Esodo 10., 21 “Poi il Signore disse a Mosè: “Stendi la mano verso il cielo: verranno tenebre sul paese di Egitto, tali che si potranno palpare!”. 22Mosè stese la mano verso il cielo: vennero dense tenebre su tutto il paese d’Egitto, per tre giorni. 23Non si vedevano più l’un l’altro e per tre giorni nessuno si potè muovere dal suo posto. Ma per tutti gli Israeliti vi era luce là dove abitavano….”

Finisce l’anno, di notte. La notte nera nella quale le vacche sono nere, le renne sono passate nere tra neri corvi. Anche i gatti sono neri e nella scatola elettrizzati emettono scintille che non possiamo vedere. Sfrigolano i campi magnetici, incessantemente. 
E’ stato l’anno della merda nera e delle piaghe nere di un nero Egitto. Un anno senza gioia. E passi, la gioia.
Senza giardinetti. E’ stato l’anno senza giardinetti.

Il tramonto dell’occidente è trascolorato nella notte senza gioia e senza consolazione, la notte del pianto e della solitudine.
Tutto finisce in un gorgo, muto.
Il viaggio è giunto al termine della notte. Il gatto Bébert viaggia verso nord, la Danimarca, forse la Svezia, le aurore boreali.

Qualcuno, la scienza, in uno slancio meraviglioso, ha trovato la cura e l’ha messa a disposizione del mondo. Ma gli uomini hanno perso il lume della ragione e non sanno più distinguere la parola dalle chiacchiere. 
Parlano lingue diverse, non sanno intendersi, corrono dietro al più fesso che arriva.

Immancabile arriva la nuova piaga. Dopo il virus il no vax. Dopo la piaga morbosa quella mentale.
Chi pensava di vederne fuori, di aver visto la luce in fondo alla notte nera si disilluda. Non finirà mai.
Il pizzicagnolo vorrebbe ricominciare a fare il suo mestiere tra gente normale. Nel retrobottega olia il suo fucile, lo sguardo truce.

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