Ogni giorno una notizia e un commento

La notizia 

 

Amazon, Apple, Google e Facebook sono sotto indagine negli Stati Uniti, dopo anni di mosse controverse.
 

Lo scontro è esploso nello scorso ottobre, giungendo all’avvio di un processo contro Google da parte del Dipartimento di Giustizia statunitense. “Per molti anni, Google ha usato tattiche anticoncorrenziali per mantenere ed estendere il suo monopolio sul mercato dei servizi di ricerca generale e sulla pubblicità di ricerca, ovvero i pilastri del suo impero”, si legge nelle 57 pagine dell’accusa. Il Dipartimento di Giustizia ha evidenziato anche le differenze tra la Google di vent’anni fa, nata come una promettente start-up con un metodo di ricerca innovativo, e quella di oggi, ovvero “un monopolio che detiene il controllo totale di internet”.

 

Non solo, a dicembre è arrivato anche l’attacco frontale contro Facebook: la Federal Trade Commission e più di 40 stati hanno accusato l’azienda di Mark Zuckerberg di aver acquistato i suoi rivali per danneggiare illegalmente la concorrenza, chiedendo che le acquisizioni vengano invalidate. “Per quasi un decennio, Facebook ha usato il suo potere dominante e monopolistico per schiacciare i rivali più piccoli e soffocare la concorrenza, tutto a spese degli utenti”, ha dichiarato il procuratore generale di New York Letitia James, democratica che ha guidato l’indagine multistatale in parallelo con l’agenzia federale, supervisionata a sua volta da un repubblicano. Il processo a Google e Facebook è solo il passaggio più recente di un attacco generale ai quattro big portato avanti nei mesi precedenti.

Il Congresso contro il Tech

L’intervento della politica nei confronti di Amazon, Apple, Facebook e Google era stato già caldeggiato nel corso del 2018, quando accademici come Tim Wu, docente di diritto alla Columbia University, e Kenneth Rogoff, economista di Harvard, avevano attirato l’attenzione sulle dimensioni delle compagnie e sul livello di libera concorrenza nel paese. Un pensiero che aveva iniziato a minare l’immagine dei good guys, Zuckerberg e colleghi, fino a quel momento largamente visti come i successori di Prometeo in versione millennial.

Il tema è stato raccolto un anno dopo da Elizabeth Warren, candidata alla nomination democratica: l’allora senatrice del Massachusetts aveva presentato nel 2019 un ambizioso programma per ridimensionare (se non direttamente smantellare) lo strapotere delle quattro società tecnologiche. La posizione di Warren ha estremizzato ciò che si andava chiedendo negli ambienti Dem, ovvero un controllo più efficace del settore. “Le grandi aziende tecnologiche di oggi hanno troppo potere: troppo potere sulla nostra economia, sulla nostra società e sulla nostra democrazia. Hanno ridotto al minimo la concorrenza, hanno usato le nostre informazioni private a scopo di lucro e hanno rovesciato il mercato contro tutti gli altri. In questo modo, hanno danneggiato le piccole imprese e soffocato l’innovazione”, ha dichiarato la senatrice democratica a inizio 2019. Anche Amy Klobuchar, altra candidata alla nomination del Partito, si è accostata a questa linea. A queste dure parole di Warren la politica ha fatto seguire i fatti, per la prima volta dopo anni: nel giugno 2019 sono iniziate le indagini della Commissione Giustizia della Camera, che hanno coinvolto un gran numero di funzionari appartenenti a compagnie rivali o clienti dei quattro colossi.

Da qui, lo scontro è arrivato a un momento cruciale: l’audizione in videocall dei quattro dirigenti delle rispettive aziende (Bezos, Cook, Pichai e Zuckerberg) andata in scena al Congresso lo scorso luglio; un momento reso ancora più surreale dai reiterati inviti a indossare la mascherina rivolti dal rappresentante democratico Cicilline, a capo della sottocommissione antitrust. C’erano già stati, in passato, dei teaser di questo episodio: tra tutti, l’apparizione di un Mark Zuckerberg incalzato dalle domande di Alexandria-Ocasio Cortez sul caso Cambridge Analytica. Era l’ottobre del 2019 e il patron di Facebook ebbe l’occasione di vedere e rivedere la sua espressione incerta girare su tutte le (sue) piattaforme.

 

Tratto da “La guerra a Big Tech” di Francesco del Vecchio su Il tascabile

Il Commento

Qui è in atto un prepotente tentativo della politica di invadere definitivamente il web, e io starò sempre dalla parte della libera impresa e del libero mercato, con tutti i disagi che possono comportare a chicchessia.

Fateci caso, la maggior parte delle affermazioni del Dipartimento di Giustizia e dei diversi politici citate in questo articolo, sono semplicemente false e deliranti.

Ne evidenzio solo alcune:

Se parliamo di monopolio gol Stato è il peggiore che ci sia.

Le aziende così dette Big Tech non sono Monopoli, neppure secondo le definizioni normalmente adottate dall’Antitrust. Secondo cui: “un’azienda ha monopolizzato un mercato quando ha “mantenuto una quota di mercato superiore ai due terzi per un periodo di tempo significativo e le condizioni di mercato (ad esempio, le barriere all’ingresso) sono tali che è improbabile che la quota di mercato dell’azienda venga erosa nel prossimo futuro”. Le imprese del settore tecnologico non superano tale soglia.

Affermare che Google “detenga il controllo totale di internet” è una assurdità talmente grossa da qualificare come un cretino senza possibilità di redenzione chi lo dica.

La richiesta di invalidare le acquisizioni di Facebook grida vendetta e si regge su una serie di falsità. Innanzitutto le acquisizioni non sono una pratica anti concorrenziale, ma una normale strategia di mercato con i suoi pro e i suoi contro.

La stessa idea di pratiche anti concorrenziali con cui opera l’Antitrust è improntata a un modello di concorrenza ideale o perfetta, che non esiste, e non ha nulla a che vedere col libero mercato.

Le acquisizioni di Facebook  e di Google sono state approvate dall’Antitrust stessa a suo tempo. Come è possibile che ora si rimangi tutto?

Tali acquisizioni si sono rivelate in molti casi un successo solo a posteriori. Poiché ad es. Instagram ha oggi più di un miliardo di utenti è un alto valore, i critici sostengono implicitamente che Instagram avrebbe avuto lo stesso successo come società indipendente. In altre parole, il suo successo è dato per scontato. Ma all’epoca e c’erano molti dubbi sull’acquisirla sborsando 1 miliardo di dollari. Instagram aveva appena 30 milioni di utenti e zero entrate. La società aveva raccolto fondi con una valutazione di 500 milioni di dollari il giorno prima che Zuckerberg facesse l’offerta di 1 miliardo. Tv e giornali presero in giro Facebook e criticarono questa operazione.”

La verità è che quando una grande azienda fa una acquisizione viene accusata di aver compiuto una operazione di killeraggio se dopo l’acquisizione l’azienda comprata non ha successo, e di aver comprato un concorrente con una pratica anti concorrenziale se l’azienda comprata ha successo.

Secondo le linee guida del Dipartimento di Giustizia stesso, per muovere l’accusa di pratiche anti concorrenziali l’autorità antitrust deve dimostrare che un’azienda ha usato il suo potere monopolistico per “danneggiare la società rendendo la produzione più bassa, i prezzi più alti e l’innovazione minore di quanto sarebbe stato possibile in un mercato competitivo”.

Abbiamo già visto che non c’è il monopolio, ma inoltre in che cosa esattamente ci avrebbero perso i consumatori? Non ho dubbi che un internet più libero da rapporti con la politica sarebbe stato diverso e migliore per i consumatori, ma qui l’accusa non è questa. Qui l’accusa è che siano state pratiche perfettamente lecite sul mercato – non gli interventi politici – a danneggiare i consumatori.

Ma i prezzi nei mercati digitali sono in calo (o a zero) da anni! Il prezzo della pubblicità digitale è sceso di oltre il 40% nell’ultimo decennio (mentre il prezzo della pubblicità sulla carta stampata è aumentato del 5% nello stesso periodo). Il prezzo dei libri è sceso con Amazon. I prezzi dei servizi e delle app stessei offerti da queste aziende sono in calo o sono addirittura a zero.

Elizabeth Warren, candidata alla nomination democratica, ha presentato nel 2019 un programma per ridimensionare (se non direttamente smantellare) lo strapotere delle quattro società tecnologiche. Questo è il livello di minaccia e di violenza che la politica rivolge a queste società, e sia chiaro che se passa con loro, passerà poi in mille altre occasioni. E non si tratta di minacce a vuoto. Seguono i fatti.

Nel giugno 2019 sono iniziate le indagini della Commissione Giustizia della Camera, che hanno coinvolto un gran numero di funzionari appartenenti a compagnie rivali o clienti dei quattro colossi.”

 

Pietro Agriesti

Coordinatore sezione Attualità

Share This

Share This

Share this post with your friends!