L’altro giorno, mentre stavo pranzando, sono incappato nella pubblicità televisiva del film ispirato al personaggio Disney “Mulan”. Incuriosito e desideroso di capire se valesse il biglietto del cinema che serve per vederlo, sono andato su internet e – da buon aspirante economista – mi sono visto tanto il budget impiegato per realizzarlo quanto gli incassi ottenuti e sono rimasto sorpreso da questi dati: ad un budget di 200 milioni di dollari si contrappongono solo 7.5 milioni di incassi; la sproporzione è decisamente evidente. Poiché “buchi” di questo tipo sono molto interessanti sotto il profilo analitico, soprattutto per gli aziendalisti come il sottoscritto, mi sono preso la briga di indagare un attimo più a fondo la vicenda.

Ho escluso a priori quella che poteva essere la causa principale, ossia un soggetto che non funziona. L’omonimo film di animazione del 1998, su cui questo film del 2020 è basato, ha complessivamente avuto un buon successo sia presso il pubblico (305 milioni di dollari contro i 90 utilizzati per realizzarlo) sia presso la critica, ottenendo presso “Rotten Tomatoes” una percentuale di gradimento dell’86%, con un voto medio – basato su 73 recensioni – di 7,5 decimi. Non male per un film di animazione, e comunque sempre meglio del film realizzato quest’anno. Una cattiva performance del film del 2020 non poteva nemmeno essere attribuita a una cattiva qualità dell’immagine e del suono, dal momento che un film con un tale budget ha sicuramente utilizzato le migliori tecnologie (analogiche e digitali) a disposizione; quindi anche in merito a questo aspetto non penso sia di “cattiva qualità”.

Escludendo quindi una qualsiasi causa legata a caratteristiche intrinseche del film in sé, da sostenitore della scuola austriaca di economia ho pensato di ricollegare queste cattive performance ad una questione di preferenze dei consumatori. Questa teoria ha cominciato a riscontrare una conferma non appena ho scoperto che l’attrice protagonista Liu Yifei ha dichiarato – nel bel mezzo delle proteste pro-democrazia del 2019 contro la legge sull’estradizione in Cina di persone arrestate a Hong Kong – di appoggiare pienamente la polizia di Hong Kong intenta a reprimere con la violenza le opposizioni pro-democrazia. Ad aggravare le cose, non solo si scopre che tra la ventina di locations cinesi in cui la Disney ha girato il film c’è anche il deserto di Mingsha Shan e la valle di Tuyuk ad est di Turpan; un luogo dove ci sono diversi campi di internamento, ma si vede anche – nei titoli di coda – che la casa produttrice ringrazia le autorità dello Xinjang, le quali sono impegnate in una purtroppo solerte repressione contro la minoranza degli Uiguri. Tutto questo è tristemente ironico, se consideriamo che le verdi colline californiane di Hollywood sono una delle roccaforti dei progressisti democratici (sì avete capito bene; gli stessi che non perdono un’occasione per rimarcare come la società occidentale – quella stessa che ha prodotto idee quali il libero arbitrio, il liberalismo, il libero mercato, lo Stato di Diritto, l’isonomia e l’isegoria che hanno prodotto uno dei più alti standard di vita di tutto il mondo – sia oppressiva; e che non fanno altro che sputare bile sul libero mercato e su chi fa profitto). Insomma, il ragionamento del liberalprogressista medio sostenitore di Joe Biden è il seguente: al diavolo i diritti umani e la democrazia e viva i profitti; ma solo se a fare ciò sono persone che hanno le nostre stesse idee. Ah i liberals, i campioni dei doppi standard.

Ma il punto di questo articolo non sono né i democratici né le loro balzane idee e doppi standards; il discorso è che – ancora una volta – il mercato (pur se regolamentato e pur se dominato da un’industria sussidiata dai generosi progressisti) ha fatto il suo lavoro. Promuovendo un messaggio di fondo sbagliato e con una policy di – passatemi il termine – “lecchinaggio” verso le autorità cinesi, la Disney ha dovuto affrontare la estremamente cruda realtà dei fatti: i consumatori (nonostante il soggetto sia stato già testato, nonostante il produttore – la Disney –  abbia impiegato le migliori tecnologie e le location più adatte a rendere bene l’ambientazione) non sono assolutamente disposti a passare sopra i diritti umani per godersi un bel film. Questo è il mercato libero, bellezza: libero mercato significa concorrenza e concorrenza significa costante impegno dei produttori alla soddisfazione dei consumatori. Questo perché è vero che vi sono dei settori (come la produzione agricola) in cui anche se la produzione manca, i fattori produttivi che la rendono possibile si mantengono; ma è altrettanto vero che vi sono molti altri settori (come quello industriale) in cui per mantenere il capitale occorre invariabilmente fare una sola cosa: soddisfare le esigenze dei consumatori e questo fatto mette a rischio capitale e profitti di coloro che producono. Perché? Perché se esistono altri produttori che vi fanno concorrenza, siete costretti a fare una delle due cose: abbassare i prezzi o, a parità di prezzo, aumentare la quantità dei prodotti. Il consumatore, infatti, è un essere esigente e non compra ciò che sa essere di bassa qualità o non conforme ai suoi gusti. Inoltre, egli, con la sua rete di relazioni sociali, costituisce il miglior agente pubblicitario del produttore verso altri individui ed è per questo che il produttore è incentivato a fornire un bene o servizio di qualità al cliente ad un prezzo contenuto. In un sistema concorrenziale, infatti, l’erogatore di un bene o di un servizio è incentivato a garantire la qualità al cliente, ad innovare e migliorare continuamente se vuole continuare a “stare sul mercato”: Questo perché il consumo di ogni unità extra di un dato prodotto fornisce meno soddisfazione della precedente e pertanto i consumatori acquisteranno un dato prodotto (faranno – cioè  sopravvivere l’azienda) solo se questo massimizzerà la loro utilità; solo se – cioè – i prezzi si abbasseranno senza che la qualità diminuisca. La forza del sistema risiede proprio nel fatto che le fortune investite nel capitale, contrariamente a quanto immaginato dall’ingenua filosofia economica dell’uomo comune, non rappresentano fonti di reddito eterne; in quanto la diffusione di conoscenza (tanto dei prodotti quanto dei produttori) consente di avere una sempre maggiore (ma mai totale) conoscenza delle condizioni del sistema in generale (per esempio di una nuova azienda o di un nuovo prodotto o di prezzi più bassi) e perciò ogni attore economico è incentivato ad industriarsi per poter “sopravvivere” alla concorrenza. Ciò vuol dire che almeno una delle due cose deve accadere: o deve aumentare la qualità di un prodotto/servizio a parità di aumento di prezzo oppure a parità di qualità (che non può essere ridotta entro un certo standard stabilito dal mercato stesso) il prezzo deve essere abbassato. I consumatori insomma, per dirla con le parole di Mises, è “sono i veri dittatori del mercato e della produzione”[1]; a questa legge nemmeno un colosso come la Disney può sottrarsi.

