i migliori, l’America è una società malata che ha bisogno di essere punita mediante una riduzione delle sue libertà considerate altamente nocive. Quindi, la rivoluzione che ha creato l’oligarchia americana – nonostante i marxisti contemporanei analfabeti – non ha nulla in comune con l’originale concezione democratica (nel senso aristotelico) di Karl Marx, il quale intendeva tale termine come una rivoluzione “dal basso” (ad esempio la sua Critica del 1875 del programma Gotha) oltre a “rovesciare il pilastri della casa. ” La nostra è la rivoluzione oligarchica dall’alto centrata sul partito che Lenin ha delineato in “Che cosa bisogna fare?” (1902). Questo leninismo è il modello del regime sovietico e di ogni altro regime comunista, nessuno escluso. Anche nella nostra rivoluzione tutto – sempre e ovunque – riguarda il Partito”.

Un regime change, insomma, che non è piaciuto più di tanto all’elettore americano medio e che si è concretizzato in una vittoria di un certo modello di conservatorismo che vede nella revanche dell’eccezionalismo americano, nel protezionismo e nella diffidenza verso tutto ciò che è alieno al modello trumpiano di “Americ First” i punti cardine del proprio agire politico. Come è stato possibile tutto ciò? Le ragioni di base stanno, secondo me, in quello che possiamo chiamare “mercato delle idee”; un “mercato” molto sviluppato nel mondo digitale e globalizzato in generale e – in particolare – in Nazioni come gli USA che da sempre hanno una forte componente “democratica”. In questo mercato, al contrario di quello che accade in quello economico, non è l’offerta che crea la domanda ma il contrario: è la domanda di proposte politiche che determina l’offerta delle stesse; quindi per poter capire a fondo il perché del Trumpismo dobbiamo – quindi – analizzare l’evoluzione del volksgeist statunitense, compito per il quale ci verranno in aiuto – questa volta – Hannah Arendt, Ludwig von Mises e José Ortega y Gasset. Come la Arendt faceva notare nel suo opus magnum “Le Origini del Totalitarismo”, non c’è niente di più caratteristico dei movimenti autoritari (quale possiamo tranquillamente classificare tanto Trump quanto Biden, per intenderci) se non il fatto che essi fondano il loro potere politico su tre fondamentali elementi: in primis una situazione politico-economica instabile, in secondo luogo una società non più articolata in corpi intermedi che possano farsi efficacemente portatori degli interessi dei componenti (e che quindi causano il distacco e la “atomizzazione” della società) e – terzo, paradossalmente – l’esistenza di un gruppo od élite al quale attribuire la colpa del presente status. Ma andiamo con ordine.

Che l’instabilità economica negli Stati Uniti sia una cosa presente è fuor di dubbio. Le radici del declino economico degli Stati Uniti, perlomeno dal 2008, ha delle precise cause che non ritengo che sia nell’oggetto di questo scritto indagare.  Quello che mi interessa far vedere è che uno degli effetti sociali della crisi del 2008 è stata – infatti – la frammentazione della Great Society costituitasi negli Anni Ottanta e Novanta in una formazione di tanti individui anonimi, amorfi e politicamente “grigi”; individui-massa che, proprio come Ortega y Gasset sosteneva – rappresentano a pieno la figura del “señorito satisfecho”, che dà tutto per scontato ed ignora che la condizione in cui si trova è un poco migliore a prima a causa di sacrifici fatti da altri. Un individuo-atomo, che – per una ragione o per l’altra – si sente spinto all’organizzazione politica assieme ai suoi simili pur non essendo egli stesso, per definizione, guidato da uno specifico interesse od obiettivo significativo.  Questi individui, che in tempi normali ed in società unite da una qualche comunanza di interessi sono in numero ragionevolmente esiguo, sono stati per anni etichettati come “deplorables” che – per un motivo o per un altro – non si identificano più nello establishment e ricercano quindi un loro rappresentante negli outsider, negli estremisti e nei “visionari” (termine con cui mi riferisco, sia chiaro, tanto ai Bernie Sanders ed alle Ocasio Cortez quanto ai vari Donald Trump). Citando la Arendt:

“Nell’ambito della società classista l’appartenenza a una determinata classe [o corpo intermedio, nota mia], benché non così rigida ed inevitabilmente fissata fin dall’origine come negli ordini o nei ceti feudali, era generalmente decisa dalla nascita, e soltanto il possesso di doti straordinarie o la fortuna potevano cambiarla. Lo status sociale era determinante per la partecipazione dell’individuo alla politica […]. Che la maggioranza del popolo rimanesse esclusa da questa politica come da qualsiasi organizzazione e partito, non interessava a nessuno, e ciò valeva per tutti indistintamente. In altre parole, l’appartenenza ad una classe, i limitati doveri di gruppo che ne derivavano e i tradizionali atteggiamenti verso la cosa pubblica impedivano il sorgere di una coscienza politica che desse modo a ogni cittadino di sentirsi personalmente responsabile per il governo del paese. […] Il crollo del sistema classista implicò automaticamente il sistema dei partiti, soprattutto perché questi, essendo organizzazioni di interessi, non ne avevano più da rappresentare. […] Di modo che il primo segno del tramonto non fu la diserzione dei vecchi militanti, bensì l’incapacità di reclutarne di nuovi, oltre che la perdita del tacito consenso e l’appoggio delle masse disorganizzate che, uscite all’improvviso dall’apatia, si buttarono dovunque avvertissero la necessità di manifestare la loro ostilità verso l’intero sistema”.

Non è un caso, infatti, che è proprio nei momenti di crisi (come il nostro) che le critiche a quelle che sono le più consolidate istituzioni umane come il libero mercato, la proprietà privata ed il capitalismo si fanno sempre più pressanti. Nel 1956, infatti, l’economista di Scuola Austriaca Ludwig von Mises pubblicò per la prima volta un saggio intitolato “La Mentalità anticapitalistica”, volto all’analisi sociologica e – se vogliamo – anche psicologica di quelle che sono le dinamiche che portano allo sviluppo dell’avversione al capitalismo di libero mercato da parte di molti individui. Il succo dell’analisi misesiana è che questo odio, che tanto l’uomo comune (non da intendersi, in questa sede, come un individuo astorico quanto piuttosto come un “uomo-massa” à la Ortega y Gasset) quanto all’opposto gli intellettuali, viene nutrito nei confronti del  capitalismo è frutto di alcune pulsioni umane che – sebbene comprensibili se le inquadriamo in un contesto di analisi psicologica – sono estremamente deleterie nel momento in cui esse prevalgono sulla razionalità umana alla resa dei conti, nelle questioni economiche e politiche. Come fa notare Mises stesso, infatti,

“L’autostima e l’equilibrio morale di ognuno è minacciato dallo spettacolo di quelli che hanno dato prova di una maggiora capacità e abilità. Ognuno è consapevole delle proprie sconfitte e mancanze. […]. Per com’è fatta la natura umana, ognuno è incline a sopravvalutare il proprio valore e meriti. Se in un periodo della propria vita è condizionato da fattori che altri possono trovare eccellenti, coloro che sono rimasti sul fondo della scala possono accettare questo risultato e, pur riconoscendo il loro valore, continuare a preservare la propria dignità e il rispetto di sé stessi. Ma è differente se solo il merito decide. Allora l’insuccesso li fa sentire offesi e umiliati. Odio e ostilità contro tutti coloro che prendono il loro posto diventano una conseguenza. Il prezzo e il sistema di mercato del capitalismo è quel tipo di società nella quale il merito e risultati determinano il successo o il fallimento di un uomo. Qualsiasi cosa si pensi dei pregiudizi del Moser contro il principio del merito, si deve ammettere la correttezza nel descrivere una delle preminenti conseguenze psicologiche dei perdenti. Lui ha avuto l’intuizione dei sentimenti di quelli che si sono sentiti e trovati inadeguati”[1]

Mises, poi, descrive molto bene i ragionamenti che – di solito – il nostro “deluso” fa tra sé e sé:

“Al fine di consolare sé stesso e di ripristinare la propria auto-affermazione, ogni uomo è in cerca di un capro espiatorio. Lui cerca di persuadere sé stesso che ha fallito benché non avesse colpa. Si sente per lo meno tanto brillante, efficiente e operoso quanto quelli che lo hanno messo in ombra. Sfortunatamente questo nostro nefasto ordine sociale non accorda il giusto prezzo agli uomini più meritori; premia i disonesti le canaglie senza scrupoli, i truffatori, gli sfruttatori, l’”individualismo senza freni”. Ciò che lo ha fatto fallire è la sua onestà. Lui era troppo una brava persona per sopravvivere nelle condizioni ingannevoli vera causa del successo dei suoi rivali e della loro ascesa. Nelle condizioni imposte dal capitalismo un uomo è costretto a scegliere da una parte tra virtù e povertà, e dall’altra tra vizio e ricchezza. Lui per sé stesso, grazie a Dio, ha scelto la prima alternativa respingendo la seconda”[2]

Mises stesso riconosce, però, che

“Questa ricerca di capri espiatori è una predisposizione diffusa tra le persone che vivono sotto un ordine sociale predisposto a trattare ognuno in funzione del contributo apportato al benessere dei propri concittadini, e dove ognuno è il fondatore della propria fortuna. In questo genere di società ogni membro le cui ambizioni non siano completamente soddisfatte non sopporta la fortuna di coloro a cui è andata meglio”[3].

