Il femminile “sovraesteso” e i giacobini del linguaggio – Carlo Lottieri
Autore: Carlo Lottieri
Il femminile “sovraesteso” e i giacobini del linguaggio
Qualche tempo fa, a Trento, l’università ha deciso che utilizzerà in qualsiasi circostanza – di fronte a donne e uomini – la forma femminile. Anche se uomo, il rettore sarà quindi la “rettrice”, e così il professore sarà la “professoressa”, e via dicendo. In sostanza s’è voluto rispondere all’uso neutro che spesso si fa del maschile (come quando ci si rivolge “a tutti voi” intendendo anche tutte le donne e le ragazze incluse nel pubblico) con una soluzione di segno opposto, ma in verità ben più radicale, dato che dovrebbe valere anche al singolare.
Tutto ciò appare assurdo, irragionevole, artificioso, forzato, ed è ben chiara la ragione del disagio che naturalmente si avverte di fronte a tutto ciò. L’uso sovraesteso del maschile, a cui spesso si ricorre quando ci s’indirizza a un destinatario misto (utilizzando insomma la forma maschile), è emerso spontaneamente: dal basso. Il fatto che molti soggetti hanno iniziato a esprimersi in quel modo ha fatto nascere questa modalità comunicativa, che comunque non nega il femminile quando ci si rivolge a una persona o a un gruppo di sesso femminile (la studentessa e le studentesse). Poiché tutto è venuto alla luce da sé, nel corso della storia, nessuno ha imposto nulla.
Al contrario, qui abbiamo a che fare con una sorta di pianificazione linguistica. Se tutto ciò “suona male” è perché non è questo l’italiano che abbiamo appreso e che, parlando e scrivendo, contribuiamo quotidianamente a modificare.
La decisione dell’ateneo di Trento, comunque, dice molto, e non solo perché è un altro passo in avanti verso la sovversione della realtà e la negazione delle evidenze. George Orwell non ha scritto un romanzo quando ha lavorato a 1984: ha scritto il testo di filosofia politica più importante del ventesimo secolo. E non a caso al centro di quel lavoro c’è la necessità per il potere di manipolare il linguaggio (la neo-lingua) e recidere ogni rapporto con il passato. Quello che oggi i sacerdoti del politicamente corretto si rifiutano di riconoscere è che non sono la stessa cosa il maschile in funzione neutra e questa autentica violenza sul linguaggio e sulla realtà compiuta da un “rettore” che vorrebbe essere chiamato “rettrice”.
Da sempre le lingue cambiano: nel lessico, nella grammatica, nella sintassi, ecc. Questo ha luogo, però, seguendo logiche spontanee e che si confermano solo grazie al tempo e all’abitudine. Quello con cui ora siamo costretti a confrontarci, invece, è un disegno dirigista in tema di linguaggio che ha pochi e non illustri precedenti nel passato: da Mustafa Kemal Atatürk (che sostituì i caratteri arabi con quelli latini) a Benito Mussolini (che pretese di abolire il “lei”). Siamo insomma dinanzi a un autoritarismo linguistico mascherato da inclusione e pluralismo.
Non è certo un caso che tutto prenda le mosse dalle università, perché in larga parte dell’Occidente esse rappresentano l’avanguardia di un disegno ideologico che si configura come un’autentica rivolta contro la natura. Prima di essere posto al centro di tante politiche pubbliche, il basic income (“reddito di base”, da garantire a tutti) è stato il punto centrale di una teorizzazione filosofico-politica degli ambienti post-rawlsiani e post-marxisti. Prima di essere tradotto in politiche sanitarie che hanno causato seri problemi ad adolescenti in varie parti dell’Occidente, l’idea che non vi sia alcun rapporto tra la nostra biologia e la nostra identità di genere è stata al centro delle teorie di filosofi e psichiatri. E via dicendo.
Non si deve guardare a questo “femminile sovraesteso” come alla semplice bizzarria di qualche burocrate d’università in cerca di esposizione mediatica. In verità, una simile proposta non sarebbe mai stata accolta e neppure avanzata se non interpretasse quella profonda sovversione del reale che domina la cultura del nostro tempo e rappresenta un puntello formidabile per il potere.
Un mondo del tutto sganciato dal passato e dalle sue radici, come vuole ad esempio la “cancel culture”, è molto più facilmente plasmabile dai potenti di turno; e se poi il linguaggio non è altro che un insieme di segni e di suoni che qualcuno ritiene di poter manipolare in modo del tutto arbitrario, è chiaro che quella che si profila dinanzi a noi è una lunga strada che conduce verso regimi del tutto illiberali.
