Ci sono delle favole per bambini che ci danno delle lezioni senza tempo, non solo per capire i valori dell’epoca in cui sono state scritte ma anche e soprattutto per interpretare la realtà sociale che ci circonda. Una di queste favole, estremamente famosa non solo presso gli ex classicisti come il sottoscritto (che ha avuto il piacere di tradurla) ma anche presso tutti i bambini (cresciuti e non) è quella della volpe e dell’uva scritta da Esopo. Una versione tradotta da e per Wikipedia la illustra benissimo:

“Una volpe affamata, come vide dei grappoli d’uva che pendevano da una vite, desiderò afferrarli ma non ne fu in grado. Allontanandosi però disse fra sé: «Sono acerbi». Così anche alcuni tra gli uomini, che per incapacità non riescono a superare le difficoltà, accusano le circostanze”.

Da qui capiamo bene che “Fare come la volpe con l’uva” significa, in via metaforica, reagire a una sconfitta sostenendo di non aver mai desiderato la vittoria, o disprezzando il premio che si è mancato di ottenere operando quella che in psicologia si chiama “razionalizzazione” (il fenomeno per cui si tenta di giustificare con argomentazioni “ad hoc” delle situazioni che il soggetto percepisce come spiacevoli o che comunque creano un disagio psicologico). Mai un concetto così poco banale è stato espresso in maniera altrettanto semplice. È una favola a tal punto senza tempo che il suo nocciolo teorico venne ripreso millenni dopo da uno dei più importanti economisti per illustrare in modo approfondito il medesimo oggetto. Nel 1956, infatti, l’economista di Scuola Austriaca Ludwig von Mises pubblicò per la prima volta un saggio intitolato “La Mentalità anticapitalistica”, volto all’analisi sociologica e – se vogliamo – anche psicologica di quelle che sono le dinamiche che portano allo sviluppo dell’avversione al capitalismo di libero mercato da parte di molti individui. Il succo dell’analisi misesiana è che questo odio, che tanto l’uomo comune (non da intendersi, in questa sede, come un individuo astorico quanto piuttosto come un “uomo-massa” à la Ortega y Gasset) quanto all’opposto gli intellettuali, viene nutrito nei confronti del  capitalismo è frutto di alcune pulsioni umane che – sebbene comprensibili se le inquadriamo in un contesto di analisi psicologica – sono estremamente deleterie nel momento in cui esse prevalgono sulla razionalità umana alla resa dei conti, nelle questioni economiche e politiche. Come fa notare Mises stesso, infatti,

“L’autostima e l’equilibrio morale di ognuno è minacciato dallo spettacolo di quelli che hanno dato prova di una maggiora capacità e abilità. Ognuno è consapevole delle proprie sconfitte e mancanze. […]. Per com’è fatta la natura umana, ognuno è incline a sopravvalutare il proprio valore e meriti. Se in un periodo della propria vita è condizionato da fattori che altri possono trovare eccellenti, coloro che sono rimasti sul fondo della scala possono accettare questo risultato e, pur riconoscendo il loro valore, continuare a preservare la propria dignità e il rispetto di sé stessi. Ma è differente se solo il merito decide. Allora l’insuccesso li fa sentire offesi e umiliati. Odio e ostilità contro tutti coloro che prendono il loro posto diventano una conseguenza. Il prezzo e il sistema di mercato del capitalismo è quel tipo di società nella quale il merito e risultati determinano il successo o il fallimento di un uomo. Qualsiasi cosa si pensi dei pregiudizi del Moser contro il principio del merito, si deve ammettere la correttezza nel descrivere una delle preminenti conseguenze psicologiche dei perdenti. Lui ha avuto l’intuizione dei sentimenti di quelli che si sono sentiti e trovati inadeguati”[1]

Mises, poi, descrive molto bene i ragionamenti che – di solito – il nostro “deluso” fa tra sé e sé:

“ Al fine di consolare sé stesso e di ripristinare la propria auto-affermazione, ogni uomo è in cerca di un capro espiatorio. Lui cerca di persuadere sé stesso che ha fallito benché non avesse colpa. Si sente per lo meno tanto brillante, efficiente e operoso quanto quelli che lo hanno messo in ombra. Sfortunatamente questo nostro nefasto ordine sociale non accorda il giusto prezzo agli uomini più meritori; premia i disonesti le canaglie senza scrupoli, i truffatori, gli sfruttatori, l’”individualismo senza freni”. Ciò che lo ha fatto fallire è la sua onestà. Lui era troppo una brava persona per sopravvivere nelle condizioni ingannevoli vera causa del successo dei suoi rivali e della loro ascesa. Nelle condizioni imposte dal capitalismo un uomo è costretto a scegliere da una parte tra virtù e povertà, e dall’altra tra vizio e ricchezza. Lui per sé stesso, grazie a Dio, ha scelto la prima alternativa respingendo la seconda”[2]

Mises stesso riconosce, però, che

“Questa ricerca di capri espiatori è una predisposizione diffusa tra le persone che vivono sotto un ordine sociale predisposto a trattare ognuno in funzione del contributo apportato al benessere dei propri concittadini, e dove ognuno è il fondatore della propria fortuna. In questo genere di società ogni membro le cui ambizioni non siano completamente soddisfatte non sopporta la fortuna di coloro a cui è andata meglio”[3].

