Ultimamente, probabilmente in relazione alla recente esperienza collettiva della quarantena forzosa, ho visto molto discusso il tema del sacrificio, e in particolare del sacrificio altrui a vantaggio di un fantomatico bene comune (o forse meglio, degli interessi della maggioranza). Si tratta di un problema storicamente molto antico, impostato e reimpostato in forme diverse e con esiti spesso opposti; ma a catturare la mia attenzione è stata una diatriba emersa intorno al seguente esempio immaginario.

Ci troviamo su una scialuppa di salvataggio con altri sei naufraghi. Non siamo troppo distanti dalla costa, ma la nostra umile imbarcazione sembra essere criticamente danneggiata; rallenta inesorabilmente fino ad arrestarsi e inizia a imbarcare acqua. È assolutamente certo che non riusciremo a raggiungere la spiaggia, siamo tutti destinati a morire annegati. Fortunatamente tra i passeggeri vi è un ingegnere nautico, un esperto, che ci informa che se vi fossero due persone in meno sulla scialuppa sarebbe possibile farla ripartire e salvare la vita delle altre cinque; anche questa è un’assoluta certezza. Cosa dobbiamo fare?

Si tratta indubbiamente di un problema morale (peraltro simile in modo sospetto al famoso problema del carrello – trolley problem – elaborato per la prima volta da Philippa Foot nel 1967), ed è possibile fornire due interpretazioni distinte della domanda conclusiva: da un lato, leggendola nel suo senso più esplicito, questa ci interroga su quale sia il nostro dovere morale, vale a dire su quali azioni ci siano prescritte o vietate in base alle nostre conoscenze sia morali (quali i precetti etici che siamo pronti a sottoscrivere o le nostre intuizioni rispetto a ciò che è giusto e sbagliato) che fattuali (come la certezza che sacrificando due passeggeri la barca sarebbe in grado di trasportare gli altri cinque in salvo); dall’altro, ci viene chiesto se l’uccisione di due persone sia razionalmente e moralmente giustificata in questa particolare circostanza.

La nostra sensibilità contemporanea, partecipe di un utilitarismo forse fin troppo zelante nella sua schematizzazione dell’agire morale, potrebbe non vedere alcuna differenza tra le due. Del resto, se la ragione ci informa che il sacrificio di pochi implicherebbe il migliore esito possibile (la salvezza di molti), abbiamo tutto il diritto di aggredire e ammazzare i due poveretti che hanno estratto le pagliuzze corte: in questo singolare caso l’omicidio cessa di essere vietato e diventa una necessità. E se i due sorteggiati dovessero rifiutarsi di sacrificarsi volontariamente? Avremmo il diritto di prenderli di peso e gettarli in mare, magari scusandoci di cuore e augurando loro buona fortuna? La prospettiva razionalista dell’utilitarismo potrebbe essere troppo semplicistica. Certamente vi sono delle buone ragioni per compiere atti immorali a vantaggio di un bene superiore, e questi gesti scellerati, resi necessari da gravi circostanze di crisi, verranno successivamente razionalizzati e giustificati nel contesto della società; e tuttavia il contenuto del dovere morale del soggetto agente potrebbe non dipendere in tutto e per tutto dal consenso della società in cui è collocato. È il cruccio di Kant.

Secondo Kant i contenuti del dovere sono espressi linguisticamente da massime morali prescrittive caratterizzate da un elemento di universalità e da un alto grado di generalità: si tratta di precetti generalissimi che non ammettono compromesso, come ‘non devi rubare’ o ‘non devi mentire’. Prendere sul serio questa proposta significa approdare a posizioni estremamente rigide, come l’impossibilità, se dovessimo essere coerenti con il nostro dovere morale, di mentire all’assassino che ci interroga sul nascondiglio di nostro fratello. Questo esempio in particolare è stato aspramente deriso da molti dei critici del filosofo, e ha portato numerosi kantiani a rinegoziare gli aspetti più severi delle sue teorie; ritengo tuttavia che Kant stia proponendo qui un’intuizione estremamente rilevante e niente affatto irragionevole.

Il filosofo ci invita a considerare seriamente l’idea che i contenuti del dovere non siano negoziabili. Un credente potrebbe dire che un dovere morale inteso in questo senso assoluto sia metafisicamente fondato (nella legge divina, ad esempio), ma non è necessario adesso coinvolgere la religione. Piuttosto, si potrebbe asserire che l’universale caratterizza il dovere in senso epistemologico, ne è un modo di conoscenza: i soggetti umani comprendono il dovere attraverso le lenti dell’assoluto, in modo che il compromesso equivale sempre alla disobbedienza.

Naturalmente non voglio dire che il compromesso è impossibile, la disobbedienza può essere razionalmente giustificata; è chiaro che ho delle ottime ragioni per mentire all’assassino di mio fratello. Piuttosto, ritengo che la giustificazione razionale e il dovere morale siano collocati in contesti epistemologici distinti, e che non è possibile ridurre l’uno all’altro senza che vi sia una perdita rilevante di informazione. Non darò una risposta definitiva all’esempio immaginario dei naufraghi, non credo si possa fare (gli esperimenti mentali non sono indovinelli di cui bisogna individuare la risposta corretta), vorrei però sottolineare un limite del ragionamento utilitarista: esso può indicare una strada, ma non può rendere morali l’aggressione e il linciaggio degli innocenti, anche se orientati a un machiavellico fine superiore. L’assassino è colpevole anche quando il suo gesto ha salvato delle vite; l’atto di uccidere è un salto metafisico.

La Teiera Celeste

La teiera di Russell, chiamata anche teiera celeste, è una metafora ideata dal filosofo Bertrand Russell per confutare l’idea che spetti allo scettico, anziché a chi le propone, l’onere della prova in merito ad affermazioni non falsificabili, in particolare in ambito religioso.

by Autori Vari

Laurea in Filosofia alla Statale di Milano, laurea magistrale in Filosofia alla Ca’ Foscari di Venezia. 

 

Giovanni Mustacciuoli

Coordina la sezione Filosofia

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