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La notizia 

 

Polonia e Ungheria contro Facebook e Twitter

Mentre i paesi dell’Europa occidentale stanno cercando di capire come limitare la diffusione sui social network delle notizie false e dove trovare un punto di equilibrio fra la libertà di espressione e il controllo sui contenuti razzisti e violenti, alcuni paesi dell’Europa orientale hanno scelto un approccio opposto: fare pressione affinché i social network permettano la condivisione dei contenuti in questione.

I passi più concreti sono stati presi in Polonia e Ungheria, due paesi guidati da governi semi-autoritari che hanno consolidato il proprio potere grazie al controllo dei media tradizionali e ai paletti, fino a poco tempo fa molto laschi, consentiti agli utenti dei principali social network come Facebook e Twitter.

In Polonia il primo ministro Mateusz Morawiecki, espresso dal partito di estrema destra Diritto e Giustizia, ha criticato Facebook e Twitter per avere rimosso gli account di Trump dopo l’attacco al Congresso statunitense compiuto dai suoi sostenitori, spiegando che «né gli algoritmi né i proprietari delle multinazionali dovrebbero decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato». Pochi giorni dopo ha proposto una legge che istituisca un Consiglio della Libertà di Espressione a cui potranno rivolgersi gli utenti bloccati o che hanno subito restrizioni dell’account: se il Consiglio prenderà una decisione a favore degli utenti, i social network dovranno obbedire o in caso contrario pagare multe fino a 11 milioni di euro.

[…]

In Ungheria la settimana scorsa la ministra della Giustizia Judit Varga, considerata vicinissima al primo ministro Viktor Orbán, ha annunciato in un post su Facebook che intende proporre una misura per «regolamentare le operazioni nazionali delle piattaforme online». Varga ha aggiunto che a suo parere i social network «limitano la visibilità delle opinioni cristiane, conservatrici e di destra» e spiegato che nonostante il suo governo intenda cooperare con l’Unione Europea su questo punto, «i fatti recenti hanno dimostrato che dobbiamo muoverci più in fretta per proteggere le persone».

Varga si riferisce a una proposta di legge molto dettagliata per regolamentare il settore digitale avanzata di recente dalla Commissione Europea. Le misure che interessano i social network e la loro responsabilità sono contenute in particolare nel Digital Services Act (DSA), messo insieme dal commissario al Mercato Interno e ai Servizi Thierry Breton.

Il DSA è in linea con le richieste dei paesi occidentali e chiede maggiore rapidità nel rimuovere i contenuti chiaramente illegali come violazioni di copyright, materiale terroristico e pedopornografico, e prevede alcune limitazioni maggiori per quelli che definisce very large online platforms, “piattaforme digitali molto grandi”, un’espressione che nel DSA si ritrova ben 92 volte. A queste piattaforme chiede soprattutto maggiore trasparenza sulle inserzioni pubblicitarie di politici o aziende, un processo annuale di verifica di un organo indipendente sulle proprie attività, ma soprattutto un meccanismo di “analisi del rischio” che secondo alcuni potrebbe restringere la libertà di cui godono al momento i partiti e i leader politici di estrema destra che pubblicano spesso contenuti al limite oppure passibili di sanzioni.

 

Qui l’articolo de Il Post

 

Il commento

 

È strano come si associ l’autoritarismo alla libertà di espressione, e la democrazia al controllo politico delle espressioni ammesse. Non condivido la soluzione proposta da nessuna delle due parti. Entrambe sanno di controllo politico. Ma fra le due quella Ue è la meno convincente. Posto che ritengo che il vero contenzioso della politica verso i social sia quello verso un potere concorrente, non certo la libertà di espressione, le opinioni espresse da Polonia e Ungheria contro il ban di Trump e di tutti gli altri sono abbastanza condivisibili, e direi ben più democratiche di quelle di chi li appoggia. Abbiamo visto che dopo tutto quando si parla di notizie false, contenuti razzisti e violenti, spesso non si sta parlando davvero di questo, ma di notizie scomode, punti che vale la pena discutere e approfondire, contenuti conservatori o libertari, contenuti che non sono razzisti, ma non condividono l’idea di razzismo e anti razzismo dei progressisti, etc.. ciò che viene bollato come estemismo spesso non lo è

Pietro Agriesti

Coordinatore sezione Attualità

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