Ultimamente quel virus – mi si perdoni l’analogia poco felice in relazione ai tempi in cui scrivo – chiamato “socialismo”, un virus che fino a poco tempo fa sembrava confinato a pochi intellettuali di carattere marginale nel panorama culturale italiano, ha esteso la portata del suo contagio anche agli insospettabili ambienti clericali. I sintomi di questo contagio non sono solo le ultime uscite socialisteggianti del Santo Padre, ma anche molte ed innumerevoli omelie che spesso i parroci di provincia ci propinano nelle messe la domenica. Fateci caso: “incentivare i nostri governanti ad aiutare i più deboli” (ovviamente aumentando le tasse o aumentando l’indebitamento) o “condannare il profitto e chi lo ricerca”. Se avete l’impressione di aver già sentito queste frasi, tranquilli non si tratta di arti divinatorie: semplice routine a cui sono stato abituato da qualche tempo a questa parte; una routine fatta di messaggi collettivisti a sfondo pauperista.

Tuttavia non è stato sempre così. La Chiesa – cristiana in generale e Cattolica in particolare – ha avuto una grande, grandissima tradizione di pensiero che si innesta nel filone del laissez-faire a livello economico e nell’individualismo in campo politico e sociale. Cominciamo dagli inizi: settimo “non rubare” e decimo “non desiderare la roba d’altri”. Già all’interno dei dieci comandamenti troviamo due dei più importanti precetti anti-collettivisti ed a favore del libero mercato: la protezione della proprietà privata e la condanna del furto come offesa verso Dio e la condanna dell’invidia come sentimento sbagliato che conduce al desiderio di furto, frode e – in campo politico – all’utilizzazione del potere politico quale metodo utilizzato da una certa classe sociale per sottrarre ricchezza a coloro che si considerano “immeritevoli” di possederla. E chi definisce cos’è “meritevole” e chi non lo è?  Al di là di qualsiasi supposto principio “generale” scritto nelle costituzioni, infatti, ogni giudizio circa la “meritevolezza” o meno di un qualsiasi interesse è fondamentalmente soggettiva e non può essere determinata che con il giudizio del mercato in cui ogni euro, ogni centesimo guadagnato dal profitto di un produttore rappresenta la sua capacità di aver realizzato un bene/servizio di valore per il proprio prossimo ed averlo quindi aiutato a realizzare i propri fini. Cosa c’è di più cristiano di aiutare il proprio prossimo, e pretendere che questo dia qualcosa in cambio?

Ma c’è di più. Anche l’espressione “economia di mercato”, finora utilizzata per descrivere il sistema economico opposto al socialismo, è una contraddizione: il significato originario della parola “economia” è infatti quello di «amministrazione delle questioni della casa»[1]. La parola “economia” si riferisce quindi originariamente a un’idea di pianificazione autarchica: l’oikia era l’autosufficiente comunità di tipo tribale in cui tutto era minuziosamente pianificato ed in cui, per di più, non c’era distinzione fra “privato’ e “pubblico” in termini di possesso e gestione di beni. Per indicare in maniera più corretta il libero mercato, possiamo usare la parola di origine hayekiana “catallaxy” (in italiano “catallassi”), termine a cui già Mises in “Human Action” era ricorso per indicare la “scienza economica” senza essere costretti a usare la parola “economia”. Questa parola “catallassi” deriva dal verbo greco katallassein che è traducibile come  “scambiare” ma anche “accogliere nella comunità” e “trasformare il nemico in amico”. Se la mettiamo così, osserviamo come l’ordine di mercato è quell’insieme di relazioni interpersonali in cui tutti i processi prendono il via da decisioni e azioni individuali di natura libera. La moralità di queste è data dal fatto che esse non necessariamente comportano un’aggressione: non danneggiano, cioè, l’altro nei suoi beni e nella sua corporeità. Ciò è dimostrato dal fatto che i fini che spingono allo scambio volontario sono svariati e attengono alla persona nella sua interezza sia dal punto di vista sia materiale (come il voler vivere dignitosamente) sia morale (come mantenere i propri cari). La società non è il progetto della mente umana, bensì il risultato di un’evoluzione fatta di “tentativi ed errori” che hanno portato a risultati che nessuno si sarebbe mai potuto immaginare; e la società che s’è venuta a generare attraverso tale scambio è quindi il risultato d’azioni involontarie che l’uomo non poteva prevedere: è questa, in sintesi, la catallassi o riflesso di cui ci parla Hayek. Lo scambio di natura volontaria che si realizza all’interno di questo sistema, dunque, è solo apparentemente un rapporto tra cose: prima di tutto, infatti, è caratterizzato da vincoli tra persone, che tengono unita una società con un sistema di cooperazione e di scambio ma allo stesso tempo pacifica e sana competizione tra gli uomini poiché massimizza l’utilità di tutti quelli che partecipano allo scambio, perché se così non fosse le parti non lo avrebbero intrapreso. Una visione realistica e non assolutizzante dei sistemi sociali permette, inoltre, di comprendere che il mercato o il profitto non sono tutto; esistono ambiti basati sulla solidarietà e sulla gratuità. Basti pensare all’associazionismo, che occupa milioni di persone in attività di volontariato e che spazia dalla cura dei più bisognosi e dell’ambiente fino alla cultura. L’etica di una società libera e di un sistema economico di libero mercato, infatti, si basano sul riconoscimento e sulla protezione dei diritti individuali alla vita, alla libertà e alla proprietà acquisita onestamente; il tutto all’interno di un ordine sociale che non solo consenta ma anche promuova la nascita di associazioni private in competizione tra loro nell’erogazione di beni e servizi relativi alla beneficienza. La coercizione nelle relazioni umane sono ridotte al minimo, coerenti con una società pacifica di uomini liberi. Non solo questo associazionismo volontario è essenziale per i principi di una società libera, ma l’altruismo mette anche al lavoro gli stessi vantaggi della competizione per far “accrescere” i meno abbienti: il processo decisionale privato e decentrato sulla carità apre la porta a molti metodi diversi per essere provato e sperimentato e per trovare i risultati più sperati nell’aiutare gli altri e, piuttosto che delegare l’operazione ad una manciata di burocrati, molte menti individuali lavorano, collaborano e allo stesso tempo competono per risolvere questi “problemi sociali”. Inoltre, nel campo del volontariato, coloro che organizzano iniziative caritatevoli e filantropiche dipendono dalla donazione volontaria dei benefattori. Esse sono molto più efficienti del welfare statale, perché gli organizzatori e gli amministratori della beneficenza devono dimostrare i risultati dei loro successi con i proventi raccolti e se le donazioni possono continuare ad essere accessibili nei mesi e negli anni a venire; il che è dimostrabile solo se viene effettuata una selezione accorta dei soggetti a cui vengono erogati i “benefits” e quindi vengono effettivamente aiutati i soggetti meritevoli. Ciò costituisce una confutazione a tutti coloro che condannano il sistema capitalista sulla base di un’idea sbagliata di ciò che una società, basata sul mercato, è in realtà. È dunque un errore considerare queste attività come frontalmente opposte al sistema di mercato: sono complementari e il rifiuto della coercizione di matrice statale non significa sottostimare l’importanza dell’aiuto verso il prossimo. Non vedo, in tutto ciò, come vi possa essere un qualche tipo di contraddizione con il messaggio cristiano; e lo aveva ben capito Giovanni Paolo II quando scrisse che:

“L’uomo lavora con gli altri uomini, partecipando a un «lavoro sociale» che abbraccia cerchi progressivamente piú ampi. Chi produce un oggetto lo fa, in genere, oltreché per l’uso personale, perché altri possano usarne dopo aver pagato il giusto prezzo, stabilito di comune accordo mediante una libera trattativa. Ora, proprio la capacità di conoscere tempestivamente i bisogni degli altri uomini e le combinazioni dei fattori produttivi piú idonei a soddisfarli è un’altra importante fonte di ricchezza nella società moderna.”[2]

E che dire, poi, dell’accusa di “consumismo”? Direi che non possa esistere un’accusa così poco fondata come questa. Il termine stesso “capitalismo” ha in sé l’idea di accumulazione di capitale, ossia l’esatto opposto dell’etica del consumo e che presuppone – al contrario – quell’ethos borghese ottocentesco, che si menzionava in precedenza, ad un certo tipo di moralità, per dirla alla Weber, di tipo protestante, fatta di prudenza, impegno, morigeratezza; quindi di risparmio ed etica del lavoro. Piuttosto, questa compulsione ossessiva verso il consumo, questa nuova logica del consumo che diviene un

“Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane”.[3]

, non può essere ritenuto l’esito di un capitalismo tout-court; quanto l’esito naturale e il prodotto mostruoso del paradigma di Keynes che vede nel consumo e nella dissipazione la vera fonte di ricchezza. Davvero il paradosso massimo sia l’accusare il capitalismo di consumismo, sia che ancora Keynes venga considerato “capitalista”.

Ma bando alle ciance teoriche e vediamo se noi cristiani (includendovi quindi i cattolici ma non solo) siamo stati effettivamente capaci di implementare queste belle teorie; facciamolo con pochi – ma illustrativi – esempi: San Tommaso, Luis de Molina, Tomas de Mercado, Pietro di Giovanni Olivi. A titolo di esempio, questi sono solo alcuni dei nomi della prima e seconda scholastica (nonché francescani, per quanto riguarda Piero di Giovanni Olivi) che hanno anticipato molti contenuti della Scuola Austriaca come la non neutralità della moneta, il marginalismo, la difesa della proprietà privata e i ragionamenti rivoluzionari in senso liberista del termine in merito al “giusto prezzo” (famosa è la dissertazione in merito fatta da Tommaso nella Summa Theologiae”). Teoria e prassi della religione cristiana ci insegnano come il capitalismo ed il libero mercato siano insiti nel loro DNA. Evidentemente Bergoglio, e tutti coloro che negano ciò con le loro prediche collettiviste, è o poco istruito in merito (non credo) o (molto più probabilmente) è in malafede.

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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