La cosa che non amo quando mi trovo a dover scrivere di questioni politiche e di attualità è che le opinioni in merito non sono (quasi) mai supportate da dati sui quali si possa lavorare. Tale mancanza è davvero grave, perché rende l’intera discussione un grande urlo di tifoserie a parti contrapposte, in cui l’atteggiamento prevalente con il quale le stesse vengono affrontate è di arroganza, ideologia e irrazionalità; sarà forse per questo che – più che di politica – amo affrontare temi economici: i numeri non mentono e con una teoria economica solida come quella di scuola austriaca essi non nasconderanno alcun segreto ai loro interpreti. Quando si parla di questioni politiche, tuttavia, la questione è totalmente diversa. Le discussioni politiche raramente si servono dei dati elaborati dalle altre discipline, vuoi perché – infervorati dal sacro fuoco dell’argomentazione o offuscati dal grigio fumo della supponenza – i partecipanti alle stesse discutono fra loro come se l’avversario fosse l’essere vivente dotato di una minor massa di materia grigia della Terra; per cui urla, ragionamento ideologico ed insulti la fanno da padrone mentre il raziocinio (che sempre dovrebbe guidare la formulazione di opinioni) ed il rispetto per l’altro (premessa ineludibile per qualsiasi discussione civile che voglia definirsi tale) se ne stanno in un angolo rannicchiati, aspettando (invano) che uno dei due contendenti se li calcoli e decida di usarli quali preziose armi nella singolar tenzone.

Immaginatevi uno scenario simile e, aggiungendoci l’isteria che la ormai quasi annuale pandemia ha diffuso nello Stivale, moltiplicate le sue conseguenze per mille ed avrete ottenuto il livello a cui si è ridotto il dibattito circa l’opportunità o meno dell’adozione delle misure di sicurezza contro il COVID-19. In questo dibattito troviamo due tifoserie, l’una contro l’altra armate, che strillano come casalinghe isteriche in preda ad una crisi di nervi le loro opinioni (più o meno supportate da dati) dimenticando le regole di un sano dibattito civile: raziocinio e rispetto. Una di queste tifoserie, che d’ora in poi chiameremo i “rigorisiti” (che hanno l’appoggio istituzionale più o meno esplicito della classe dirigente attuale) che ci vorrebbero tutti chiusi, che anelano coprifuochi, un nuovo lockdown e che ci vorrebbero imbavagliati dall’alba al tramonto: in sintesi, vorrebbero uno stato (con la “s” maiuscola, ad indicare la di questo importanza che secondo costoro l’ente pubblico monopolista della forza dovrebbe assumere nella gestione della pandemia) molto più forte di quanto non sia già. Dall’altra abbiamo invece quelli che chiameremo i “lassisti”, che vorrebbero tutto aperto, niente mascherine e nessuna misura di sicurezza perché il virus “non è pericoloso” o “è una montatura dei poteri forti”; oppure – ancora – che “le mascherine non funzionano” e quindi “non servono a nulla”. In questa categoria sono ricomprese una miriade di altre tipologie di persone tra cui molti libertari, i quali – proprio in virtù del loro essere a favore di uno stato minimo (nel mio caso, inesistente) – desiderano delle misure di sicurezza più lente e che quindi vengono spesso etichettati come “negazionisti” anche spesso da altri amanti della libertà. In un’altra occasione, dissi che in un autentico regime in cui viga la piena libertà personale come sopra definita ed in cui ognuno è proprietario assoluto di ciò che possiede a titolo originario o che produce o scambia, gli stessi meccanismi che vengono messi in atto dalle misure coercitive dello Stato – tese ad isolare i malati – verrebbero allo stesso modo prese ed in maniera più efficiente di quanto non sia stato finora fatto dalle misure statali: ogni proprietario sarebbe libero ed incentivato ad escludere dal suo territorio dei possibili malati, dopo aver effettuato i necessari test. La quarantena non solo non è in contrasto con il diritto di proprietà privata ma ne è il necessario complemento. Inoltre scrissi che se la quarantena fosse stata (e venisse effettivamente) gestita in modo decentralizzato da una serie di associazioni private, queste avranno l’incentivo a svolgere le attività di quarantena in modo pedissequo ed allo stesso tempo non invadente; allo scopo di far sì che effettivamente – nella data annunciata di conclusione – i provvedimenti sanitari necessari senza per questo limitare le attività degli individui che ad esse aderiscono. Ancora di più: sulla scia di questa esigenza, in un regime di libero mercato nascerebbero organizzazioni che si curerebbero di fornire servizi ricreativi, servizi sanitari, servizi di cura degli anziani e di reperimento delle scorte alimentari e di altro genere fino a che l’emergenza non sia passata; e dopo l’emergenza queste attività continuerebbero a fiorire in tutte quelle attività in cui c’è una domanda sufficiente per esse, mentre continuerebbero ad esistere come servizi che sostituirebbero il Welfare statale in tutti gli altri posti. Il contrario (malagestione della pandemia da un punto di vista economico e sanitario) avverrebbe (e, nei fatti, è avvenuto) con la gestione statale della pandemia, la cui inefficienza è sotto gli occhi di tutti.

