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Rieccoci qua signori, dopo un buon mesetto in cui pensavo che certe questioni fossero morte e sepolte i fatti di mercoledì scorso hanno riacceso una polemica in cui il sottoscritto è stato immancabilmente accusato di essere un – cito letteralmente “traditore comunista”, uno di quelli che vuole il ritorno dell’URSS e dei piani quinquennali, di essere dalla parte di un soggetto per il semplice fatto di non supportarne un altro arrivando persino a paragonarmi a Maduro. Come avrete sicuramente capito, mi sto riferendo ai fatti avvenuti al Capitol Hill, in cui dei “manifestanti” (credetemi che sto facendo una estrema fatica a chiamarli così, ma il mio essere liberale impone un certo rispetto per coloro che non la pensano come me, anche se costoro non ne hanno – a quanto pare – avuto) hanno preso d’assalto la sede ufficiale dei due rami del Congresso degli Stati Uniti d’America (Senato e Camera dei Rappresentanti). Al di là dei fatti, sui quali spetta alle autorità competenti di indagare e trarre le conclusioni legali, a me interessa piuttosto la reazione di una (nutrita) minoranza di certi sedicenti “liberali” o “liberali” italiani a questi fatti; una reazione che – per certi versi – mi ha lasciato decisamente sconcertato.

Sebbene, infatti, molti di coloro che appartengono a questa area politica hanno condannato più o meno fermamente queste deplorevoli azioni, molti altri (troppi) hanno invece esaltato queste gesta; come dei novelli Omero in erba, hanno celebrato in maniera eroica le “gesta” di questi pseudo-eroi, i nuovi “Achille”, “Aiace” ed “Ulisse” che hanno “combattuto per la libertà degli Americani oppressi” contro i “Fat-cats” di Washington. Altri hanno – invece – invocato l’ennesima teoria del complotto, per cui questi facinorosi altro non sono che il prodotto (alternativamente) o della malvagia “elité democratico-pluto-giudaico-massonica” oppure dei corrotti “repubblicani istituzionali”. In ogni caso la colpa è di tutti meno dei più ovvi, ossia della base elettorale di quel sottoprodotto della parte peggiore del retaggio culturale conservatore statunitense (quella reazionaria, isolazionista, contraria al libero commercio internazionale e complottista): il sobillatore populista, stampatore di conio falso, dirigista, amante del debito e della spesa pubblica, dei dazi, un insultatore di eroi di guerra e – diciamocelo pure – anche lui complottista chiamato Donald Trump. Cosa i liberali e libertari italiani abbiano trovato da difendere in un soggetto rimane a me un mistero; in effetti, ogni volta che vedo i “libbbbbbberali” per Trump penso che nelle teste (bacate) di costoro ci siano almeno due cortocircuiti neuronali, generati da una serie di impasse che nemmeno il più ferrato nella logica tra i sostenitori “libbbbbbbberali” di Trump. Il primo è la vicinanza di questi soggetti al complottismo esasperato: la colpa è dei cattivi democratici, che vogliono sovvertire l’ordine costituito e fare dell’America – invece che di un centro Bianco Anglosassone e Protestante voluto da Dio e da san Steve Bannon – il centro della lussuria, del multiculturalismo, del capitalismo senza regole e della malvagia finanza. Da quando i democratici sono diventati così ferventi sostenitori del libero mercato nessuno lo sa, ma l’importante è portare avanti il “Movimento” come lo chiamano loro; l’importante è sparare a zero sui valori della società aperta, liberale, liberista e fondata sul reciproco rispetto della proprietà privata. La vicinanza con i grillini e con le correnti complottiste italiane e non solo è disarmante, quindi non vedo altra soluzione se non quella di pensare che i libbbbbbbberali italiani siano anche fan dei Cinque Stelle: mi rendo conto che nel Paese che ha lasciato Conte e Giggino a gestire una pandemia everything is possible, ma al peggio dovrà pur esserci un limite no? Forse i libbbbbbbberali pro-Trump erano quelli che stavano dalla parte di Matteo il nazionalizzatore durante il Conte I? Spiegazione molto più plausibile, che rende molto più chiaro il motivo per cui alla fine – verdi o gialli che siano – costoro altro non sono che populisti incapaci di governare decentemente. I pro-Trump italiani, quindi, sarebbero gli eredi dei grillini in salsa “prima gli Itagliani”? Davvero tutto ciò è liberale? Of course not, ma le impasse di questi soggetti non si fermano mica qui.

