Un argomento ricorrente dei fautori dell’interventismo statale è che la spesa pubblica aumenta la domanda per i beni e i servizi prodotti dalle aziende, e quindi stimola l’economia e accresce i redditi del settore privato. I sindacati, ad esempio, sostengono che una delle cause della crisi attuale è la contrazione dei consumi dei dipendenti pubblici dovuta al blocco salariale, che ha generato una riduzione di profitti e un conseguente aumento dei licenziamenti nel settore privato. Guai quindi a tagliare la spesa pubblica per stipendi e pensioni! L’economia del paese e i ceti produttivi ne sarebbero danneggiati.

Alcuni economisti hanno conquistato frotte di sostenitori tra i “consumatori di tasse” sostenendo questo punto di vista. Alberto Bagnai, professore associato di Politica economica alla Facoltà di Economia di Pescara, da buon keynesiano non perde occasione per illustrare le virtù taumaturgiche della spesa pubblica, compresa quella più improduttiva.    

Il forestale calabrese o siciliano, ad esempio, è sicuramente una figura inutile per la salvaguardia boschiva, ma secondo Bagnai è utilissima nella veste di consumatore: «Il forestale calabrese comprava le Fiat, quando si facevano a Torino … Tolto di mezzo il forestale … la Fiat se n’è andata a Detroit». Lo stesso discorso vale per tutti i fannulloni del pubblico impiego: «Si può essere infastiditi dal bibliotecario sonnacchioso, o dal bidello inesistente», ma sarebbe controproducente licenziarli perché «il fornaio, il mobiliere, il carrozziere, sui soldi di quelle persone ci campavano» (A. Bagnai, Debito pubblico e imprenditoria privata, Goofynomics, 23 agosto 2014).

Dunque persino i peggiori assenteisti o nullafacenti della pubblica amministrazione, pur non producendo beni o servizi, sarebbero utili all’economia per il solo fatto di consumare e di spendere lo stipendio che ricevono, perché quando vanno a far compere sostengono le imprese private e stimolano l’economia.

Nella sua difesa keynesiana del parassitismo Bagnai omette però l’aspetto decisivo della questione: il fatto che gli introiti di coloro che sono mantenuti con la spesa pubblica non rappresentano delle risorse aggiuntive create dal nulla dallo Stato, ma provengono per intero dalla tassazione dei redditi dei ceti produttivi privati. In concreto, lo Stato tassa i lavoratori del settore privato, portandogli via una quota vicina al 70 per cento del reddito prodotto, e utilizza questo gettito fiscale per pagare gli stipendi pubblici, le pensioni, i sussidi e così via. È ovvio quindi che in nessun modo i consumi degli statali, dei pensionati o degli assistiti possono “dare impulso” all’economia aumentando la domanda aggregata di beni o servizi, perché ogni euro speso da costoro è stato sottratto in precedenza, attraverso la tassazione, a un lavoratore produttivo, il quale ha dovuto ridurre nella stessa misura i propri consumi.

A ben guardare l’idea dell’utilità del consumatore improduttivo può essere ugualmente applicata ai malviventi. Secondo questa logica, infatti, anche i falsari, i truffatori, i ladri e i rapinatori, quando spendono i proventi dei loro crimini, fanno “girare” l’economia e danno alimento alle attività produttive. Se il parassitismo è benefico dal punto di vista macroeconomico, perché allora non dovremmo facilitarne la diffusione, legalizzando tutti i delitti contro il patrimonio?

Questa teoria non è solo assurda dal punto di vista economico, ma anche oltraggiosa dal punto di vista morale. Cosa c’è di più ingiusto che dividere la società in due classi, una che sgobba e paga una montagna di tasse, e l’altra dedita solo a consumare senza produrre? A coloro che continuano a sostenere il contrario gli si può fare questa proposta: «Accetto il tuo punto di vista e ti propongo quindi questo accordo: tu lavorerai tutto il giorno e alla sera mi consegnerai i tre quarti del tuo guadagno. La mattina seguente utilizzerò questo denaro per acquistare i beni e i servizi che tu produci. Ci stai?». Ovviamente, Alberto Bagnai sarebbe il primo a respingere un patto del genere, a costo di entrare in contraddizione con quello che scrive. È chiaro infatti che, alla fine di questa transazione, una parte ha lavorato gratis mentre l’altra ha consumato gratis.

            In definitiva l’idea che consumando senza produrre si possa favorire l’economia rappresenta uno dei tanti strumenti ideologici con cui i ceti che controllano l’apparato statale cercano di ingannare le loro vittime, in modo che queste si lascino confiscare i frutti del proprio lavoro senza opporre resistenza. Dal punto di vista intellettuale si tratta di un maldestro tentativo di giustificare il parassitismo e lo sfruttamento esercitato dai tax-consumers a danno dei tax-payers.

Saggi e Studi

by Guglielmo Piombini

Editore (Leonardo Facco Editore e Tramedoro), scrittore, saggista, studioso di Liberalismo e Scuola Austriaca di Economia.

Guglielmo Piombini

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