Non bisogna mai confrontarsi con i socialisti, è tempo sprecato. Quegli stessi attimi che noi utilizziamo per ribattere alle loro assurdità, e lo dico senza timore, possono essere utilizzati per qualcosa di più costruttivo e di più interessante. Ora, i collettivisti credono ( a torto) di sapere tutto.
Sono in ogni occasione dei famelici camaleonti. Si spacciano per artisti, intellettuali (rigorosamente radical), filosofi, economisti, letterati, tutti contraddistinti da un snobbismo patologico ed esasperato.
Da buoni statalisti, idolatrano lo Stato, la collettività, il generale che sovrasta il particolare, il singolo e l’unicità della persona umana. Vivono in un piccolo mondo fatto di castelli di carta fragili e inconsistenti. Hanno quel gusto per la polemica, per l’effimero e per la saccenza (un completamento in comune con le femministe), che darebbe fastidio pure al diavolo nella profondità degli inferi.
Più volte mi sono trovato a discutere con i collettivisti. Sentirli “argomentare” ti conduce inevitabilmente a metterti le mani tra i capelli. Partendo dal presupposto che loro si credono onniscienti, ho sempre contestato le loro “teorie” più “divertenti”: dalla concezione dello Stato paternalista, all’assistenzialismo, per poi approdare alla critica del capitalismo su basi fallaci. Quando invogli un collettivista ad argomentare le loro affermazioni totalmente strampalate, la risposte sono al limite della follia: “l’ho letto nei libri per alcuni esami di economia”; l’ha detto Keynes nella Teoria generale”; “l’ha scritto Marx”. A che sono serviti pensatori come Kant, Hume, Von Hayek, Von Mises e Rothbard, se poi siamo costretti ad udire tali scempiaggini?
Ma è quando parlano del loro “amato” Keynes, che riescono a dare il meglio di sé. Lo Stato, secondo i keynesiani (la faccio molto semplice) dovrebbe intervenire in ogni momento per “stimolare” la domanda aggregata, per “correggere” le “distorsioni” del libero mercato, e “moltiplicare” in questo modo il reddito e la ricchezza nazionale. I fallimenti keynesiani sono ormai accettati a dismisura dalla comunità degli economisti più preparati. Rimane il fatto che l’ipse dixit, riferito ad autori come Marx e Keynes, sia la regola accettata dai più.
Non basta che una teoria l’abbia espressa il “professorino di Cambridge” o il “barbuto comunista” per essere vera. Ci vuole molto di più. Ci vogliono dati, numeri, effetti, premesse e conseguenze, frutti di un ragionamento corretto . Ci vuole deduzione e preparazione, oltre all’innata capacità di guardare in faccia con onestà intellettuale alla realtà. Ma d’altronde a causa dell’egemonia di Gramsciana memoria, ereditata con i motti di quei parassiti del ‘68, la nostra cultura è in mano a dei “barbari” altamente incompetenti, a degli intellettualoidi cialtroni senza scrupoli e senza onestà intellettuale. Individui che, in un vero sistema di libero mercato, non saprebbero reggere la competizione con i più preparati e, di conseguenza, non avrebbero il diritto di esprimersi.
Il mio consiglio non può essere che uno solo: non discutete con i collettivisti e, per modernizzare il discorso, con i covidioti!

Le nostre ragioni

by Adalberto Ravazzani 

Questa rubrica curata da Adalberto Ravazzani raccoglie le “nostre” ragioni. Le ragioni libertarie e liberali che si ispirano ai principi di un liberalismo allargato che mette al centro l’individuo e considera inviolabile la sua libertà.

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