La vicenda della Disney e di Mulan, tuttavia, non è rilevante solo dal punto di vista economico ma anche da quello politico. Perché? Perché il boicottaggio che i consumatori hanno fatto al film della Disney dovrà necessariamente tradursi in una riduzione dei prezzi di questo film e – quindi – dei profitti derivanti dallo stesso. Questo “comunica” alla Disney che la prossima volta – invece di ricercare ipocritamente profitti ingraziandosi le autorità locali e impiegando attori che hanno degli allineamenti politici che tendono al non rispetto dei diritti umani – dovrebbe scegliere attori più “neutrali” e meno politicizzati: una perdita di profitti del genere sarebbe troppo, troppo grande da sopportare una seconda volta. Insomma, come afferma Mises, ancora una volta abbiamo di come il libero mercato sia in se stesso implicante la democrazia e la pace, in cui i sovrani sono i consumatori in ragione de fatto che “il mercato è una democrazia in cui ogni penny dà diritto ad un voto”.  Il laissez faire, il libero mercato, non significa né si esplica solo nel lasciare agire forze meccaniche senz’anima; ma  consiste essenzialmente nel lasciare che ogni individuo cooperi come vuole alla divisione sociale del lavoro e che da tale contributo possa trarre benessere per sé e per i suoi cari. Inoltre, ognuno che invoca un piano invoca il suo piano. Il pianificatore vuole sfidare i desideri dei consumatori e sostituirvi la propria volontà. Si vede dietro ciò la auto-elezione degli interventisti quali Déi scesi in terra, con gli esiti autoritari che vi sono connessi. Ed è per tale ragione che tutte i collettivismi, negando la libertà economica, sono fatali per la libertà. Come diceva Mises, d’altronde, chi controlla i mezzi controlla anche i fini: è inutile la libertà di stampa, se lo Stato è padrone di tutte le cartiere. Dobbiamo chiederci, quindi, cosa significa politicamente uno Stato imprenditore che si sostituisca (anche solo parzialmente) al mercato: significa la parziale abolizione del sistema di premio del merito, del sacrificio e dello sforzo individuale; significa far vincere le gare di appalto ai mafiosi, far arrivare prima i “figli di papà” o i membri dei vari ordini e sottordini di memoria corporativistica; tutte cose – queste – che limitano di fatto il libero operare di quell’ordine tanto magnifico quanto fragile che è il mercato. Se i mercati sono ostacolati, le persone non sono in grado di scambiare e produrre liberamente, il che significa che non dispongono dei diritti insiti nella regola aurea dell’auto-proprietà con tutti i benefici che essa comporta. In questo senso è ovvio come non possa esistere, al contrario di quanto sostiene Benedetto Croce, libertà economica che non possa essere considerata premessa della libertà politica. Concludo con una riflessione di Sergio Romano per dare sostegno alla mia riflessione:

“Einaudi, nella sua discussione con Croce, ha avuto il merito di ricordare che nella libertà economica vi sono principi e virtù morali: il coraggio di intraprendere, la voglia di un meritato successo, l’assunzione di responsabilità pubbliche, la necessità di riconoscere il merito dove si manifesta, indipendentemente dai collegamenti sociali, dalle protezioni politiche o dal colore della pelle”.

La libertà è integrale, spezzarla in “libertà economica” ed in “libertà politica” non è solo scorretto ma anche deleterio: impariamolo, o ne faremo le spese. Il mercato, quando lasciato operare, è quindi una vera e propria democrazia e – unitamente – al metodo di produzione capitalistico – rappresenta il metodo mediante il quale non solo viene promosso il benessere delle molti ma anche mediante il quale la libertà e la democrazia vengono diffuse.

 

[1] Ludwig von Mises; “I fallimenti dello Stato Interventista”, trad.it. di Enzo Grillo, Luciana Dalu, Enzo di Nuoscio, Soveria Mannelli, Rubbettino 1997,

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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