Ma non è questo il mio punto di oggi. Lo scopo dell’articolo di oggi è fare chiarezza su cosa in realtà il libertario voglia dire quando si scaglia contro le misure governative, nella fattispecie quelle prese in risposta al COVID-19. Premessa: non sono un c.d. “negazionista”, uno che ritiene che il COVID-19 sia una bufala orchestrata dai “poteri forti” e tutto quello contro cui la comunità scientifica – giustamente – si scaglia. Io per primo credo fortemente nella scienza e nel metodo scientifico. Non mi colloco, quindi, tra i cosiddetti “negazionisti” per definizione: non nego né il COVID né il fatto che sia una responsabilità individuale adottare dei comportamenti consapevoli allo scopo di non intralciare la fine della pandemia.

Ma c’è un “ma”. Perché se è perfettamente vero che in qualità di ignorante (nel senso letterale del termine, ossia “colui che non conosce” una situazione o un argomento) in materia medica e virologica non posso che tacere sulle opinioni degli esperti relativamente al COVID e alle misure necessarie per contrastarlo; è allo stesso modo vero che in quanto libertario non posso state zitto e mettermi una (metaforica) mascherina quando si tratta di calpestare le libertà che sono innanzitutto inerenti qualsiasi essere umano (e quindi logicamente precedenti qualsiasi legge scritta) e poi codificate e garantite dalla nostra (neppure troppo pensata e bella, sia chiaro) Carta Costituzionale; un calpestamento che non credo che lei possa negare abbia avuto modo di essere coperto dall’esistenza di una pandemia in corso.

Sia ben chiaro: non sto negando l’esistenza del COVID-19, né sto sindacando circa l’efficacia nell’utilizzo o meno della mascherina: essendo ignorante in materia di virologia né essendo all’interno del mondo sanitario in generale, non posso dire nulla in merito né pro né contro le misure prescritte. Posso però dire con ferma convinzione che il COVID-19 è stato una grande occasione per coloro che ci comandano di calpestare qualsiasi cosa somigliasse ad un residuo di costituzionalità, parlamentarismo e stato di diritto rimasto in Italia (se mai ve ne fosse mai stata traccia alcuna). Il COVID, insomma, oltre che una pandemia di portata globale è stato per alcuni (tra cui il branco di idioti – mi passi il francesismo – appartenenti alla formazione politica recante il soprannome di “Giallorossi” ma non solo) una grande e ghiotta occasione per trovare un’emergenza da usare come specchio per le allodole a copertura di una svolta politica, economica e sociale che non credo apprezzi nemmeno lei; una svolta che – anche a costo di sembrare autoreferenziale – ci conduce dritti nella “Road to Serfdom” di hayekiana memoria. È questo, d’altronde, l’esito ultimo di uno Stato abnorme: aspettare un’emergenza per poi farne uso politico per accrescere (ancora più) la propria sfera di influenza. Nella fattispecie del caso italiano, mi riferisco in particolare a delle decisioni accentrate nelle sole mani del Primo Ministro, del suo Gabinetto e di un Soviet (pardon, “comitato tecnico-scientifico”) che a furia di controlli sui prezzi, banchi a rotelle, spesa pubblica oltre l’immaginabile e il sostenibile in cose come Alitalia e lo “Stato Imprenditore” manderà il Nostro Paese alla rovina più totale con annessa perdita di libertà non solo economiche (vera premessa per la crescita che i suddetti idioti vanno millantando) ma anche civili, che – al di là del lato geografico in cui è locata – contraddistinguono una nazione occidentale da un principato personalistico ed accentrato in stile antica Persia (o moderna Russia, se preferiste). Vero è che siamo ai prodromi di queste manovre, che si potrebbe ribattere anche che siano “provvedimenti temporanei”. Ma, come Friedman insegna, non c’è nulla di più permanente di un programma “temporaneo” del governo e lo stesso Conte, in un’intervista al Corriere della Sera ha asserito che interverrà in maniera “ponderata e solo nelle modalità ritenute necessarie e adeguate, per ottenere il contenimento del contagio”; non mancando di sottolineare che di ogni decisione verrà “reso conto ai cittadini, aprendoci al confronto con il Parlamento in modo da spiegare trasparentemente le motivazioni che ci spingono ad adottarla”, cosicché “una volta definito il quadro delle proposte, il governo le illustrerà tempestivamente al Parlamento in modo da consentire il più ampio confronto”. Quali siano i criteri specifici in base ai quali la cricca di del Premier definisca il criterio di “ponderazione” o “ampio confronto” nessuno lo sa; certo è che – citando le stesse parole di Conte – ci sarà una “rinuncia ad alcune libertà”. Anche qui, sapere quali libertà (di pensiero, di associazione, di stampa) verranno (ulteriormente) soppresse è un mistero che, francamente, non ho voglia di scoprire o che comunque non dovrebbe essere una preoccupazione di noi soli libertari ma anche (e aggiungerei soprattutto) di tutti i cittadini senza distinzione alcuna.

