Uno dei cavalli di battaglia elettorali di Donald Trump è stato (e – se è per questo – ancora è) la grande sfiducia – che non ha paura a sfociare talvolta in aperta ostilità – che “The Donald” nutre nei confronti degli scambi commerciali con i cinesi; così come uno dei suoi cavalli di battaglia sono le politiche fiscali espansive fatte per “aiutare la classe media americana”. Partiamo con ordine: le politiche fiscali durante la presidenza Trump sono state tutt’altro che restrittive. Uno dei cavalli di battaglia di Trump per il 2016 è stata la politica fiscale, improntata alla riduzione delle tasse e semplificazione del sistema fiscale, proponendo una flat tax del 15% eliminando eventuali deduzioni e detrazioni proponendo – inoltre – una semplificazione degli scaglioni delle aliquote delle imposte sul reddito: aliquota fiscale massima sarebbe diminuita dal 39,6% al 25%, verrebbe istituito un ampio, primo scaglione, ad “aliquota zero” e le alternative imposta minima e imposta sul patrimonio (che viene correntemente applicata a patrimoni superiori a 5.45 milioni di dollari o 10,9 milioni per coppia sposata) verrebbero eliminate. Per quanto riguarda la sua attuazione, non si sarebbe dovuto aspettare molto: il 22 dicembre 2017, due giorni dopo l’approvazione finale del Congresso, Trump firma la sua prima sostanziale riforma dall’insediamento, varando una drastica riduzione fiscale con il Tax Cuts and Jobs Act. La riforma ha previsto, nella fattispecie, una riduzione delle imposte sul reddito d’impresa (la nostra IRES) dal 35 al 21%, una riduzione delle aliquote anche per i redditi per le persone individuali, l’introduzione di un limite di diecimila dollari alle tasse locali che sono deducibili, un aumento delle detrazioni per i figli a carico, l’aumento della soglia (che è passata da 5,5 a 11 milioni di dollari) che un individuo può trasferire in eredità senza pagare tasse, l’abrogazione dell’obbligo di comprare un’assicurazione sanitaria e la possibilità di far rientrare capitali generati all’estero pagando una tantum dell’8% (o del 15,5% se si tratta di liquidità). Chiaramente, tutto questo ha un costo che – nella fattispecie – ammonta a ben 1,46 trilioni di dollari; un costo – questo – che stando alle stime del Congressional Budget Office dovrebbe ridursi in 10 anni di mille miliardi di dollari al netto di un effetto positivo sul PIL pari allo 0,8% ed una crescita dell’occupazione dello 0,6% (sebbene molti istituti – come Goldman Sachs e Merryl Linch stimino una crescita leggermente più modesta dello 0,3% annuo ed una crescita complessiva del 2,6 nel 2018 e 2,2/2,3 nel 2019[1]. Intanto, però, il debito statunitense è salito a livelli considerevoli in rapporto al Prodotto Interno Lordo, il che sta ad indicare la sostanziale inefficacia di dette manovre fiscali[2]:

Un debito, questo, che è destinato a crescere sempre di più: nei prossimi trent’anni, infatti, si stima che esso assumerà una traiettoria ripida e puntata verso l’alto, giustificata dall’invecchiamento della popolazione e dagli incrementi di spesa in sanità e ammortizzatori sociali che da questa deriveranno. Secondo l’Ufficio di bilancio del Congresso americano entro il 2049 il rapporto debito/Pil salirà dal 78% al 144%: un livello “senza precedenti” che supererebbe l’indebitamento sperimentato durante la Seconda Guerra Mondiale.