Nossignori perché l’impasse maggiore nella quale i libbberali pro Trump hanno il loro grande cortocircuito è la seguente: come ho scritto in un altro articolo, per capire se Trump fosse liberale, dobbiamo chiarire sette fondamentali punti per capire se possiamo definire Trump un “liberale” (o addirittura un “libertario”):

  1. Tagliare le tasse e non tagliare le spese non è liberismo, è magica credenza che, perché se è vero che minori tasse vogliono dire minore crescita (all’importante condizione che anche i mercati subiscano il minimo di intervento possibile), è anche vero che senza un taglio delle spese (cosa che Trump non ha mai fatto) si genera debito, il quale se viene fatto comprare alla tua banca centrale all’infinito (come fa la fantomatica FED, pena la rimozione di Powell dall’incarico) non è liberismo, ma pseudo-MMT.
  2. Mettere dazi e cercare di migliorare la propria bilancia dei pagamenti nelle sue partite correnti stampando soldi (leggi: fregarsene cordialmente del dilemma di Triffin) non è liberismo, è lo stesso mercantilismo osteggiato da Adam Smith e quindi non è liberismo. Come non è liberismo, chiariamoci, gli accordi di “libero scambio” che millantano i globalisti de noantri, che pongono regole assurde alla “libera circolazione” che gli stessi millantano tanto (esempio su tutti, le varie clausole di esclusione degli scambi con paesi che praticano la loro legislazione sul lavoro più snella ed elastica di quella praticata nei paesi occidentali).
  3. Non basta tagliare il cuneo fiscale sul lavoro per essere liberista. Devi riformare il mercato del lavoro in modo strutturale, avendo come priorità il decentramento della contrattazione e la Libertà contrattuale.
  4. Stimolare l’economia con soldi a pioggia e credito facile non è liberismo. È – come si dice negli USA – Keynesismo “on steroids”.
  5. Criticare (giustamente, visto che io per primo lo faccio) il politicamente corretto dei democratici – che ha raggiunto dei livelli esasperanti – ed il loro Marxismo culturale lo si può fare in molti modi. C’è quello intelligente (che smonta una per una le loro contraddizioni in un dibattito razionale, cfr. Jordan Peterson) e quello stupido (fare il bambino capriccioso e dire “feik niusss” ogni volta che si apre bocca ed invocare l’insurrezione armata per “difendere la patria”, cfr. Trump).
  6. Essere pro-armi, anti-immigrazione e non interventista in politica estera non ti qualifica né conservatore né come libertario. Essere libertario significa ritenere giusto un set di principi che implicano sì la libertà di possedere armi, ma non solo. Essere libertari e conservatori vuol dire avere il Principio di Non Aggressione come faro, e questo significa non solo armi e non interventismo estero; ma anche e soprattutto laissez-faire interno. Nessuno dei due candidati, a mio giudizio, sostiene questi principi: chi perché (Trump) non comprende (o fa finta di non farlo) i vantaggi della libera circolazione delle persone e delle merci, chi perché (Biden) pretende di sovvenzionare gli immigrati e le nazioni povere con inutili programmi di welfare e aiuti internazionali invece di consentire agli immigrati una libertà di impresa tale che anche costoro possano – nel paese di arrivo – introdursi positivamente nel tessuto produttivo e sociale ed alle nazioni in via di sviluppo di cercare – all’interno di un framework di libero mercato – la loro strada verso la prosperità: d’altronde è molto più conveniente (politicamente) dare a qualcuno il pesce (minacciando di toglierglielo ogni volta che non ti ubbidisce) che insegnargli a pescare (e renderlo veramente indipendente, no?
  7. Fare 75 milioni di voti perché il tuo avversario fa oggettivamente schifo non ti rende automaticamente migliore: ti rende solo meno peggio; cosa molto, MOLTO diversa. In questi casi, dalle mie parti si dice “Quando altro non c’è, con la moglie bisogna andare a letto”. Dove finiremo con accontentarsi sempre del male minore? Risposta: Italia, dove i liberali/libertari contano come l’asso di coppe quando la briscola è bastoni e sono addirittura arrivati ad allearsi con forze che sfido chiunque a definire liberali (esempio del PLI alleato con FDI e di Forza Italia con Salvini a fare opposizione, sound familiar?). E questo lo hanno capito molto bene i libertari (quelli veri), i quali – come Walter Block (non un “kompagno” qualunque, come mi si potrebbe accusare di essere a me, ma un membro del Mises Institute) scrive sul Wall Street Journal – hanno strappato la vittoria al pagliaccio dal parrucchino arancione votando Dem. Sono “comunisti” e “traditori” pure loro? O è Trump ad essere impresentabile, assolutamente refrattario al dialogo con qualunque persona non la pensi come lui, facendo sì che i libertari abbiano scelto qualcuno con cui si può mediare sui temi politici ed economici e non uno che non promette mari e monti in termini di libertà e poi fa come i Dem

Trump non è liberale (come non lo è Biden of course), non mi stancherò mai di dirlo; quindi – cari Trumpini – come difendete le politiche economiche e sociali del vostro pupillo quando queste sono palesemente in contrasto con le politiche da voi (e da me) difese? Inoltre, mi permetto di farvi notare, che uno dei principi cardine del liberalismo è lo Stato di Diritto: il governo della Legge (quella con la “L” maiuscola, ossia un principio generale e astratto che è vincolante per tutti gli esseri umani e non – come potrete insinuare – la legge positiva, che anzi è deleteria per la libertà) e non degli uomini (o – peggio – di un solo uomo). Come giudicate voi l’operato di Trump, che sebbene non abbia mai esplicitamente incitato i suoi a fare quello che hanno fatto – ossia assaltare il simbolo dello Stato di Diritto, il Parlamento – ha palesemente supportato tali azioni dicendo di “marciare per far cessare il furto (delle elezioni)” rendendosi se non colpevole quantomeno complice?  A tutti costoro vorrei ricordare che, come ci insegna un grande Maestro del pensiero liberale (quello vero) italiano Luigi Einaudi, non esiste libertà economica senza libertà politica, così come non esiste libertà politica senza libertà economica. Il laissez faire, il libero mercato, non significa né si esplica solo nel lasciare agire forze meccaniche senz’anima o che gli individui possano scegliere liberamente il loro oppressore; ma consiste essenzialmente nel lasciare che ogni individuo cooperi come vuole alla divisione sociale del lavoro e che da tale contributo possa trarre benessere per sé e per i suoi cari. Inoltre, ognuno che invoca un piano invoca il suo piano. Il pianificatore vuole sfidare i desideri dei consumatori e sostituirvi la propria volontà. Si vede dietro ciò la auto-elezione degli interventisti quali Déi scesi in terra, con gli esiti autoritari che vi sono connessi. Ed è per tale ragione che tutti i collettivismi, negando la libertà economica, sono fatali per la libertà (e viceversa).  Piccola nota, doverosa per tutti coloro che mi ritengono – dopo questa mia invettiva – un “kompagno” amante di Biden. Ho 21 anni, dalla prima superiore sono conservatore Thatcheriano ed economicamente a metà tra scuola austriaca e quella di Chicago. Vicino al letto ho una bandiera a stelle e strisce e son cresciuto – nonostante la mia famiglia sia di altre tendenze politiche – a pane, Ron Paul e John Locke. Penso quindi di avere il diritto di definirmi “liberale” e non rompete le scatole con false accuse. Ed è proprio per questo il motivo per cui sono contrario alla censura di Trump: perché per quanto populista, statalista, complottista e umanamente esecrabile soggetto, Trump al pari di qualsiasi individuo possiede dei diritti di proprietà su di sé e su ciò che produce/trasforma, da cui discende la sua più completa libertà di parola, alla quale però – coerentemente con quanto affermano gli autori liberali che citavo – va correlata l’inscindibile responsabilità morale e materiale per tutti gli atti che sono necessariamente seguiti dalle sue odiose ed esecrabili (ma non per questo degne di censura) dichiarazioni; perché (al contrario di Trump e dei suoi adepti) io la libertà la considero sacra, non negoziabile né sul piano dei principi ne su quello dell’azione politica.

Quali libertari – quindi – dovrebbero difendere Trump? Quelli di Qanon, o quelli che si mettono la carta stagnola e lo scolapasta in testa? I molti (troppi) che pensano che Trump sia il Dio della Libertà sceso in terra, e che come bravi zeloti accusano tutto il mondo quando gli fai vedere che in realtà altro non è che un piccolo grande stampatore di conio fasullo, Machiavellico (non Machiavelliano, cosa ben diversa) bimbo troppo cresciuto che prima fomenta i manifestanti e poi si sorprende che gli sfuggono di mano? Se la giustificazione a questo vuol basarsi sulle (poche) bandiere con su scritto “Don’t Tread on Me” che sventolavano in piazza, vorrei avere una macchina del tempo per sentire cosa ne avrebbe pensato Washington (che per quella bandiera ha combattuto sul serio) quando consegnò pacificamente la sua presidenza dopo le elezioni. La verità è che la gloriosa bandiera di Gadsden è stata usata a sproposito da facinorosi che non ritengono che il proporre proposte concrete (a livello tanto economico quanto politico) ed il confronto civile (lo stesso che stiamo avendo io e costoro – più o meno – ) nelle istituzioni appropriate sia uno strumento per cambiare le cose; uno strumento che – coloro che difendono questi facinorosi chiamandoli in maniera molto berlingueriana (questa sì) dei “compagni che sbagliano” evidentemente sono disposti ad abbandonare in favore delle bande armate. Sono stato duro? Forse. O forse no, dipende da come si legge il fatto che gente che ama dare del comunista a me perché non appoggio soggetti che loro ritengono essere “destra” o “liberali” sulla base di considerazioni totalmente spurie ed aliene dalla realtà. Quindi, cari libbbbbbbberali pro-Trump, beccatevi questa meritatissima dose di bile, la stessa che voi avete usato con me e con tutti gli altri liberali “non Trumpiani” (ma tu guarda che devo fare questa stupidissima distinzione) quando mi (ci) avete a più riprese definito “socialista” e “comunista”; lo stesso diritto che avete voi di insultare me dandomi falsamente del comunista ho il diritto io di esercitare rispetto a voi. I miei (nostri) riferimenti culturali – che a voi piaccia oppure no – sono quelli dei liberali (quelli veri), ossia Mises, Hayek, Friedman e Goldwater: coloro che invece di “Capitalismo e Libertà” di Friedman hanno l’ultima edizione firmata dell’ultimo bestseller di Bannon che parla del Qanon e di gente che si mette lo scolapasta con la stagnola in testa si trovino un’altra definizione, se non altro per coerenza rispetto a chi – ogni volta che si definisce conservatore con la “C” maiuscola” – deve chiedere scusa per non essere associato a loschi figuri come Trump e compagnia cantante. Una questione di coerenza, prima che di rispetto. Nel caso non vogliano, conosco ottimi elettricisti per risolvere il loro corto circuito logico: cominciate – che ne so – da Friedman ed Hayek; perché alla fine – cari miei – siete sempre e solo una gran manica di socialisti, con il mito della Nazione al posto di quello del popolo e con la bandiera del fascio littorio e di una teoria complottista al posto della falce e martello.

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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