Uno degli ambiti in cui il pensiero liberale/libertario, a mio giudizio, pecca di più in termini di discussione e di promozione di proposte concrete è la politica estera. Molti sinceri amanti della libertà, infatti, sono a tal punto concentrati (giustamente, visto lo stato attuale delle economie moderne gestite in modo centralizzato) ad articolare argomentazioni sulle vicende di politica interna dal dimenticarsi che esiste una dimensione della politica stessa che coinvolge le relazioni internazionali tra due o più Stati; un ambito, questo, che – tuttavia, come dimostrerò in questo articolo –è intimamente connesso non solo con le vicende interne di politica economica ma è anche legato a doppio filo con quelle concernenti le cosiddette “libertà civili” (qui distinte da quelle economiche per fini puramente didattici). Insomma, lo scopo di questa analisi è quello di mostrare che politica interna ed estera sono intimamente connesse e che, quindi, per promuovere la libertà all’interno del proprio “giardino di casa” una delle leve che si possono utilizzare è quella di rivedere la politica adottata nei confronti degli altri “giardini” (i.e. degli altri Stati).

Partiamo da un concetto molto semplice: il principio di Non Aggressione. Questo principio ci dice che non è legittimo usare la forza per primi allo scopo di sottrarre ad altri ciò che possiedono in virtù di una loro azione di appropriazione originaria e di scambio volontario. Messa così, capiamo sin da subito che lo Stato non è altro che un grande aggressore: non riuscendo a produrre ricchezza (per ragioni che non stiamo qui a ripetere ma che sono connaturate con la natura centralistica e non market-oriented delle attività statali) lo Stato, infatti, cercherà di acquisire i mezzi con cui i privati si procurano la ricchezza attraverso una programmazione economica, la quale può avere diverse modalità (dirette, come l’azione attiva nella produzione e/o negli scambi; o indirette, come una negazione o permesso limitato di scambi e produzione). Introducendo la pianificazione anche nell’ambito economico, per soddisfare le esigenze delle sue pianificazioni, lo Stato dovrà erogare dei servizi (tra i quali i più importanti sono la difesa, la polizia e la produzione/esecuzione di legge) che sono inefficienti, in quanto non soggetti (perché negazione del) alla logica di competizione del libero scambio. Perché? Perché i pasti gratis non esistono e quindi ogni servizio, anche quello dello Stato, ha un prezzo: questo prezzo per servizi (che tenderanno ad essere scadenti, in quanto non vi è per lo Stato alcuna spinta di competizione a fare meglio – in quanto esso è uno fornitore che si è garantito attraverso le leggi da esso stesso prodotte tale esclusività sulla produzione e sull’erogazione) è solitamente detto “tassazione”; la cui natura non è dissimile a quella del furto. Essa, infatti, non è frutto di lavoro produttivo alcuno e nemmeno una transazione volontaria; poiché presuppone che la parte che paga non solo non avrebbe pagato quella somma in presenza di condizioni per lui più favorevoli, ma è anche costretta a finanziare gli arbitrari desideri (resi possibili dal controllo esclusivo sulla produzione di legge) della persona o del gruppo di persone che detengono quel potere esclusivo (la cui natura è, come dimostrato, aggressiva ed immorale). Soltanto lo Stato realizza le proprie entrate con la coercizione, minacciando pene severe qualora esse non si dovessero materializzare. Questa coercizione va sotto il nome di “tassazione”, sebbene in altre epoche sia stata definita “tributo”. La tassazione costituisce un furto puro e semplice, anche se su scala grandiosa e colossale, che nessun criminale comune potrebbe mai sperare di compiere. Si tratta di un sequestro forzoso della proprietà degli abitanti, ovvero dei sudditi, dello Stato che – quindi – altro non è che un aggressore su larga scala.

L’esistenza di aggressori di così grande entità, tuttavia, stimola una “insana competizione” per cui ognuno desidera acquisire sempre più controllo su una porzione di territorio sempre più ampia. Come Rothbard dimostra, infatti,

Nel Medioevo lo scoppio di guerre era molto basso. Prima che arrivassero le armi moderne, gli armamenti erano così pochi che i governi dovevano — e spesso lo facevano — concentrare la loro violenza, il più possibile, sull’esercito nemico. E’ vero che le tasse aumentavano, ma non c’erano stragi di civili innocenti. Nell’era premoderna, non solo la potenza di fuoco era così bassa da confinare la battaglia tra gli eserciti, ma non c’era nessuna nazione-stato centrale che potesse parlare in nome di tutti gli abitanti di un determinato territorio. Se un gruppo di re o baroni ne combatteva un altro, in quell’area non era percepito che tutti dovessero sostenere una causa o l’altra. In più gli eserciti erano formati da piccole bande di mercenari a pagamento, differentemente dalla coscrizione di massa degli eserciti schiavizzati dai loro rispettivi comandanti. Di solito, un passatempo preferito dal popolo era proprio quello di guardare la battaglia in sicurezza dai bastioni della città e la guerra era considerata come qualcosa simile ad una “sfida sportiva”. Ma con l’avvento degli Stati e delle armi di distruzione di massa moderne, il massacro di civili, come la coscrizione di massa, è stata una politica cardine della strategia bellica statale.

 

In questo contesto, c’era un sistema ben definito di regole che – come il giurista inglese F.J.P. Veale disse:

“regole si basava sul fatto che le ostilità tra persone civilizzate dovessero limitarsi esclusivamente alle forze armate che combattevano….Si ricava quindi una distinzione tra combattenti e non-combattenti stabilendo quindi che l’unico interesse dei combattenti è di combattersi a vicenda e, di conseguenza, che i non-combattenti devono essere esclusi dall’ambito delle operazioni militari.”

Ora, in relazione alla perdita di libertà interne, tutto ciò deve essere messo in prospettiva: lo scopo di questa breve analisi non è (solo) quello di categorizzare le varie posizioni in politica estera, quanto piuttosto è quello di dimostrare come quest’ultima (al contrario di quanto si pensa) influenzi in negativo la vita politica interna ad uno Stato. S’immagini, per un momento, un mondo costituito da due ipotetici paesi, che per semplicità d’astrazione verranno chiamati “A” e “B”, ognuno governato dal proprio stato. Qualora il primo paese aggredisse il secondo, da un punto di vista etico-giuridico s’avrebbero due orrori: per prima cosa il paese “A” massacrerebbe cittadini del paese “B” che sono innocenti, poiché non coinvolti (né implicitamente, né esplicitamente) in qualsiasi crimine che il paese “B” possa aver commesso. Lo Stato è un parassita che influenza il tessuto sociale di cui si nutre affinché continui a sostenerlo. In quest’ottica, la migliore strategia che ha per avvicinare a sé la classe produttrice è la paura d’invasioni, attentati, incidenti. Il modo più rapido che ha scovato l’apparato statale per istillare la paura nei suoi sottoposti è stato quello di disarmare la popolazione di cui si “prende cura”. In secondo luogo, ha sfruttato qualsiasi evento terroristico per espandere la propria area d’influenza a scapito della popolazione. Il suo obiettivo è quello di rendere quanto più prevedibili le azioni dei suoi sottoposti, e questo richiede un ambiente sociale statico. È per questo che subito dopo ogni attentato terroristico le contromisure adottate dallo Stato vanno a discapito della popolazione autoctona, che vede erodersi sempre di più le libertà individuali. Attraverso la formula “Lo Stato siamo noi”, i membri che prendono decisioni sbagliate scaricano le sanzioni negative sulla popolazione senza colpe. Sin dalla prima guerra mondiale, i campi di battaglia sono diventati le città, i paesi, le contrade. L’orrore della guerra è stato portato di casa in casa a causa della nascita e della crescita di un apparato pseudo-sociale che s’è sostituito al processo decisionale individuale. Propaganda e mistificazioni hanno caratterizzato il suo modo d’agire, riuscendo a ingannare la popolazione, che è diventata lo scudo involontario delle politiche sconsiderate degli Stati. La guerra, quindi, non è altro che omicidio di massa, e questa massiccia “invasione” nel diritto alla vita, nella propria gestione di se stessi, nel numero delle persone non è solo un crimine, ma il crimine assoluto. Secondo, dal momento che i governi ottengono le loro entrate dalla tassazione, mobilitazioni e lanci di truppe inevitabilmente scatenano un aumento delle tasse sia nel paese “A” che nel paese “B”. Da terzo c’è un secondo effetto che mi preme sottolineare, ossia il cosiddetto “effetto boomerang”: le azioni coercitive del governo tese al successo della guerra agiscono come una sorta di boomerang che, cambiando direzione, abbattono le libertà sia della nazione che ha iniziato l’intervento sia di quello che lo subisce. L’unico problema è che civili innocenti da entrambe le parti sono calpestati. Tale pratica si verifica in quattro modi[1] attraverso i quali un governo può controllare i cittadini per mezzo della guerra e dell’intervento straniero:

