Nella classifica mondiale della pressione fiscale complessiva sulle imprese curata dalla Banca Mondiale l’Italia figura al primo posto tra i paesi industrializzati, con un total tax rate del 64,8%. Al secondo e al terzo posto si trovano la Francia (62,7%) e il Belgio (52,4%). La Germania è al 48,8%, gli Stati Uniti al 43,9%, il Regno Unito al 32%, la Svizzera al 28,8%. Il dato incredibile dell’Italia, probabilmente sottostimato dato che vi sono aziende che finiscono per versare l’85% dei propri utili al fisco, dimostra quanto sia fuorviante il ritornello sulla “crisi” ripetuto dai politici e dai giornalisti. I problemi dell’economia italiana non nascono da una crisi congiunturale, ma sono l’ovvia conseguenza dell’aggressione fiscale al settore produttivo privato.

Le risorse che il settore pubblico requisisce al settore privato sono quasi raddoppiate dagli anni ‘90 a oggi, passando da 400 miliardi a oltre 700 miliardi. Tuttavia, lungi dal placarsi, l’isteria contro “l’evasione fiscale” è andata crescendo con l’aumentare delle entrate. Come un tossicodipendente in crisi d’astinenza che necessita di dosi sempre più alte di droga e che per reperirla diventa disposto a tutto, persino al crimine, anche lo Stato italiano è diventato tanto più esoso, intrusivo e spietato con i contribuenti quanto più le sue casse si rimpinguavano di tributi.

Per rapinare e tormentare il ceto privato produttivo la casta statale ha escogitato via via strumenti come Equitalia, il solve et repete (prima paghi poi, se hai ragione, forse ti ridiamo indietro i soldi), gli studi di settore, il redditometro, lo spesometro, le segnalazioni al 117, Serpico (il cervellone elettronico che incrocia decine di migliaia di informazioni al secondo), l’abolizione del segreto bancario, i 400mila controlli all’anno sulle piccole imprese, i blitz contro la mancata emissione di scontrini, il limite all’utilizzo dei contanti, l’utilizzo del pos per le transazioni commerciali sopra i 30 euro e l’elenco potrebbe continuare.

L’Italia è diventata in pochi anni un inferno fiscale, uno stato di polizia tributaria nel quale fare attività d’impresa è diventato impossibile o molto pericoloso. Aprire la partita IVA significa diventare un bersaglio dello stato, che può saltarti addosso con tutto il suo apparato e un po’ alla volta portarti via la tranquillità personale, i risparmi, l’attività, la casa e nei casi più tragici anche la vita.

Sfogliando le pagine economiche dei quotidiani si possono trovare appaiate quasi ogni giorno due generi di notizie: da un lato nuovi privilegi, aumenti e benefit concessi a questa o quella categoria statale; dall’altra nuove tasse, multe, sanzioni e restrizioni imposte alle categorie private. Le pagine di cronaca riportano frequenti casi di sanzioni stratosferiche a imprenditori, professionisti, artigiani o commercianti per questioni formali, e numerosi casi di totale impunità per i dipendenti statali responsabili di mancanze gravissime o addirittura reati: pare che nemmeno chi viene scoperto commettere furti o rapine sul luogo di lavoro possa essere licenziato. Queste misure discriminatorie hanno determinato una situazione fortemente sbilanciata. In nessun paese avanzato vi è una tale differenza di status tra chi è dentro e chi è fuori la pubblica amministrazione.

Fino a qualche decennio fa, invece, c’era un certo equilibrio tra le condizioni di impiego nel settore privato e nel settore pubblico. Soprattutto nelle regioni del nord il settore privato garantiva gli stipendi più elevati, tanto che, negli anni Sessanta, un operaio della Fiat guadagnava più di un preside di scuola. Oggi una situazione del genere è diventata impensabile. In Italia, come ricordava Oscar Giannino in una recente trasmissione radiofonica, la retribuzione lorda è mediamente di € 33.000 nel settore pubblico e di € 23.400 nel settore privato; in Francia è di € 35.000 nel pubblico e di € 34.000 nel privato; in Gran Bretagna è di € 34.000 nel pubblico e di € 38.000 nel privato. Anche per quanto riguarda le pensioni, in Italia quelle degli statali sono del 72 % più alte rispetto a quelle dei privati, malgrado la crescente esosità dei contributi previdenziali imposti a questi ultimi. La tendenza è chiara: nei paesi dove le imposte sono elevate le retribuzioni degli statali sono più alte di quelle dei privati, mentre l’opposto si verifica nei paesi a bassa tassazione.

Questa persecuzione fiscale delle attività private ha arricchito notevolmente le categorie che vivono di spesa pubblica, ma ha prodotto delle conseguenze rovinose sull’economia del suo complesso. Negli anni ’50 e ’60, quando le tasse erano basse e i controlli fiscali molto blandi, l’economia cresceva a due cifre e gli italiani sono passati dalla miseria al benessere; negli anni ’70 e ’80 le tasse e la spesa pubblica sono aumentate e la crescita è diminuita; negli anni ’90 e Duemila tasse e spese sono ulteriormente aumentate e la crescita si è arrestata; oggi l’imposizione fiscale e la spesa pubblica sono elevatissime, il paese è in recessione perenne e gli italiani si stanno impoverendo.

Saggi e Studi

by Guglielmo Piombini

Editore (Leonardo Facco Editore e Tramedoro), scrittore, saggista, studioso di Liberalismo e Scuola Austriaca di Economia.

Guglielmo Piombini

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