Riassunto della puntata precedente: il dollaro, grazie alle allegre politiche monetarie della FED ed alle altrettanto lassiste politiche fiscali dell’amministrazione Trump, gli Stati Uniti si sono trasformati in una grande economia produttrice di debito; un fatto – questo – che rende l’ “Arsenale della Democrazia” particolarmente esposto alle turbolenze economiche internazionali.  Questo fatto rimane vero – ed anzi si rafforza – se teniamo in conto il fatto che la Cina occupa il secondo posto tra i detentori stranieri di debito statunitense con 3,4 trilioni di dollari (di cui 1,5 miliardi in 1,5 miliardi in Treasuries) in partecipazioni del Tesoro, appena dietro il Giappone. È vero che la Cina ha tagliato le sue partecipazioni e questo è l’importo più basso detenuto negli ultimi due anni; tuttavia attualmente detiene il 15,5% del debito estero USA: non esattamente bruscolini, insomma.

Il debito statunitense, tuttavia, è solo una parte della storia: l’altra parte  è rappresentata dalle manovre della Cina in merito al mercato dell’oro. La storia d’amore tra i cinesi ed il prezioso metallo giallo è stata – nel corso degli anni – molto controversa ed altalenante ed inizia nel 1983, anno in cui la “Banca del Popolo” cinese ha ricevuto dal Partito Comunista cinese il ruolo di gestore monopolistico del biondo metallo: in pratica, questo stava a significare che nessun altro – eccetto la “Banca del Popolo” cinese – era legalmente autorizzato a detenere oro; un fatto – questo – che nondimeno ha permesso alla popolazione cinese di accumulare illegalmente un quantitativo di questo prezioso metallo non indifferente. Diciannove anni dopo, anche la Cina si è aperta agli scambi con l’oro con l’inaugurazione dello Shanghai Gold Exchange, grazie al quale per la prima volta è stato permesso ai privati cittadini di possedere e scambiare oro liberamente tra loro. Con questo fatto, il giallo metallo ha avuto una crescita esponenziale sia in termini di produzione interna sia in termini di importazioni, come ci mostra questo grafico:

D’altro canto l’opportunità per acquistare oro si è presentata ai cinesi: infatti, quasi immediatamente dopo il mercato “toro” del 21 gennaio 1980,  l’oro è entrato in una fase ribassista del suo mercato che dura da 19 anni; una fase che vede il biondo metallo passare dal valore di 850 dollari ad un valore minimo assoluto di 256,8 dollari nel luglio 1999. Ed anche nel gennaio 2002, occasione in cui  l’oro era ancora a quei livelli assumendo un valore di 280 dollari, vi fu un importante numero di venditori: le banche svizzere (i più grandi detentori al tempo) cercavano di tirarsi indietro da quegli investimenti di portafoglio in oro vennero di fatto lasciate senza oro[1]; così come le banche centrali e tutte le fonti ufficiali ridussero le loro riserve auree di 3450 tonnellate, senza considerare le ulteriori 12-16000 tonnellate d’oro (Veneroso, 2005) messe a disposizione dalle stesse: tutti fatti – questi – che hanno abbassato ulteriormente il prezzo dell’oro. Come è stato possibile per la Cina acquisire tali quantitativi d’oro? MacLeod lo spiega in maniera molto lucida:

“Dati tutti gli accordi di scambio della Banca centrale cinese, i quali hanno consentito alla leadership cinese di gestire l’implementazione di investimenti interni negli anni Ottanta e un volume di export sempre crescente negli anni Novanta, la Cina può benissimo essere riuscita ad accumulare  20mila tonnellate d’oro ai prezzi correnti, rappresentando approssimativamente il 10 percento dei flussi monetari della summenzionata banca centrale. La proverbiale riservatezza che vige nei mercati dell’oro avrebbe potuto fornire la copertura a tutti questi acquisti. Tutto quello che avrebbe dovuto fare la Banca Centrale cinese era acquistare una media di mille tonnellate d’oro all’anno; un’azione – questa – che, dati i flussi di metallo e le dinamiche di mercato che si stavano verificando nel mercato ribassista dell’oro, sarebbe sicuramente passata inosservata. […]E c’è di più: dal 2002 la Cina ha proseguito nella sua importazione d’oro aggiungendo tale quantità a quella fornite dalle miniere allo scopo di assicurarsi che anche la sua popolazione si ritrovi per le mani una grande quantità d’oro. Che fosse o meno nelle loro intenzioni, la leadership cinese si è assicurata che ci fosse una quantità d’oro a 24 carati in circolazione, un fatto importante per far sì che la copertura della valuta cinese sia implementata in modo efficace.”  