  1. Il primo modo è la centralizzazione dell’amministrazione: Gli interventi militari richiedono una grande concentrazione di risorse e persone, quindi tutte le agenzie governative più piccole e periferiche vengono concentrate verso il “centro” politico. Tale centralizzazione accade in due modi: il primo di questi è la burocratizzazione; un processo nel quale le agenzie governative già esistenti si espandono e ottengono più risorse per ottenere l’obiettivo dell’intervento: in tale processo vengono create anche altre agenzie e ciò significa che un sempre maggior numero di decisioni vengono prese da burocrati non eletti e ufficiali militari senza un controllo del pubblico. Il secondo modo in cui avviene la centralizzazione è la comunanza di causa: la guerra provvede a fornire (almeno all’inizio) una causa esterna comune attorno alla quale stringersi, spostando la loro attenzione dalle azioni del governo che li riguardano direttamente e facendoli concentrare sugli affari esteri. Questo significa che i cittadini saranno più disponibili a tralasciare (se non a incoraggiare) l’espansione del governo, perché la paura di un astratto “nemico” può ridurre il potere dei cittadini sul governo, portando alla burocratizzazione di cui sopra si è parlato;
  2. Il secondo modo in cui il governo controlla i cittadini attraverso la guerra è quello del capitale umano. Infatti, per avere successo in una guerra, uno stato deve possedere uomini che devono avere o acquisire certe capacità. Lo stato interventista, quindi, avrà bisogno di persone capaci e disponibili ad attuare le direttive del governo usate contro una popolazione straniera (come la censura o la violenza in generale) sulla sua stessa popolazione, per controllare coloro che si oppongono a tale guerra, usata dal governo per giustificare l’espansione del governo stesso;
  3. Il terzo modo con cui un governo controlla i cittadini per mezzo della guerra è correlato al precedente: le persone con le adeguate competenze che si richiedono sopra – spesso – sono presenti in tutti quelli che hanno fatto parte dell’apparato militare. Si prenda l’esempio di un soldato che, dopo il periodo di ferma, ritorni alla vita civile come agente di polizia: ciò sarebbe una buona cosa per la polizia in quanto essa beneficerebbe dell’esperienza militare del soldato, ma potrebbe comportare – al contrario – molti svantaggi alla popolazione civile che, qualora si trovasse a protestare contro qualche decisione del governo, si dovrebbe confrontare con dei poliziotti che non esiterebbero ad usare la forza pur di ottenere gli obiettivi che si sono prefissati; 
  4. Il quarto modo è quello del capitale fisico: spesso, le innovazioni che le politiche militari interventiste richiedono sono quelle che consentono un controllo sociale più efficiente e ciò comporta una perdita di libertà da parte dei cittadini. La guerra richiede risorse ingenti: materie prime, macchine, fabbriche, risorse finanziarie e uomini o – in generale – beni capitali che costituiscono concretamente il capitale di un dato individuo e per estensione di una data società. La guerra richiede che tali risorse debbano essere impiegate per usi diversi da quelli che sarebbero stati altrimenti perseguiti dai privati, pertanto la guerra comporta sempre ed invariabilmente un consumo di quello che rappresenta il capitale: a scanso di equivoci – quindi – la guerra distrugge e non “crea” alcuna ricchezza. Ciò rimane vero – ed anzi si rafforza – pensando che il corollario economico di una situazione di belligeranza è la pianificazione statale: in tempi di pace, le scorte di materiale bellico accumulate sono insufficienti e dunque si rende necessario porre sotto controllo statale le materie prime, reimpostare l’intero apparato di fabbriche e riorientare l’agricoltura in funzione del soddisfacimento delle preminenti esigenze delle forze armate. Inoltre, in un tale contesto, le entrate fiscali non sono quasi mai sufficienti a coprire l’intera spesa dello Stato in armamenti; per cui si rende necessaria la spesa in disavanzo allo scopo di finanziare lo sforzo bellico, cosa – questa – che contribuisce al consumo di capitale di cui sopra. A causa di ciò, ovvero di una sempre maggiore crescita dei bilanci dei governi, la guerra solitamente richiede l’allentamento – quand’anche la fine – di un denaro sano ed onesto: è così che già dal 1914 la guerra pose fine al gold standard, quel sistema che dal lontano 1750 garantì al mondo occidentale la stabilità monetaria e un livello di vita enormemente maggiore perfino di quello di cui godiamo noi. Senza gold standard, il governo può chiedere alla banca centrale di monetizzare il suo debito – in questo caso, debito di guerra – stampando moneta fiat ad libitum e di ottenere prestiti dalle banche commerciali; ed è esattamente in ragione di ciò si sperimenta una intensa dinamica inflattiva, soprattutto in quei Paesi maggiormente coinvolti e ancora di più in quelli che ne escono da sconfitti, visto che si consuma capitale (diminuisce l’offerta di beni e servizi) e aumenta la domanda degli stessi (spesa bellica). La fine del sistema aureo, la pianificazione economica e la spesa pubblica influirono (distorcendola) sulla dinamica dei prezzi, dei salari e della produzione; consumando capitale e dunque mettendo al centro del dibattito economico l’inflazione ed il ruolo dello Stato nell’economia.

