Molto spesso gli uomini politici, i dipendenti statali e i pensionati sostengono di “pagare le tasse fino all’ultimo euro”, e puntano il dito accusatore contro la presunta evasione dei lavoratori autonomi. Si tratta in realtà di un’affermazione priva di fondamento, dato che il pagamento delle tasse da parte di chi vive di spesa pubblica rappresenta una mera finzione giuridica. Tutti costoro infatti pagano le imposte solo in maniera figurativa, attraverso un artificio contabile, ma in realtà neanche un euro entra nelle casse dello stato. È ovvio infatti che se la busta paga di un funzionario statale riporta 40.000 euro di stipendio lordo e 10.000 euro di trattenute, ciò significa che egli riceve dallo stato 30.000 euro e paga zero di tasse. Lo Stato usa lo stratagemma truffaldino di indicare il lordo e il netto nella busta paga dei propri dipendenti per gettare fumo negli occhi della gente e far credere che i lavoratori pubblici e quelli privati siano trattati in maniera uguale, ma le cose non stanno così.

Nella realtà lo Stato incassa l’intero gettito dal settore privato, e lo usa per pagare le pensioni e tutti gli stipendi della pubblica amministrazione. Da un punto di vista economico, quindi, non ha senso dire che gli statali pagano le tasse, dato che sono i beneficiari della tassazione. Per avere una controprova ci si può porre questa domanda: pagano più tasse i commessi e i barbieri di Montecitorio che guadagnano 150.000 euro lordi all’anno, o gli artigiani e i barbieri sotto casa che pagano il 70 per cento di tasse sui due-tremila euro che riescono a fatturare ogni mese? È ovvio che pagano più tasse questi ultimi. Se non fosse così il governo avrebbe a sua disposizione un metodo infallibile per debellare definitivamente l’evasione fiscale e risolvere ogni problema di bilancio: assumere tutti i lavoratori autonomi come dipendenti pubblici! In verità se si comportasse in questo modo lo stato fallirebbe dopo pochissimo tempo, e questo dimostra che gli statali non pagano le tasse ma le consumano.

Lo Stato in realtà non potrebbe mai ottenere delle entrate tassando il settore pubblico, perché questo non produce utili ma solo perdite enormi, e quindi non c’è nulla da tassare. Al massimo ci sono dei buchi, anzi delle voragini, da ripianare. Se domani tutte le aziende italiane chiudessero o emigrassero all’estero, le entrate dello Stato scenderebbero ben presto a zero, e non ci sarebbero più soldi per pagare gli stipendi degli statali. La crescita del numero e dei redditi dei lavoratori privati fanno sempre aumentare le entrate dello Stato; al contrario, la crescita del numero e degli stipendi dei lavoratori pubblici fanno sempre aumentare le uscite dello Stato. L’aumento delle “imposte” a carico degli statali può al massimo determinare una riduzione della spesa pubblica, ma in nessun caso può accrescere il gettito dello stato.

Per questa ragione è paradossale che i fanatici della lotta all’evasione, dell’obbligo di scontrino, della delazione fiscale e della criminalizzazione dei lavoratori autonomi siano in gran maggioranza persone che vivono di risorse pubbliche: uomini politici, dirigenti ministeriali, burocrati, magistrati, titolari di pensioni sganciate dai contributi versati e dipendenti statali in genere. A costoro, ben più che alle partite iva, si addice la qualifica di “evasori totali”, dato che tutte le imposte a loro carico (dirette, indirette e contributi) in ultima analisi vengono pagate con i versamenti fatti dai lavoratori del settore privato. Anzi, sarebbe meglio parlare di evasori al quadrato, dato che non solo non pagano tasse, ma si mettono in tasca pure le tasse pagate da altri!

Proviamo a fare un altro esperimento mentale. Cosa succederebbe se un governo libertario azzerasse le aliquote di tutte le imposte? Alcune categorie di persone ne riceverebbero un vantaggio palpabile. Tutti i lavoratori autonomi e dipendenti del settore privato infatti triplicherebbero immediatamente i propri redditi. Ma che accadrebbe ai dipendenti statali? Anche i loro stipendi lieviterebbero verso l’alto? I primi a dubitarne, in realtà, sono gli stessi membri del ceto politico-burocratico, i quali sanno benissimo che una forte riduzione delle imposte metterebbe a rischio i loro stipendi, i loro vitalizi e le loro pensioni.

Infatti non occorrono sondaggi approfonditi per scoprire che gli uomini politici e i burocrati statali rappresentano le categorie più contrarie alla riduzione delle aliquote fiscali. Viene dunque da chiedersi: si può definire “contribuente” un soggetto che teme di subire una forte perdita economica da una riduzione delle tasse? Ovviamente no, e tutto questo rivela che il dibattito sul fisco è viziato da forti dosi di malafede: molte persone che dicono di “pagare le tasse fino all’ultimo euro” in cuor loro sanno benissimo che, nella realtà, neanche un centesimo passa dal loro portafoglio alle casse dello stato, mentre molte migliaia di euro prendono la strada opposta.

Saggi e Studi

by Guglielmo Piombini

Editore (Leonardo Facco Editore e Tramedoro), scrittore, saggista, studioso di Liberalismo e Scuola Austriaca di Economia.

Guglielmo Piombini

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