Chiaramente, tutte queste spese pazze del governo cinese e della relativa banca centrale non sono state fatte a caso: vi è un disegno ben preciso dietro questi acquisti che sta venendo progressivamente fuori. In primo luogo, la Cina – così come altre nazioni – ha capito perfettamente che i giochetti inflazionistici di Jerome Powell non possono durare a lungo; così come appare evidente che la causa dei giochetti stessi (ossia la politica fiscale sconsiderata di Donald Trump) non può essere sostenibile nel lungo periodo. Di conseguenza, come vuole la prassi finanziaria, a fronte di un rischio di collasso valutario e fiscale del paese di cui si detiene una considerevole quota di debito pubblico, la Cina ha deciso di “hedgiarsi” (cioè proteggersi) contro il rischio di default e di valuta degli USA. E quale asset migliore dell’oro (che viene storicamente considerato come uno dei pochi investimenti “sicuri” al di là dei titoli di Stato) per proteggersi?

Tuttavia sarebbe un errore pensare che la strategia cinese sia solo quella di giocare in difesa. In effetti, quella cinese è una strategia mirata esplicitamente a distruggere il dollaro e di conseguenza sostituirsi geopoliticamente agli USA usando la leva economica che passa – oltre che dal debito – anche dall’oro e – in generale – dalle materie prime. Dal lato dell’oro la questione è molto semplice: se la Cina decidesse di monetizzare tutto il suo oro in dollari, renderebbe praticamente carta straccia il dollaro, distruggendone la credibilità internazionale come valuta di riserva ed esponendo il debito americano ad un rialzo spaventoso dei suoi tassi. Pura utopia? Non proprio: il quotidiano statale cinese “Global Times” di giovedì 3 settembre riporta l’opinione di Xi Junyang, un professore presso l’Università di Finanza e Economia di Shanghai, il quale non ci va molto piano quando avverte che

“la Cina diminuirà gradualmente le sue partecipazioni di debito statunitense a circa 800 miliardi di dollari in circostanze normali. Ma, naturalmente, la Cina potrebbe vendere tutte le sue obbligazioni statunitensi in un caso estremo, come un conflitto militare”.

Il fatto che un articolo di un professore (apparentemente) indipendente venga messo in bella vista nella prima pagina di quello che di fatto è il giornale di Stato cinese, dovrebbe metterci in allarme in quanto restituisce un messaggio molto chiaro: la Cina è pronta a dismettere le obbligazioni del Tesoro USA, alzando i rendimenti delle stesse e quindi mettendo a repentaglio l’economia USA profondamente indebitata; questo perché per rendere più “attrattive” le obbligazioni dismesse il Tesoro USA sarà costretto ad alzare a livelli maggiori di quelli odierni i rendimenti delle stesse e – considerando che è sulla base delle obbligazioni del Tesoro che vengono di fatto decisi i tassi del settore privato – questo provocherebbe una sostanziale “deflazione del debito”, aumento dei tassi per il settore privato, fallimenti delle imprese e quindi disoccupazione. Per dare un’idea della grandezza del fenomeno, stando ai dati correnti  la Cina avrebbe quasi un trilione di dollari da vendere, spingendo il dollaro verso il basso contro qualsiasi cosa i cinesi comprino; inoltre, quando un detentore di obbligazioni come la Cina comincia a vendere, non è escluso che anche gli altri comincino a fare lo stesso e quindi il fenomeno ne risulterebbe ampliato notevolmente.

Tutto questo, ovviamente, ha delle conseguenze monetarie importanti sull’economia americana e – per capire come mai – occorre richiamare il discorso (cavallo di battaglia del presidente Trump) del disavanzo commerciale. Ricordiamo che i disavanzi e il risparmio netto formano un’identità contabile, riassunta dalla seguente equazione:

(Importazioni-Esportazioni) ≡ (Investimenti-Risparmio)-(Spesa Pubblica-Tasse)

Un deficit commerciale è pari all’eccesso di investimenti del settore privato rispetto al risparmio, più l’eccesso di spesa pubblica rispetto alle entrate fiscali; ossia se si spende più di quanto si ha, bum: ecco il deficit commerciale. Questo è ulteriormente confermato dalla legge di Say, che ci dice che produciamo per consumare. Se diminuiamo i nostri risparmi e il governo aumenta la sua spesa, ci sarà meno produzione interna disponibile rispetto al miglioramento dei consumi. Il saldo sarà costituito dalle importazioni, dando luogo a un deficit commerciale. Siamo di fronte ad un magnifico caso applicativo del cosiddetto “dilemma di Triffin”, per cui una nazione che desidera mantenere la propria moneta come valuta di riserva mondiale, il dover essere disposta a fornire, alle altre nazioni, un apporto supplementare di moneta proprio per soddisfare la loro domanda di valuta di riserva, causando quindi un deficit della bilancia dei pagamenti (specie nelle partite correnti). Il paese che emette moneta internazionale deve quindi accettare crescenti disavanzi delle partite correnti al fine di soddisfare la domanda mondiale di valuta di riserva, ma nello stesso tempo i crescenti deficit indeboliscono la fiducia nella solidità della moneta nazionale usata come riserva standard internazionale. I paesi che debbono usarla, come ad esempio quelli con scarse risorse naturali, eserciteranno una forte domanda di valuta di riserva per poter pagare le transazioni con i paesi produttori di risorse. Questi ultimi investiranno in azioni e titoli di stato del paese emettitore, quindi i dollari emessi non si presentano al cambio, condizionando il valore del dollaro sulle altre monete. Comprendete molto bene, quindi, che il giochino di spendere senza tassare e stampando moneta può essere portato avanti solo finché gli importatori sono disposti ad aumentare le loro partecipazioni, in questo caso di dollari USA, invece di venderle: finora la richiesta di dollari all’estero permetterà agli Stati Uniti di mantenere un persistente deficit commerciale senza la contropartita di un deprezzamento della valuta o un raggiustamento dei flussi commerciali: infatti, il dollaro non si è svalutato nella misura prevista. Il tasso di cambio con le altre monete è stato poco sensibile a questo deficit della bilancia commerciale se commisurato a quanto ammonta il saldo esportazioni-importazioni. Ma le cose, a causa della FED, stanno per cambiare.

Finora non abbiamo affrontato adeguatamente l’impatto sulla politica monetaria e il modo in cui incide sui prezzi nel contesto degli squilibri commerciali e dei flussi di capitale. Abbiamo visto che in termini di flussi di capitale, la Cina si sta disfacendo dei dollari e si sta impegnando ad acquistare materie prime proprio nel momento in cui il bilancio e i disavanzi commerciali degli Stati Uniti stanno andando fuori controllo. Allo stesso tempo, sta adeguando le sue politiche economiche lontano dalla dipendenza dalle eccedenze di esportazione al miglioramento del tenore di vita della sua popolazione promuovendo la spesa per le infrastrutture e il consumo interno. Incoraggiando i consumatori a spendere piuttosto che risparmiare, l’identità contabile di cui sopra ci dice che le eccedenze commerciali della Cina tenderanno a diminuire, e di conseguenza le politiche dei tassi di cambio passeranno per soppressione del tasso di cambio dello yuan per rendere le esportazioni artificialmente redditizie. Perché? Perché  quando un governo gestisce un deficit di bilancio, riduce la quantità di fondi disponibili per i prestiti. Questo accade perché le spese del governo superano le sue entrate. Pertanto, quando un governo (come quello americano) ha dei deficit strutturali, ossia ha un risparmio negativo, riduce il risparmio totale. Questo riduce la quantità totale di risparmio di equilibrio, e questo fa aumentare anche il tasso di interesse reale. Questo aumento del tasso di interesse reale riduce il deflusso netto di capitale evento che, a sua volta, riduce la quantità di valuta nazionale fornita per essere scambiata in valuta estera, il che in ultima analisi fa apprezzare il tasso di cambio reale. Come MacLeod riporta:

“Se la Cina vuole prosperare in un mondo post-dollaro, deve essere pronta ad adattare di conseguenza il suo modello mercantile. La prova è che ha pianificato molto tempo fa per questa eventualità. Le sue radici marxiste fin dai tempi di Mao informano gli economisti e i pianificatori cinesi che il capitalismo sarebbe finito inevitabilmente con la distruzione delle valute occidentali. Da allora, gli economisti cinesi hanno adattato le loro opinioni verso l’adesione al neo-keynesianismo macroeconomico dei governi occidentali. Anche se questo è un processo naturale, la misura in cui la loro precedente filosofia marxiana è stata cambiata non è chiara. E mentre questo lascia una mancanza potenzialmente pericolosa di comprensione teorica del denaro e del credito, possiamo solo supporre che le valute occidentali siano ancora viste come inferiori al denaro metallico. Fu Deng Xiaoping a portare la Cina dopo la morte di Mao fino al 1989 e ad aver autorizzato la politica monetaria. Ed è stato lui a impostare la politica cinese sull’oro e sull’argento. Il 15 giugno 1983 il Consiglio di Stato ha approvato regolamenti che conmanino al People Bank of China il monopolio statale della gestione dell’oro e dell’argento della nazione e di tutte le attività correlate, ad eccezione dell’estrazione mineraria. La proprietà di entrambi i metalli da parte di individui e di qualsiasi altra organizzazione è rimasta illegale fino all’istituzione della Borsa dell’Oro di Shanghai nel 2002, da quando si stima sulla base dei prelievi dai caveau della SGE che l’oro di proprietà pubblica si è accumulato a oltre 15.000 tonnellate. Da allora, la Cina si è mossa gradualmente ma sicuramente per ottenere il controllo sui mercati fisici dell’oro e per diventare i più grandi minatori del mondo, sia in Cina che attraverso l’acquisizione di miniere straniere. La Borsa dell’Oro di Shanghai domina i mercati fisici sia direttamente che attraverso i legami con altre borse asiatiche dell’oro. Unendo questi puntini lascia un punto nascosto a noi; e questa è la vera estensione dell’oro fisico di proprietà dello Stato cinese. Possiamo supporre che la Cina sia partito da una posizione di proprietà dell’oro quando sono stati emanati i regolamenti del 1983. Il fatto che siano stati esclusi metalli preziosi diversi dall’oro e dall’argento è in accordo con la visione cinese dell’oro e dell’argento come metalli monetari. E il permesso per la popolazione generale di acquistare oro e argento sulla creazione della Borsa dell’oro di Shanghai nel 2002 suggerisce che nei diciannove anni dal 1983 lo stato aveva accumulato oro e argento sufficienti per le sue esigenze previste. Ai tempi di Deng, l’attività di cambio presso la banca dei popoli era frenetica, con flussi di capitale verso l’interno come società straniere stabilirono operazioni di produzione in Cina. A partire dagli anni ’90, mentre questi flussi continuavano, essi sono stati più che compensati dall’aumento delle eccedenze commerciali. Tenendo conto di questi flussi e del mercato ribassista contemporaneamente ai prezzi dell’oro, è possibile (anche se non dimostrabile) che lo Stato ha accumulato fino a 20.000 tonnellate. Qualunque sia l’importo effettivo, poco o niente di tutto questo è dichiarato come oro monetario. Da allora è stata applicata una rigorosa politica di non esportazione di oro, con l’unica eccezione di quantità limitate per il commercio di gioielli di Hong Kong, che finisce per essere acquistato e reimportato da escursionisti della terraferma. Anche se gli economisti statali hanno sempre più usato politiche neo-keynesian per stimolare artificialmente l’economia cinese, non dovremmo avere dubbi sul piano B della Cina. Non è per niente che ha deliberatamente preso il controllo dell’oro fisico e persino ha effettuato campagne pubblicitarie attraverso i media statali, a seguito della crisi di Lehman, esortando il suo popolo ad acquisirlo. Non possiamo ancora dire quando, come o se la Cina introdurrà il sostegno dell’oro per garantire che lo yuan sopravviva intatto ai problemi affrontati dal dollaro. Ma per ora, con la nuova politica di un aumento dello yuan illustrata nella figura 2 precedente, l’impatto sui costi interni per le materie prime importate sarà ridotto e possiamo aspettarci che il tasso yuan/dollaro continui ad aumentare di conseguenza”

Ordunque, quali scenari il neo eletto Joe Biden dovrà affrontare? In sintesi, Il dollaro è di fatto morto. La Cina (la maggiore detentrice del debito pubblico USA) ha di fatto monopolizzato il mercato dell’oro e se decidesse di monetizzarlo distruggerebbe il valore del dollaro e con esso il peso della spesa per interessi negli USA a causa tanto del rischio sovrano quanto di quello di cambio; e a quel punto i rendimenti ridicoli che la FED sta fissando per i Treasuries verrebbero palesemente sbugiardati dalla cruda realtà. Sebbene sia una strategia che non verrà adottata nel breve periodo, in quanto i soldi degli americani servono alla classe dirigente cinese per pagare le manovre interventiste che neppure in Cina mancano, sicuramente avremo una Cina molto più rafforzata ed un dollaro sempre più debole e – di conseguenza – delle valute estere (tra cui anche la sterlina e l’Euro) sempre più esposte. La Cina è (pericolosamente) vicina: quando ce ne renderemo conto, forse, sarà troppo tardi. Intanto applausi ai signori di Pechino, che hanno saputo prevedere (molto prima di noi) la crisi valutaria cui inevitabilmente andremo incontro.

[1] Fonte: “ Gold Wars —The Battle Against Sound Money as seen from a Swiss Perspective: Ferdinand Lips” pp. 116

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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