Succede, nella notte nera dove le vacche sono nere, che non si distingua più nulla e i concetti si mescolino. Allora  forse sarebbe prudente non parlare di ciò che non si sa. Ma accadono, nella notte nera, cose che non avremmo mai potuto vedere, mai e poi mai, e non si può tacerne.

Succede che il presidente di una repubblica sull’orlo del fallimento, dimessosi il governo, sotto l’urgenza di dare l’incarico a un nuovo esecutivo che rappresenti compiutamente il paese, dichiari inutili le elezioni, anzi dannose.

“questa strada va attentamente considerata, perché le elezioni rappresentano un esercizio di democrazia” le sue parole. “Di fronte a questa ipotesi ho il dovere di mettere in evidenza alcune circostanze che oggi devono fare riflettere sulla opportunità di questa soluzione.”
Dopo aver enumerato i passi che seguono lo scioglimento delle camere e ricordato che nel 2013 sono trascorsi quattro mesi e nel 2018 cinque mesi prima di ripartire, il presidente ha constatato che si tratterebbe di lasciare il paese con un governo senza pienezza di funzioni per fare fronte alla grave situazione economica, sanitaria e sociale.
“Faccio appello alla forze in parlamento perché conferiscano fiducia a un governo di alto profilo che non debba identificarsi in alcuna formula politica.”

Ecco, nella notte nera e calda di nero letame, un proclama finalmente hoppeano. Non poteva venire che da un vecchio democristiano, aduso a tutte le verità, finalmente giunto con noncuranza alla verità ultima, che lo stato è estinto e che la sua manifestazione è giunta al termine. La democrazia, come forma del potere assoluto del popolo, è inutile se non dannosa.

Che il proclama giunga dal palazzo del potere e non dalla folla vociante dei libertari, in altre faccende affaccendati, è il segno dei tempi e l’immagine viva del presente.

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