Tali previsioni sono realizzate sulla base di una crescita di lungo periodo che si stima essere dell’1,9% annuo, in conseguenza – anche – di una diminuzione della forza lavoro e delle crescenti strette sull’immigrazione. Inoltre, tali stime sostengono che se entro il 2026 la riforma fiscale targata Trump (Tax Cuts and Jobs Act) non verrà abolita per recuperare il gettito fiscale perduto, il debito potrebbe arrivare al 219% del PIL. In merito a questo, anche le proiezioni sulla spesa per interessi mettono in luce le crescenti difficoltà fiscali della macchina economica a stelle e strisce, dal momento che essa – come mostra la figura  seguente – rescerebbe a ritmo costante fino a triplicare il suo peso in relazione al Pil americano:

Per quanto riguarda la questione cinese, il ragionamento del frontrunner repubblicano, che aspira ad un secondo mandato, è il seguente: gli Stati Uniti, rispetto alla Cina, si trovano in una situazione di “deficit commerciale” ossia in una situazione in cui le importazioni superano per ammontare le esportazioni. Di conseguenza, occorre fare del tutto affinché questo trend si inverta e che le esportazioni siano superiori alle importazioni; tutto ciò, secondo la ricetta trumpiana, può essere ottenuto in due soli modi: dazi e stampa di moneta che, nel caso in esame, si traduce in una offerta di M2 il cui trend crescente è mostrato da questo grafico[3]:

Perché la stampa di moneta può rappresentare una soluzione al problema delle esportazioni? In maniera molto brutale, stampando moneta essa si svaluta e di conseguenza vale di meno rispetto alla moneta di un altro Stato; di conseguenza i prodotti dello Stato “svalutatore” diventano più economici e quindi si aumenta l’occupazione e la produzione interna a questo Stato. Nel caso statunitense, inoltre, questa montagna di soldi viene usata dalla FED per comprare il debito pubblico statunitense, come dimostra questo grafico:

 

Il fatto che vi sia la FED che in qualità di prestatore di ultima istanza compra i titoli del debito USA fa sì che i rendimenti dei treasuries siano estremamente bassi, come dimostra questo grafico, il che significa che il peso del debito statunitense sia relativamente basso (almeno per ora):

 

Il vizietto del debito, tuttavia, non è solo confinato al governo USA. Infatti, come ci mostra il seguente grafico, persino le famiglie americane si sono date alle spese pazze:

Come ci mostra il grafico, al di là dei più recenti dati che mostrano come il livello di risparmi quale percentuale del reddito disponibile sia strutturalmente inferiore al debito delle famiglie; un dato – questo – che ci suggerisce come l’economia americana sia sostanzialmente basata sul debito e non sulla crescita sostenibile. Chiariamoci bene: da sempre si ricorre al finanziamento per crescere (principio dell’indebitamento), il punto centrale è però che si chiedono finanziamenti per cose che producono un utile una volta acquistate: ad esempio, se un’azienda privata si indebita per acquistare un macchinario e quindi dare vita ad un’idea alla base della fondazione dell’azienda stessa, il mercato premierà suddetta azienda attraverso acquisti in massa dei prodotti sfornati; oppure la “punirà” non acquistando nulla, ma in questo caso sarà solo l’azienda a rimetterci. L’indebitamento frutterà un rendimento positivo in grado di ripagare il debito precedente e staccare, di conseguenza, profitti anche – ma non solo – attraverso le azioni. Tuttavia ciò non accade con il credito al consumo, che – come ci mostra questo grafico – è ben presente nell’economia statunitense.

 

In sintesi, l’economia statunitense si è trasformata da una grande macchina che genera ricchezza e la risparmia in un’enorme macchina produttrice di foglietti di carta verdi che servono a coprire i deficit di bilancio dei governi e degli individui spendaccioni. Per ora il potente motore a dodici cilindri dell’economia USA sembra reggere; tuttavia ci sono due importanti ragioni per cui questo giochino debba fermarsi prima o poi: la prima è che c’è un differenziale positivo tra i buoni del tesoro USA, o obbligazioni con cedola, e i tassi di interesse negativi in euro e yen. ‎Da quando l’indice ponderato del dollaro ha cominciato a rafforzarsi poco dopo la nomina del presidente Trump, queste posizioni sono aumentate, dato che i gestori di hedge fund lo vedevano come un commercio facile. Ma la sua redditività dipende da un dollaro stabile o in aumento, e qualsiasi segno di questa inversione (come quella che si è avuta di recente, con un euro che si rafforza rispetto al dollaro)  provocherà la volontà di portare ad una sostanziale rimozione delle suddette posizioni a scapito del dollaro.‎ In questo senso, si evidenziano delle impressionanti similitudini con la crisi del Ventinove. Come oggi, gli anni Venti non furono anni inflazionistici, visto che i prezzi all’ingrosso rimasero stabili ed anzi evidenziarono una leggera tendenza al ribasso sebbene l’aggregato monetario M2 aumenti di circa il 45% durante il periodo, passando da 43,8 a 63,6 miliardi di dollari. Se tuttavia si considera il livello generale dei prezzi, durante gli anni Venti i prezzi lievitano del 18%, chiaramente trainati dal mercato finanziario. Tutto questo viene mostrato dai seguenti grafici[4]:

 

 

In sintesi, l’aumento della moneta, da un lato, ha controbilanciato l’aumento della produttività stabilizzando i prezzi dell’ingrosso e dall’altro gonfiato il mercato finanziario: esattamente come oggi, i rendimenti delle azioni e delle obbligazioni erano molto elevati, e il costo reale del denaro, comparato con questi, è invece molto basso, addirittura nel 1925 il denaro ha un tasso reale negativo (sound familiar?).

In quest’ottica, è perfettamente lecito supporre che la massa di moneta sia stata direzionata verso il mercato finanziario, poiché presentava maggior opportunità di profitto. Man mano che ci si avvicina al crollo di Wall Street la differenza tra il costo del denaro e i tassi di rendimento si assottiglia fino ad azzerarsi; ed è proprio quando non è più conveniente avere azioni e obbligazioni che gli operatori, volendo liberarsene per almeno non perderci, iniziano a vendere. Questo processo si ripeterà anche oggi, con l’unica differenza che ad assorbire maggiormente gli impatti dello stesso saranno le obbligazioni governative piuttosto che quelle “corporate”.

La seconda, che è quella che interessa, è che la crisi da COVID-19 ha comportato un rallentamento economico generale e soprattutto nel commercio internazionale. Tale aspetto era già presente prima del coronavirus, con la guerra commerciale in atto tra USA e Cina; tuttavia, la nuova pandemia che imperversa da molti mesi ha fatto sì che cui la stragrande maggioranza delle supply-chains internazionali è stata chiusa a causa dell’emergenza sanitaria, il che ha strozzato ancora di più l’afflusso di beni e servizi reali all’interno delle economie. Questo fatti, unito all’espansione del credito bancario e all’inflazione dei prezzi degli asset, restituisce uno scenario non troppo dissimile a quello che portò gli USA (e poi il resto del mondo) alla grande crisi del 1929.  In particolare, il minor afflusso di beni e servizi riduce la quantità di merci in circolazione e – unitamente ad un aumento dell’offerta di moneta – non farà altro che diminuire il potere di acquisto del dollaro. Questa prospettiva di un dollaro sempre più svalutato e di un commercio internazionale in peggioramento riduce il cuscino richiesto per detenere liquidità in dollari, incoraggiando i traders a smettere di accumularla, o addirittura a vederli gradualmente diminuiti per  supportare le loro attività poco redditizie all’interno dei loro confini nazionali. E se gli stranieri incominciano a vendere i loro dollari e le loro attività denominate in dollari, la FED non potrà far altro che alzare i tassi provocando in questo modo una crisi del mercato obbligazionario ed azionario statunitense. In questo contesto, si inserisce la strategia monetaria cinese. Come sostiene MacLeod,

