In uno dei precedenti articoli ho accennato al cosiddetto ‘problema del carrello ferroviario’ (o più semplicemente problema del carrello), un dilemma immaginario elaborato, tra le altre cose, allo scopo di osservare il comportamento di diverse teorie etiche e approcci metaetici in riferimento a una stessa circostanza ideale descritta in termini rigorosi. Nell’interessa della chiarezza e della completezza, oggi vorrei illustrare sinteticamente il dilemma del carrello, proponendone alcune possibili interpretazioni ed esaminandone un’interessante variante. Iniziamo impostando il problema.

Il dilemma del carrello, nella sua formulazione più ricorrente, è piuttosto noto: una locomotiva incapace di frenare sta sfrecciando a gran velocità lungo un percorso a rotaie, diretta verso un gruppo di cinque individui a noi sconosciuti immobilizzati sui binari; a metà strada tra la locomotiva e le cinque persone si trova un deviatoio (uno scambio) collegato a un percorso alternativo su cui è immobilizzata una singola persona a noi sconosciuta. Ci troviamo di fronte alla leva che attiva il meccanismo di scambio. Se non facciamo nulla la locomotiva continuerà sul suo percorso e inevitabilmente investirà i cinque sconosciuti, uccidendoli; se tiriamo la leva la locomotiva si immetterà nel percorso alternativo e travolgerà una sola persona. Cosa dobbiamo fare?

È probabile che la stragrande maggioranza dei soggetti interrogati su questo dilemma decidano che la cosa giusta da fare sia, in fondo, tirare la leva, sacrificando il singolo (o i pochi) per il bene e la salvezza dei molti; e invero vi sono diversi modelli teorici che giustificano una simile decisione, dalle forme più tradizionali di utilitarismo ad alcuni approcci deontologici che pongono una connotazione particolarmente negativa sull’inazione. Come sempre, però, lo scopo di un dilemma immaginario non è di ricavare una soluzione definitiva a un problema più o meno realistico, ma di portarci tramite riflessione a una comprensione più concreta (ma non necessariamente più precisa) dei nostri sentimenti, delle nostre intuizioni e delle nostre conoscenze morali.

Il problema del carrello interagisce con diverse tematiche. Probabilmente la più evidente è quella della relazione tra responsabilità e inazione, su cui occorre soffermarsi brevemente. In questo contesto il dilemma ci sta chiedendo se noi, in quanto agenti morali, siamo responsabili per il male e la sofferenza che potremmo ragionevolmente evitare (e quindi non solo per quello che causiamo più o meno direttamente): tirando la leva ci rendiamo direttamente e attivamente responsabili della morte di un individuo. Se il primo binario fosse vuoto azionare il meccanismo di scambio significherebbe commettere un grave omicidio, e similmente non azionarlo non ci porterebbe certo ad essere celebrati come eroi per aver ‘salvato’ una vita umana. Allo stesso modo, se non fossimo responsabili per il destino delle cinque persone immobilizzate sulla prima rotaia (in fondo non è certo colpa nostra se si trovano in quella terribile situazione), scegliendo di tirare la leva diventeremmo degli assassini; mentre ancora per converso, se avessimo un’obbligazione morale a evitare il male quando possibile, potremmo molto ragionevolmente scegliere di sacrificare il singolo a vantaggio dei più.

Nessuna di queste risposte è particolarmente soddisfacente, e questo potrebbe avere a che fare con un’altra importante tematica: la differenza tra valutazioni quantitative e qualitative. Le modalità con cui conosciamo il valore della continuata sopravvivenza dell’umano potrebbero essere essenzialmente qualitative, e per questo motivo non del tutto compatibili con inferenze e argomentazioni basate su un confronto quantitativo (come ad esempio la constatazione che salvare cinque vite è preferibile a salvarne una). Anche se fossimo assolutamente convinti della nostra risposta (qualunque essa sia), il dilemma del carrello ferroviario non ci presenta una scelta semplice. Ed è proprio questo il punto: volendo applicare, ad esempio, un approccio utilitarista, la scelta dovrebbe essere immediata, semplice, banale. Ma non lo è, quantomeno in relazione al nostro sentire morale.

Vorrei concludere proponendo una variante, che non ho inventato io ma che mi piace chiamare dilemma del carrello rawlsiano. L’impostazione del problema è totalmente invariata, eccetto che noi ci troviamo sotto il cosiddetto ‘velo di ignoranza’: non sappiamo quale ruolo occupiamo all’interno del dilemma – potremmo essere la persona a cui è chiesto di tirare o meno la leva, potremmo essere uno dei cinque poveretti immobilizzati sulla rotaia principale, oppure il singolo individuo bloccato sul percorso secondario. Vorremmo che la leva sia tirata?

Questa variante illustra alla perfezione perché Rawls non era a suo agio nel coinvolgere il ragionamento probabilistico all’interno del suo edificio teorico. Logicamente, visto che (probabilmente) abbiamo immediato interesse nel massimizzare le nostre chance di sopravvivenza, dovremmo sempre preferire che l’operatore attivi il meccanismo di scambio. Si tratta tuttavia di un problema che non interagisce più con la tematica della responsabilità, e che si trasforma dunque in un semplice enigma risolvibile con un confronto puramente quantitativo; un ragionamento certamente razionale, ma non morale.

La Teiera Celeste

La teiera di Russell, chiamata anche teiera celeste, è una metafora ideata dal filosofo Bertrand Russell per confutare l’idea che spetti allo scettico, anziché a chi le propone, l’onere della prova in merito ad affermazioni non falsificabili, in particolare in ambito religioso.

by Autori Vari

Laureato in Filosofia alla Statale di Milano, laureato magistrale in Scienze Filosofiche alla Ca’ Foscari di Venezia.

 

Giovanni Mustacciuoli

Coordina la sezione Filosofia

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