Una dimostrazione empirica eclatante di quanto vado dicendo è la risposta dell’amministrazione Bush all’attacco alle Torri Gemelle del 2001. L’amministrazione Bush, dopo l’attacco terroristico, fece passare al Congresso lo U.S.A. P.A.T.R.I.O.T. Act (acronimo di Uniting and Strengthening America by Providing Appropriate Tools Required to Intercept and Obstruct Terrorism Act of 2001) rinforza il potere dei corpi di polizia e di spionaggio statunitensi, quali CIA, FBI e NSA, con lo scopo di ridurre il rischio di attacchi terroristici negli Stati Uniti, intaccando di conseguenza la privacy dei cittadini. Quattordici disposizioni su sedici previste da questa legge sono state rese permanenti. Tutto questo, inoltre, andando a toccare anche le questioni economiche dei privati, dal momento che con l’approvazione del PATRIOT Act è stata approvata anche il “Financial Anti-Terrorism Act”, con il quale il Governo Federale degli Stati Uniti d’America si è impegnato ad aumentare i controlli contro i crimini finanziari e a punirli più duramente. In particolare i contenuti della legge erano:

  • Pene più severe per coloro che erano coinvolti in attività finanziarie illegali (riciclaggio, autoriciclaggio, falso in bilancio)
  • Linee guida procedurali per i mandati di comparizione per i registri dei fondi nei corrispondenti account bancari.
  • Giurisdizione federale per la lotta contro il riciclaggio di denaro nero americano all’estero o tramite banche estere.
  • Obbligo per tutte le istituzioni finanziarie di dotarsi di programmi anti-riciclaggio.

 

Con tutte queste scuse, il Governo Federale degli USA è quindi diventato nei fatti il Grande Fratello che tutto vede e tutto sa su di voi, su quali bar frequentate, su quanto guadagnate e su con chi andate al cinema. Dunque aveva ben ragione Randolph Bourne a scrivere che

«L’ultima roccaforte del potere dello Stato è la politica estera. È in politica estera che lo Stato agisce nel modo più rigoroso come l’orda organizzata, che agisce nel senso più pieno del suo potere aggressivo, che agisce con l’arbitrarietà più libera. In politica estera lo Stato è veramente sé stesso. Si può dire che gli Stati, in riferimento l’uno all’altro, siano in un continuo stato di guerra latente. La “tregua armata”, una frase così familiare prima del 1914, era una descrizione accurata della normale relazione tra gli Stati quando non sono in guerra. Invero, non è esagerato dire che la normale relazione tra gli Stati sia la guerra. La diplomazia è una guerra mascherata in cui gli Stati cercano di guadagnare col baratto e l’intrigo, con l’astuzia degli ingegni, gli obiettivi che dovrebbero conquistare più rudemente per mezzo della guerra»[2].

Prima capiremo tutto ciò e prima ci riprenderemo le libertà che ci sono state tolte.  

 

[1] Christopher J. Coyne (F.A. Harper Professor di Economia al Dipartimento di Economia della George Mason University) e Abigail R. Hall (JIN Fellow in Economia al “Mercatus Center” e candidata Ph.D. al Dipartimento di Economia della George Mason University) nello studio intitolato “Perfecting Tyranny – Foreign intervention as Experimentation in State Control”

[2] Randolph Bourne; “The war is the health of the State”; 1918

 

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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