Insomma, Mises ci mostra in maniera molto plastica che l’invidia sociale è la caratteristica degli anticapitalisti: per dirla terra terra, siccome l’uva è troppo alta allora la volpe comincia a dire che l’uva non è matura e comincia a disprezzarla per autoconvincersi che – alla fine dei conti – non ne valeva la pena di prenderla. Nel paese di Ronald Reagan, del capitalismo di libero mercato tutto questo non può essere tollerato dagli elettori, nei quali nasce quindi un sentimento di rivalsa e di sincero odio per tutto quello che rappresenta lo “establishment” di ambo le parti; un establishment visto sempre di più come corrotto ed incapace, per l’appunto, di portare le istanze della base elettorale. Come ha reagito l’establishment a questa situazione di crisi economica e sociale (di cui, let me be clear, è stato esso stesso il responsabile)? Non cercando di fare appello alle energie morali della popolazione a fare sacrifici e rimboccarsi le maniche, imboccando la via della crescita quanto – piuttosto – arroccandosi sulle sue posizioni accademiche e ignorando le richieste di riforme serie, strutturali, che ponessero il merito (e non la connessione politica, tanto a destra quanto a sinistra) al centro dell’azione politica dell’establishment.  D’altro canto, nello stato in cui si trovava la società americana al momento della grande crisi del 2008, non si poteva chiedere che la società (errata corrige: gli individui che la compongono) potesse sostenere una serie di sacrifici di questo tipo. Come argomenta benissimo Hans Hermann Hoppe, filosofo, economista e sociologo della scuola austriaca di economia, l’interventismo statale in materia di sussidi e welfare (come il sistema sanitario fintamente privato ma in realtà fortemente socializzato e collettivista degli USA) produce maggiori costi per i produttori, e dunque rende il riposo più vantaggioso del lavoro. Dal lato del beneficiario, i sussidi disincentivano dal lavoro e accentuano la dipendenza dallo Stato. Le risorse vengono trasferite dai produttori ai non-produttori, per i quali i costi del riposo vengono ridotti (ricevono un reddito senza aver lavorato per conseguirlo). In una parola: sussidiando i poveri si incentiva la povertà, premiando gli incapaci si incentiva il demerito, l’inefficienza ed il connesso conflitto sociale per la spartizione delle risorse distribuite dai governi non secondo criteri di merito ed efficienza, ma secondo mere logiche di calcolo politico. Questo rende la società divisa, debole e moralmente fiacca.

È questo il contesto in cui si è sviluppato il fenomeno Trump negli Stati Uniti e dei vari LePen, Rizzo, “Podemos” e  collettivisti tutti di ogni genere e parte politica; posti ove gli effetti delle politiche monetarie e fiscali espansive hanno ucciso la middle class e il tessuto sociale ed economico che con essa andava a braccetto (tessuto basato sulla libertà di impresa, sulla ricerca del successo e su una visione del mondo pragmatica), sostituendolo con un sistema fondamentalmente fatto di conservazione, protezionismo e sempre maggiore intervento dello Stato nelle vite e negli affari economici del cittadino. Cittadino che – a sua volta – ha continuato sempre di più a richiedere ricette stataliste in suo soccorso, oramai fiaccato moralmente e civilmente nelle intenzioni di essere un “self-made man” ed aspirando – piuttosto – al rent seeking ed al moral hazard pagato a spese del contribuente e del risparmiatore. Trump (e i populisti in genere) ha quindi colmato il gap che esisteva (ed esiste tutt’ora) tra una società fortemente statalista e un establishment incapace di proporre ed esporre soluzioni diverse dallo statalismo stesso,  facendo proprie le voci di disagio di una parte di popolazione che si era sentita tralasciata da parte sia dell’amministrazione Obama sia della “vecchia guardia” del partito repubblicano: parliamo quindi di elettori non necessariamente conservatori ma comunque svantaggiati dal progressivo smantellamento di garanzie importanti e dalla perdita di settori importanti dell’industria che, allo scopo di ricercare il summenzionato rent seeking, sono stati disposti a finanziare un soggetto che glielo avrebbe promesso in cambio di voti e supporto politico.

Donald Trump ed il populismo in generale sono un fenomeno complesso e quindi non penso – con questa analisi – di aver spiegato in modo esauriente il fenomeno. Ma è questa la visione che, in quanto economista e in quanto appassionato di filosofia mi sento di dare. Cercando di non scadere nello stesso populismo che combatto (anche) con articoli e saggi come questo, invito tutti quanti alla riflessione su questi temi che – piaccia o meno – determineranno l’esistenza o meno (un domani) della Civiltà Occidentale come l’abbiamo sinora conosciuta.

 

[1] Ludwig von Mises; “La Mentalità Anti-capitalista”; Liberty Fund, Traduzione di Gianni Cappi; https://liberalismoblog.org/la-mentalita-anti-capitalista-di-ludwig-von-mises/

 

[2] Ibid.

[3] Ibid.

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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