Insomma, Mises ci mostra in maniera molto plastica che l’invidia sociale è la caratteristica degli anticapitalisti: per dirla terra terra, siccome l’uva è troppo alta allora la volpe comincia a dire che l’uva non è matura e comincia a disprezzarla per autoconvincersi che – alla fine dei conti – non ne valeva la pena di prenderla. Sostituite la volpe con gli anticapitalisti e l’uva con il profitto ed avrete capito una delle più grandi e tristemente attuali lezioni di sociologia che avreste potuto mai avere. In effetti, il grande esponente della Scuola Austriaca non resterebbe sorpreso – se fosse ancora vivo – dal fatto che questo atteggiamento di invidia e risentimento sociale sia ancora presente ben 64 anni dopo la pubblicazione della sua opera; un atteggiamento – questo – che nemmeno una pandemia mondiale come quella che stiamo attraversando (fenomeno che si presuppone riesca a svegliare quel minimo di “sympatheia” di classicheggiante memoria, quella “social catena” di cui parla il Leopardi nella sua “Ginestra”) è riuscito a fermare. L’ultima vittima di questo sentimento, a mio giudizio alquanto meschino, è stato Flavio Briatore. Non appena si è diffusa la notizia della sua positività al COVID -19, orde di “compagni” da tastiera, rivoluzionari 2.0 che null’altro hanno da fare se non sparare bile sulla situazione spiacevole di un individuo, hanno cominciato ad inveire contro il proprietario dell’esclusivo club “Billionaire”, chiuso a causa della presenza di diversi positivi tra cui – per l’appunto – lo stesso Briatore.

Chiariamoci molto bene: io non sono un grande fan, personalmente parlando, né di Briatore né del settore – quello dei club esclusivi e delle discoteche – all’interno del quale si inserisce il “Billionaire”. Ritengo le discoteche dei luoghi estremamente diseducativi, pieni di tutto ciò che può essere associato al degrado fisico, emotivo ed intellettivo dell’essere umano. Ugualmente, non ho particolari legami che mi associano a Briatore, né dal punto di vista politico (personalmente mi interesso di politica solo nella misura in cui si parla di filosofia politica e nulla più) né da quello economico (sono uno studente universitario proveniente da una famiglia della “middle-lower class” con mia madre che lavora in fabbrica e mio padre che è impiegato d’ufficio e che si mantiene gli studi vendendo appunti on-line). Ma c’è una cosa, estremamente importante, che in questo delirio sanitario-collettivistico mi porta mio malgrado a scrivere queste righe in difesa di un proprietario di una discoteca (luogo che, come dicevo prima, personalmente cerco di evitare con tutte le mie forze): il rispetto che ho per la proprietà privata degli individui, soprattutto di quelli che sono partiti da quasi nulla e sono poi riusciti a costruire una florida attività grazie alle loro sole forze. Per queste persone io, che sono un umilissimo studente universitario, nutro una sincera e grande stima. Perché? Perché costoro sono stati (e, se continuano ad essere così ricchi senza aiuti esterni) dei soggetti che hanno avuto idee capaci di generare valore per il prossimo e di risultare efficienti ed efficaci nella loro applicazione; sono soggetti che hanno saputo – in termini molto semplici – quella che si chiama la “torre più alta”. Briatore, per la sua storia, è uno di questi (nasce da una famiglia in cui entrambi i genitori erano maestri di scuola): il fatto che ci siano molti a denigrarlo è indice – ancora una volta – che ci troviamo in un paese in cui l’imprenditorialità e la libera iniziativa sono – quando non osteggiate – sicuramente viste in una cattiva luce. Non bastasse l’episodio di Briatore a confermare ciò, possiamo citare l’esempio di qualche anno fa in cui un ragazzo che vendeva merendine a scuola (facendo concorrenza al rivenditore della scuola) è stato bocciato (salvo poi, per fortuna) ricevere una borsa di studio dalla fondazione Einaudi. Briatore, quindi, non è che l’ultimo caso (il più famoso) di una lunga serie di potenziali imprenditori osteggiati dalle istituzioni e/o invisi al pubblico. È una bella cosa, questa? Direi proprio di no: in primo luogo perché passa l’idea che la nullafacenza e l’improduttività siano le strategie che pagano di più allo scopo di ottenere una situazione di relativo benessere; in secondo luogo perché – inoltre – viene trasmesso ed inculcato alla popolazione che sia legittimo invidiare le buone idee e la buona applicazione delle stesse di qualcun altro: insomma, se non puoi costruire la torre più alta puoi sempre abbattere (o chiedere allo Stato di farlo al posto tuo, of course) la torre di qualcun altro.

Un atteggiamento miope, che alla lunga – però – non può che condurci alla rovina.

 

[1] Ludwig von Mises; “La Mentalità Anti-capitalista”; Liberty Fund, Traduzione di Gianni Cappi; https://liberalismoblog.org/la-mentalita-anti-capitalista-di-ludwig-von-mises/

 

[2] Ibid.

[3] Ibid.

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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