“A marzo, i dati TIC statunitensi hanno mostrato che gli stranieri hanno ridotto la loro esposizione in dollari di $227,9 miliardi, compensata solo dalle vendite nette di titoli esteri di $ 133,3 miliardi da parte dei residenti negli Stati Uniti[5]. Ecco le prove che in tempi difficili il denaro si dirige verso casa. Inoltre, quel mese si è visto un deficit commerciale di $44,4 miliardi, suggerendo che le vendite complessive di dollari legate agli stranieri sono ammontate a $177,7 miliardi. Questa è solo una parte di un quadro più ampio della situazione del dollaro, ma sembra che gli stranieri stessero riducendo la loro esposizione in dollari nel momento in cui il TWI del dollaro ha raggiunto il picco il 23 marzo. Questo è importante, perché ci sono due fattori di mercato che hanno sempre portato a un crollo della valuta legale. Il primo è la vendita da parte di stranieri, che sembra essere iniziata, e sotto questo aspetto il dollaro è particolarmente esposto. Con circa 25 trilioni di dollari investiti in titoli statunitensi ecc., la probabilità di una  potenziale distruzione del potere d’acquisto del dollaro da questa fonte è significativa. Man mano che il commercio globale si restringe ulteriormente, non solo gli stranieri saranno spinti dalla necessità di ridistribuire i dollari nelle loro valute di origine, ma smetteranno di finanziare il governo degli Stati Uniti, scegliendo di vendere le loro disponibilità del Tesoro USA, un processo che è già iniziato. Se la Fed deve finanziare con successo il crescente deficit di bilancio, deve assorbire le vendite estere dei titoli del Tesoro USA e mantenere livelli sufficienti di QE per finanziare un deficit di bilancio in rapido aumento. Possono solo essere immaginate le conseguenze di un fallimento sistemico. L’incantesimo lanciato sulle attività finanziarie verrà interrotto. In primo luogo, è probabile che investitori e speculatori rivolgano la propria attenzione alle azioni, essendo ovviamente le attività finanziarie più sopravvalutate in un momento di intensificazione della crisi. Gli investitori stranieri si uniranno, svendendo la loro esposizione in portafoglio, rimpatriando alcuni, se non tutti i proventi, vendendo anche dollari. Successivamente, con un calo del dollaro e una crescente sensibilità all’aspetto politico della crisi, i partecipanti al mercato rivaluteranno le esigenze di finanziamento del governo degli Stati Uniti e metteranno in discussione la politica di soppressione del rendimento della Fed. La vendita del dollaro sembra destinata ad intensificarsi.  Sarà quindi ovvio per tutti che la Fed sta sacrificando il dollaro per finanziare il governo, far funzionare il sistema bancario e sostenere l’economia cercando di fornire liquidità per contrastare i fallimenti della catena di approvvigionamento. Sarà già evidentemente in grado di sostenere i prezzi delle attività finanziarie, che è diventata la manifestazione visibile di una politica monetaria di successo. Sarebbe un miracolo se questo fallimento, nell’anno elettorale di Trump con un presidente socialista schierato dai democratici, non porti a una vera e propria crisi finanziaria e valutaria. A meno che la Fed non possa aumentare i tassi di interesse al punto in cui è troppo costoso per gli speculatori andare corti sul dollaro (cosa che possiamo escludere), la crisi entrerà nella seconda fase del suo crollo, guidato da residenti statunitensi che si rendono conto che il dollaro sta perdendo potere d’acquisto, piuttosto che l’aumento dei prezzi. Il potere d’acquisto di qualsiasi denaro dipende dall’equilibrio tra denaro e beni mantenuto dai suoi utenti. Se rifiutano collettivamente il denaro a favore dei beni, il potere d’acquisto del denaro diminuisce, potenzialmente a zero. Dopo la vendita estera, questa è la seconda fase della distruzione di una valuta fiat, che negli esempi passati ha impiegato circa sei mesi per diventare esplicitarsi”.

Il debito pubblico USA, quindi, ha tutte le carte in regola per essere la causa di una delle più grandi crisi mai viste nell’era moderna; sia quantitativamente che qualitativamente. Ed è in questo contesto che si inserisce la strategia monetaria cinese che – sorprendentemente, considerate le politiche generalmente interventiste adottate da Pechino – fa riferimento ad una delle chiavi di volta delle ricette austriache: il Gold Standard.

 

[1] https://www.cnbc.com/2017/12/21/were-skeptical-tax-cuts-will-lead-to-long-term-growth-merrill-lynch-chief-economist.html

[2] Elaborazione propria su dati FRED, tratti dal sito: https://fred.stlouisfed.org/series/GFDEGDQ188S#0

[3] Elaborazione propria su dati FRED, tratti dal sito:

[4] E. Mescalchin; “La creazione del boom e del collasso del mercato finanziario”

[5] https://home.treasury.gov/news/press-releases/sm1009

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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