Ed ammettiamo che tali misure siano necessarie perché gli italiani siano di base persone molto lassiste in termini di rispetto delle regole (cosa, questa, vera nella misura in cui le regole stesse siano spesso e volentieri molte ed inutilmente asfissiante). Ciò non toglie che l’uso politico della pandemia è stato scandaloso (dove per “uso politico” intendo anche la proroga dello stato di emergenza e degli annessi DPCM senza che vi siano gli estremi fattuali e quindi costituzionali di “necessità e urgenza” che li giustifichino visto che non siamo nella stessa situazione di Marzo, dove forse – e sottolineo forse – delle misure più stringenti avevano un qualche fondamento fattuale e costituzionale); così come è scandaloso il dirigismo economico con cui è stata affrontata la recessione post-lockdown; il tutto condito da una mancanza di un sistema di “pesi e contrappesi” e di un assordante silenzio della corte costituzionale circa la trasparenza del governo e delle decisioni prese dallo stesso (questione dei verbali secretati e resi noti con molti omissis solo dopo enormi pressioni della Fondazione Luigi Einaudi docet), che ha reso possibile tutta questa situazione.

Inoltre, vengono tralasciati i danni economici e sociali che i Giallorossi ed i rigoristi propugnano: se i lavoratori non producono non possono risparmiare la parte di quel reddito che avrebbero guadagnato dalla loro attività, ma se nessuno  risparmia allora nessuno investe e la strada verso il declino è imboccata. Per parafrasare il neokeynesiano Samuelson – che usò l’espressione in  riferimento alla legge dei vantaggi comparati di Ricardo – la legge di Say è una di quelle leggi di ferro “vere e non e ovvie”; il lockdown delle economie ce lo ha solo ricordato. Inoltre, bisogna fare un’ulteriore considerazione: è assolutamente ipocrita tenere tutto chiuso a causa della pericolosità del virus per la semplice ragione che – molto probabilmente – una fetta importante della popolazione è stata già infettata; molti, probabilmente, sono stati infettati e non lo sanno perché asintomatici o paucisintomatoci ed il loro sistema immunitario ha fatto il suo lavoro evitando loro l’esperienza in terapia intensiva. Ma queste sono considerazioni da lasciare ai virologi e agli statistici; gli economisti come il sottoscritto si limitano ad enunciare le leggi economiche ed il loro funzionamento e quello che ci dice la legge economica più importante – la legge degli sbocchi di Jean Baptiste Say – è che se vogliamo crescere dobbiamo produrre (e soprattutto risparmiare affinché gli imprenditori possano investire le risorse non consumate nei processi di produzione che assicurano una maggiore produttività); e – nell’epoca della pandemia – dobbiamo farlo in sicurezza e con il minor onere possibile per le imprese. Forse l’economia e la capacità di generare ricchezza (che si ripercuote sul tenore di vita e la condizione psicologica di molte persone) valgono di meno delle “misure adeguate e necessarie” prese in una supposta (e mai effettivamente realizzata) trasparenza? Francamente, penso di no; lascio al lettore la sua personale conclusione da trarre.

In sintesi, i libertari – perlomeno quelli realisti e ragionevoli, che cioè affidano al metodo scientifico le valutazioni mediche e lasciano al metodo prasseologico quelle politiche ed economiche, non sono “negazionisti” antiscientifici: sono amanti della libertà e confondere le due cose – per citare Boldrin in un suo recente dibattito con il “virologo superstar” Burioni –  vuol dire essere profondamente in malafede.

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

Share This

Share This

Share this post with your friends!

%d bloggers like this: