Le osservazioni qui contenute prendono spunto dall’articolo di Giovanni Birindelli “La deriva antiscientifica di H. H. Hoppe” (qui) scritto a commento di un recente discorso del filosofo tedesco, di cui si può trovare una traduzione al seguente link.

Devo dire che l’articolo in questione, pur basato su argomentazioni logiche, mi ha lasciato perplesso. 

Si può non essere d’accordo con Hoppe, ma credo sia eccessivo affermare che abbia avuto una deriva antiscientifica e che la sua sia una struttura di pensiero simile a quella degli statalisti; il rischio è di minarne la credibilità, e questo lo trovo non utile alla causa libertaria, che invece ha bisogno che le sue idee vengano diffuse il più possibile e che si individuino strategie attuative per provare a invertire la deriva (qui sì che il termine mi sembra appropriato) statalista in atto, in europa e non solo.

Non vedo infatti nei ragionamenti di Hoppe un sostanziale mutamento rispetto a quanto aveva già scritto nel suo libro “Democrazia il Dio che ha fallito”, né una sostanziale incoerenza con la teoria libertaria o la scuola di economia austriaca.

Ma veniamo ai due principali punti contestati: 

1. Hoppe sarebbe incongruente con gli assiomi alla base della teoria libertaria che implicano la validità universale del principio di non aggressione (NAP). Quando parla del cattivo vicino, che andrebbe rimosso fisicamente, Hoppe invalidarebbe il NAP. In particolare gli viene contestata l’idea, tipicamente statalista, che l’aggressione possa essere legittima in alcuni casi (quelli che ci piacciono) e illegittima in altri (quelli che non ci piacciono). 

2. Un’altra profonda contraddizione di Hoppe sarebbe economica in quanto egli vedrebbe nella differenza (o “eterogeneità”) un fattore di disordine. E questa visione della differenza sarebbe incompatibile con la teoria soggettiva del valore e col processo di libero scambio, in altre parole, con la scienza economica. Hoppe, inoltre,vedendo la differenza come fattore di disordine, esprimerebbe di nuovo una struttura di pensiero tipicamente collettivista. Infine, il fatto che egli ragioni in termini di gruppi di persone (p. es. quelli caratterizzati dalla stessa lingua, stessa religione, stessa cultura, ecc.), invece che di individui, sarebbe ancora tipico di una mentalità collettivista ed incompatibile con le premesse metodologiche (individualiste) della scienza economica. 

1. Violazione del NAP

Su questo punto ritengo ci sia un equivoco di fondo che sorge, per usare le parole di P. Vernaglione, “per una mancata messa a fuoco dell’ordine del discorso a cui si è attenuto Hoppe, che riguarda più la sociologia che la filosofia politica”.  

E’ vero che per un libertario l’aggressione (alla persona o alla proprietà privata) da cui ci si può difendere è solo quella che prevede l’uso della forza. E che pertanto in presenza di una posizione ostile e perfino in caso di istigazione all’aggressione, non si è autorizzati ad usare la violenza per difendersi. Tantomeno un libertario può aggredire giustificatamente gruppi di individui sulla base della loro eventuale sgradevolezza.

Ma quando Hoppe chiede di “rimuovere fisicamente” (physically remove) il cattivo vicino o chi è ostile alla libertà, Hoppe reclama il diritto di escludere, e, con riferimento al contesto in cui fa i suoi ragionamenti, tale diritto assume più la forma di una reazione ad una aggressione, piuttosto che una aggressione tel quel.

Provo a spiegarmi.

In una società libertaria sarebbe sancito il diritto da parte del proprietario di escludere o di accogliere chi vuole nella sua proprietà. I proprietari avrebbero la possibilità di definire un sistema di regole che potrebbe determinare il formarsi di comunità omogenee, proprio in virtù dell’adesione volontaria degli individui ai set di norme stabiliti dai vari proprietari. Chi non sta alle regole sarebbe allontanato, anche con la forza, senza alcuna violazione del NAP.

Noi però oggi viviamo in stati, la cui sola esistenza implica la violazione del NAP; la tassazione infatti, necessaria per la sopravvivenza dello stato, rappresenta un’aggressione alla proprietà privata. Se poi lo stato impone una convivenza forzata e impedisce il libero formarsi di gruppi omogenei, allora chi si oppone a questa situazione sta reagendo ad una aggressione, non sta aggredendo.

Non si può francamente accusare Hoppe di non conoscere la teoria libertaria, il suo meme “physical removal” rappresenta sì una posizione forte, forse non condivisibile, ma non incongruente. E’ una posizione che ha soprattutto una valenza mediatica per affermare una strategia che ha l’obiettivo di portarci da una situazione iniziale (non libertaria) e statalista verso una più desiderabile, o di evitare un peggioramento della situazione iniziale.  

Nel caso del cattivo vicino, poi, il diritto di escludere, potrebbe essere perseguito solo attraverso l’ostracismo sociale, non con la violenza.

Solo nel caso dei nemici della proprietà privata (comunisti, socialisti, ..) sarebbe invece addirittura opportuno esercitale tale diritto. In una società libertaria esso sarebbe perseguito attraverso la definizione di norme condivise tese a evitare la coabitazione con i propri nemici. In una società non libertaria (ad esempio uno stato), invece, sarebbe l’estrema ratio per rovesciare un regime totalitario di stampo comunista/socialista o fascista. Posizione su cui si può non essere d’accordo, ma non incoerente e certamente non tipica di una struttura di pensiero statalista.

Resta il fatto che per Hoppe il libertarismo non è una filosofia pacifista. Per Hoppe il libertario può, anzi deve assumere comportamenti ostili nei confronti dei nemici della libertà. Soprattutto quando si è esposti a forze politiche nemiche della proprietà privata che vogliono esercitare l’aggressione per via istituzionale.

Consideriamo infine il contesto in cui Hoppe fa questi ragionamenti, ovvero quello di un discorso alla presenza di esponenti dell’ alt-right in cui si vuole proporre una stratega libertaria per il cambiamento sociale. 

Hoppe parte da una constatazione, che viviamo in un mondo statalista in cui le nostre libertà sono a rischio, e si pone il problema di come fare per affermare con coerenza idee libertarie e salvaguardare le nostre libertà, che sono prevalentemente una conquista del mondo occidentale. Constata che per affermare idee libertarie e promuovere un cambiamento sociale è necessario la collaborazione con la politica, e che oltre all’utilizzo del rigore teorico, per veicolarne il messaggio serve anche l’uso della psicologia. Nel suo discorso quindi esamina cosa è l’ alt-right e valuta se e come essa possa diventare un alleato a questo scopo. Conclude che la strategia per affermare le idee libertarie deve partire dal basso, cercando il consenso delle masse. E conseguentemente che è necessario usare messaggi populisti che tuttavia non siano incoerenti con la teoria di base.

Uno dei messaggi populisti a maggiore trazione sulle masse oggi è costituito dal contenimento dell’immigrazione. Hoppe non è contrario all’immigrazione in quanto tale ma nel contesto attuale, caratterizzato da confini statali e ampi settori di territori pubblici, difende la legittimità della restrizione degli ingressi dall’estero. 

Scrive P. Vernaglione nello spiegare il pensiero di Hoppe: “Con suolo prevalentemente pubblico e sistemi di welfare estesi, una totale libertà di immigrazione sarebbe una catastrofe. Milioni di persone si riverserebbero in paesi come gli Stati Uniti o la Svizzera. L’argomento utilizzato per confutare la libera circolazione di persone è il seguente: mentre lo spostamento di beni e servizi da un luogo ad un altro richiede necessariamente il consenso di chi spedisce e di chi riceve, lo spostamento di una persona può avvenire senza che nessun altro lo voglia. I movimenti di esseri umani, a differenza dello scambio di merci, non sono necessariamente reciprocamente vantaggiosi, perché può mancare l’accordo di chi riceve. Gli individui, come i beni e i servizi, devono essere richiesti. Libera immigrazione per Hoppe significa allora invasione non voluta e integrazione forzata. Quanto maggiore è l’ampiezza della proprietà pubblica – strade, piazze, parchi, edifici, mezzi di trasporto – tanto maggiore è la coabitazione forzata fra l’immigrato e il residente, in quanto c’è poca proprietà privata(soprattutto della terra) a rappresentare un limite agli spostamenti interni degli immigrati. La proprietà pubblica viene in genere considerata proprietà di tutti. Tuttavia essa è diventata tale in seguito alla confisca originaria di proprietà un tempo private e successivamente grazie ai tributi sottratti ai residenti. Questi ultimi quindi hanno il maggior titolo per essere considerati simil-proprietari delle zone in cui risiedono.” (P. Vernaglione, Paleolibertarismo – il pensiero di Hans Hermann Hoppe, p. 90).

2. Diversità, scienza economica e gruppi

Hoppe non attribuisce alcun valore etico alla diversità, semplicemente ne constata l’esistenza, e ciò è perfettamente coerente con la scienza economica (ovvero la scuola austriaca di economia) che, con Rothbard, non è più avalutativa ma riconosce un valore etico alla proprietà privata e alla possibilità di disporne e scambiarla liberamente. Questo perché gli effetti inintenzionali di un mercato libero sono sempre benefici, e capaci di sfruttare al meglio le conseguenze della divisione del lavoro e di massimizzare la soddisfazione degli individui; individui che comunque perseguono fini sempre individuali e non necessariamente economici. 

Il mercato in questo senso ha una sua moralità inintenzionale. 

Questo implica che gruppi omogenei che limitino in qualsiasi modo il libero mercato, alla lunga, dal punto di vista economico sono perdenti. 

Ma questo non implica che la loro formazione non sia compatibile ad un regime libertario, dove ciò che conta è la volontà del proprietario.

Quando Hoppe afferma che 

“la pacifica coabitazione di vicini e di persone in regolare contatto diretto fra loro in un particolare territorio (un ordine sociale conviviale e tranquillo) richiede anche una comunanza di cultura: di lingua, di religione, di abitudini e di convenzioni […]. “

E ancora che 

“L’eterogeneità culturale non può esistere in uno stesso luogo e territorio senza portare a una diminuzione della fiducia sociale [social trust], ad un aumento delle tensioni e infine all’invocazione dell’“uomo forte” e alla distruzione di qualsiasi cosa che assomigli a un ordine sociale libertario”.

Non sta parlando da economista, ma da sociologo.

Non fa che parafrasare Rothbard, che fa notare che il multiculturalismo e la multietnicità forzosi non funzionano mai. 

“Escluso il caso degli Stati Uniti, nessun altro paese è stato in qualsiasi senso multiculturale o multinazionale. Ogni nazione ha tratto vantaggio da una base culturale ed etno-nazionale omogenea, e quindi efficacemente armoniosa. Ovviamente questo non significa che ogni singolo residente, ad esempio, della Svezia debba essere etnicamente e culturalmente svedese; ma che, oltre un certo livello critico, un’immissione di elementi eterogenei nella miscela svedese comincerà a lacerare la nazione. Oltre una piccola quantità, l’eterogeneità nazionale semplicemente non funziona, la nazione si disintegra in più di una nazione e diventa acuta la necessità di separarsi.” (M.N.Rothbard, The vital importance of separation, in Rothbard,Rockwell Report 5, no.4 aprile 1994 p.5.).

Il multiculturalismo non va quindi imposto. In una società libera si diffonde spontaneamente con gradualità, in una società non libera è opportuno venga dosato.

Scrive Hoppe: “I multiculturalisti dell’epoca contemporanea non riescono a vedere che esiste una profonda differenza fra un mondo con tante differenti culture e l’imposizione di quella diversità in ogni punto del mondo. E’ la differenza fra un regime di proprietà privata e un regime statalista in cui noi siamo semplicemente costretti a obbedire” (H.H.Hoppe, Austrians and the private property society – An interview with H.H. Hoppe, cit.).

Attenzione poi che il multiculturalismo che crea tensioni è quello in cui si scontrano sistemi valoriali molto diversi, o dove uno vuole imporsi sull’altro, o dove uno si considera superiore all’altro; certamente non quello dove le differenze sono formali o estetiche e le interazioni sono confinate a pacifiche transazioni commerciali. 

Non tutte le integrazioni infatti sono ugualmente problematiche, si prenda ad esempio l’immigrazione cinese, ovvero di un popolo mercantilista e imprenditoriale con una forte etica del lavoro e scarsa propensione ad imporre i propri modelli culturali, l’integrazione in questo caso è molto meno problematica di quella, ad esempio, islamica.  

Si può dire quindi che lo sviluppo economico ha alla sua base attività e transazioni commerciali eseguite volontariamente da individui che perseguono i loro fini. 

Al contrario, lo sviluppo sociale avviene attraverso l’interazione di gruppi omogenei per cultura, lingua, usi e convenzioni, che, nel tempo, tendono più o meno ad integrarsi. 

Ancora non vedo alcuna incoerenza nel pensiero di Hoppe.

 

Saggi e Studi

by Guglielmo Piombini

Editore (Leonardo Facco Editore e Tramedoro), scrittore, saggista, studioso di Liberalismo e Scuola Austriaca di Economia.

Guglielmo Piombini

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