A volte le storie di fantasia, attraverso alcuni dei loro elementi più bizzarri e creativi, possono renderci più chiare e (forse paradossalmente) più concrete certe questioni mondane e filosofiche astratte o difficili da approcciare. Oggi vorrei riferirmi a un celebre trope narrativo della fantascienza per illustrare un gruppo di problemi piuttosto complessi nell’ambito della filosofia della mente. Il ragionamento che sto per proporre in questo scritto è già stato affrontato da diversi pensatori anche molto autorevoli, tra questi vi è Jaeqwon Kim, che sarà la mia principale fonte; il lettore curioso o temerario può riferirsi all’articolo Supervenience and nomological incommensurables (disponibile anche su JSTOR) per una trattazione analitica di questi argomenti.

Alcuni lettori avranno senza dubbio presente Star Trek, la serie televisiva ideata da Gene Roddenberry, trasmessa per la prima volta negli Stati Uniti nel 1966 (nel 1979 in Italia), e da cui ha avuto origine uno dei franchise fantascientifici più popolari di tutti i tempi. Nell’universo immaginario di Star Trek la civiltà umana ha sviluppato strabilianti e potentissime tecnologie tra cui una forma di ‘teletrasporto’ che permette di muovere quasi istantaneamente cose e, crucialmente, presone da un punto all’altro dello spazio. Vi sono naturalmente diversi modi (alcuni più fantasiosi di altri) di rendere conto di questo elemento narrativo, a noi interessa il seguente: durante il teletrasporto l’individuo è scomposto nei suoi elementi fisici fondamentali (supporremo per semplicità che gli scienziati di Star Trek conoscono con precisione le particelle costitutive indivisibili del cosmo e che posseggono gli strumenti tecnoscientifici per manipolarle entro certi limiti); questo ammasso di particelle è poi trasportato a gran velocità (il meccanismo di trasporto è irrilevante) al luogo di destinazione, dove esse vengono riassemblate nell’ordine corretto per ‘ricostruire’ il soggetto. Supponiamo che l’intero processo sia perfettamente efficiente (non avviene perdita di materiale durante il trasporto e non vengono commessi errori durante la ricostruzione): cosa succede al soggetto umano?

Questa domanda è interessante perché ci invita a considerare seriamente (1) che cosa intendiamo per identità dell’individuo senziente e (2) in che modo debba essere compresa la relazione che sussiste tra le esperienze e gli stati mentali del soggetto e il suo cervello in quanto organo fisico. Dal momento che si tratta di questioni intimamente correlate per molti versi, tratteremo queste domande una per volta.

Il primo problema si riferisce in generale alle caratteristiche del soggetto in quanto possessore di un’identità individuale, e alla nostra comprensione circa la natura di questa identità; intuitivamente, sembrerebbe indispensabile comprenderci come entità caratterizzate da continuità ininterrotta nello spazio e nel tempo. Anche nel sonno profondo (checché ne dica Hume) vi sono delle funzioni e delle attività mentali che si mantengono ininterrotte, in modo che sussiste una differenza rilevante, qualitativa e non meramente quantitativa, tra individuo senziente e oggetto inanimato. Immaginare il teletrasporto di Star Trek, tuttavia, rivela come questa nostra concezione del sé sia eccessivamente vaga, e sembrerebbe suggerirci che la prima delle due questioni individuate sopra non può essere affrontata facendo esclusivo riferimento alle nostre intuizioni di senso comune.

Quando il Capitano Kirk si teletrasporta da un punto all’altro della sua nave spaziale, esperisce senza dubbio un gap incolmabile nella sua esistenza in quanto soggetto (se non nella definizione assolutamente banale e irrilevante per cui egli continua a ‘esistere’ in quanto i suoi elementi costitutivi minimi permangono), ma diremmo realmente che alla fine del processo egli è sparito per sempre e al suo posto si trova un’altra persona? Escludendo per ipotesi che il teletrasporto non può funzionare in linea di principio e che al termine del processo ciò che compare è un corpo senza vita, non si tratterebbe sempre dello stesso individuo, caratterizzato dalle stesse proprietà fisiche e dalla stessa storia causale? Queste domande ci conducono al problema numero due, che concerne lo statuto ontologico dei fenomeni mentali; vorrei concludere questa riflessione illustrando una possibile direzione per il nostro ragionamento, lasciando che sia il lettore a trarre le proprie conclusioni rispetto a questo difficile problema aperto.

Esaminiamo innanzitutto il caso in cui il Capitano Kirk che compare al termine del teletrasporto è lo stesso Kirk che viene smaterializzato all’inizio del processo; non semplicemente un gemello identico, ma la stessa persona. In questo caso i fenomeni mentali del Capitano (dai suoi ricordi alle sue emozioni, dai suoi desideri alle sue fantasie represse) devono essere in tutto e per tutto determinati dai loro realizzatori fisici (il cervello o più in generale il corpo), in quanto il processo di teletrasporto immaginato sopra preserva tutte e sole le componenti fisiche del soggetto. Vi sono due possibili interpretazioni per questo risultato: (a) i fenomeni mentali sono epifenomeni, vale a dire fenomeni che dipendono causalmente da dei fenomeni fisici ma che non hanno essi stessi potere causale (sono cioè fenomeni ‘illusori’ o ‘apparenti’); oppure (b) i fenomeni mentali sono proprietà reali e nuove, ma sono determinate in modo perfettamente deterministico da dei fenomeni fisici, in modo che replicando alla perfezione il realizzatore concreto di un certo insieme A di fenomeni mentali, quegli stessi fenomeni A, e solo quelli, emergeranno dalla base fisica replicata.

Molto diverso è il caso opposto, in cui il Kirk che precede il processo di teletrasporto differisce in qualche modo rilevante con il Kirk che compare al termine del viaggio. Possiamo interpretare questo risultato nel modo che segue: (c) l’emergere dei fenomeni mentali è correlato ad almeno una caratteristica reale che non può essere espressa con le leggi della fisica (le leggi che descrivono il comportamento delle particelle fisiche elementari che compongono il nostro Capitano); essi sono cioè (parzialmente o completamente) ontologicamente indipendenti dai loro realizzatori fisici.

I casi (a) e (b) implicano che la mente degli esseri senzienti è, almeno in linea di principio, riducibile alle leggi della fisica: se avessimo una conoscenza perfetta della fisica e del modo in cui essa si correla al mentale, potremmo predire in modo deterministico l’emergere di determinati fenomeni mentali, e descrivere quegli stessi fenomeni in termini quantitativi. Nel caso (c), per converso, questa riduzione implicherebbe la perdita di alcune (o tutte le) informazioni rilevanti; sia il lettore a decidere per sé se ciò che viene smarrito è l’illusione di una storia individuale, un sé virtuale, o un’anima.

La Teiera Celeste

La teiera di Russell, chiamata anche teiera celeste, è una metafora ideata dal filosofo Bertrand Russell per confutare l’idea che spetti allo scettico, anziché a chi le propone, l’onere della prova in merito ad affermazioni non falsificabili, in particolare in ambito religioso.

by Autori Vari

Laureato in Filosofia alla Statale di Milano, laureato magistrale in Scienze Filosofiche alla Ca’ Foscari di Venezia.

 

Giovanni Mustacciuoli

Coordina la sezione Filosofia

Share This

Share This

Share this post with your friends!

%d bloggers like this: