In questi mesi ho visto una radicalizzazione ideologica crescente che ha portato persone che prima pensavano di avere molto in comune ad avere confronti violenti. Faccio outing; io stesso, non sono stato immune da questo fenomeno. E ho fallito nella ricerca pacata di dialogo, ma ciò è stato utile a capire una cosa importante. Ho capito che, al di là di tutte le filosofie, le sigle, le correnti e i partiti di appartenenza, ci sono due concezioni assolutamente inconciliabili della vita.

L’inconciliabilità riguarda il tema della libertà, ma in un modo sottile. Tutti infatti a parole sono paladini della libertà. La differenza però è nell’attribuire alla libertà una valenza etica, una dimensione di giustizia.

Mi sembra che alla fine tutto si riduca all’esistenza di due opposti paradigmi morali.

Il primo, quello dell’etica della libertà, prevede che sia sbagliato che un gruppo di persone, che può anche essere rappresentativo di una maggioranza numerica, possa violare, contro la loro volontà, i diritti negativi degli individui per la realizzazione di un bene comune di cui tale gruppo si proclama affidatario e ne definisce i contorni. Il secondo, quello dell’etica del bene comune, che pensa il contrario, ovvero che sia giusto ciò che il primo considera sbagliato.

Questa diversa posizione etica in condizioni normali non determina conflitti importanti, ma i conflitti inevitabilmente emergono in condizioni estreme o critiche. Facciamo due esempi concreti. Uno in cui ci sono solo individui, e uno in cui entra in gioco anche lo stato.

Il primo esempio è un esperimento mentale che estremizza una situazione di pericolo.
Ci sono cinque naufraghi su una zattera che ne può contenere senza affondare solo quattro. Uno va eliminato altrimenti muoiono tutti. È evidente che la soluzione dove si salvano in quattro è migliore di quella dove non si salva nessuno. Il problema però è come si elimina un naufrago.

Se ci si riconosce nel paradigma dell’etica della libertà non ci sono dubbi, un naufrago si può solo sacrificare volontariamente. Nel caso pertanto che uno o più naufraghi buttino a mare il più debole o il meno utile, questi sono assassini e dovranno pagare le conseguenze del loro crimine.
Se ci si riconosce nell’etica del bene comune invece diventa legittima la scelta di una maggioranza anche senza il consenso del sacrificato. In questo caso non c’è alcun crimine, né alcuna pena da scontare.

Vediamo il secondo esempio, molto attuale: una pandemia. Qui il paradigma dell’etica del bene comune può portare un governo alla scelta di limitare la libertà di movimento di tutti (lockdown) o, in caso di esistenza di un vaccino, di vaccinare obbligatoriamente tutti i cittadini.
Il paradigma dell’etica della libertà viceversa consentirebbe che venisse limitata la libertà di movimento solo a chi è effettivamente pericoloso in quanto contagioso, ma non permetterebbe la reclusione prudenziale di chi è sano perché non lo si sa distinguere dal contagioso. Per quanto riguarda un eventuale vaccino, poi, le persone dovrebbero essere correttamente informate, ma lasciate libere di scegliere se vaccinarsi o meno.

È interessante notare che il paradigma dell’etica della libertà non è antitetico a quello del bene comune, nel senso che o si preserva la libertà o si ottiene il bene comune. Al contrario il primo è il modo più sicuro di ottenere quanto si prefigge il secondo. È infatti più probabile che il bene comune si ottenga in presenza del vincolo di non aggressione, piuttosto che in sua assenza.

Prendiamo il caso dei naufraghi, adottare il paradigma dell’etica della libertà non comporta necessariamente l’esito nefasto in cui tutti annegano, al contrario quasi certamente i naufraghi si accorderanno per sorteggiare chi dovrà essere sacrificato. E eventuali iniziative volte a sopraffare uno dei naufraghi senza il suo consenso troverebbero la riprovazione e probabilmente la resistenza degli altri.
Il paradigma dell’etica del bene comune invece, non prevedendo la necessità del consenso, potrebbe portare ad una scelta arbitraria e violenta da parte della maggioranza o del più forte ai danni del più debole, dove il sacrificio necessario diventa omicidio autorizzato.

Allo stesso modo, nel caso della pandemia evitare il lockdown non significherebbe automaticamente il liberi tutti o la mancanza di precauzioni, significa affidare quest’ultime al senso di responsabilità degli individui. E i risultati dei paesi che non hanno implementato lockdown dimostrano che si possono ottenere risultati anche migliori.
Anche nel caso del vaccino, se si agisse all’interno del paradigma dell’etica della libertà, è molto più probabile che si realizzi un punto di equilibrio ottimale.
Se il vaccino infatti dovesse essere efficace oltre ogni dubbio (ad. esempio quando il rischio di controindicazioni è estremamente più basso del rischio della malattia, come nel caso del vaiolo), è quasi certo che la maggioranza si vaccinerà volontariamente. Viceversa se la sua efficacia non fosse così evidente (ad esempio quando il rischio delle controindicazioni è dello stesso ordine di grandezza della malattia, come nel caso di un’influenza), lasciare la libertà di scelta non comprometterebbe comunque la massimizzazione del bene comune.

Se è vero che il paradigma dell’etica della libertà consente nella maggior parte dei casi di massimizzare il bene comune, questo non è altrettanto vero per il paradigma dell’etica del bene comune.
Sia perché chi compie le scelte arbitrarie non ha le informazioni necessarie, sia perché le conseguenze delle azioni possono avere effetti inintenzionali, sia infine perché le azioni spesso sono fatte più per soddisfare i fini di chi le compie che i fini di chi si rappresenta.

E non solo questo, il paradigma dell’etica del bene comune è estremamente più rischioso in quanto non consente di raggiungere punti di equilibrio stabili e piccole perturbazioni facilmente portano alla degenerazione del sistema. Questo accade perché, in condizioni critiche, tale paradigma autorizza la sospensione dei limiti all’esercizio del potere sull’individuo da parte dell’autorità.
In questa pandemia è stato evidente, tutti i limiti costituzionali a protezione dei diritti dei cittadini sono saltati con il consenso dei cittadini e degli stessi costituzionalisti e protettori della costituzione (una categoria di cui veramente non si capisce l’utilità).
D’altra parte la storia insegna che se si consegna nelle mani di pochi un potere da usare all’interno di limiti condivisi, questi pochi prima o poi travalicheranno i limiti e useranno il potere per i loro fini. E il sistema di incentivi della politica fa sì che i loro fini quasi sempre non coincidano con i nostri. Tale sistema di incentivi, inoltre, accelererà la degenerazione del sistema perché porterà i politici a voler comunque agire per livelli di rischio sempre più basso, oltre la soglia per la quale un intervento sarebbe solo dannoso.

Concludendo vorrei fare un’ultima considerazione che ritengo importante. Dovrebbe essere chiaro che chi adotta il paradigma dell’etica della libertà non è portatore di interessi di classe, al contrario intende tutelare tutti gli individui, e in particolare i più deboli, i primi normalmente a essere sacrificati. Inoltre, nell’esempio della pandemia, chi adotta questo paradigma non è affatto più negazionista o no vax di chi adotta l’altro. E tuttavia questa è quasi sempre l’accusa che viene fatta ai primi: essere classisti, negazionisti, no vax, insieme ad altri immotivati epiteti dispregiativi, come essere antiscientifici, terrapiattisti, massimalisti, ideologici,…

Perché questo accade?
La mia risposta è che chi adotta il paradigma dell’etica del bene comune ha un dna violento che lo trasforma nei momenti di crisi nel nemico di chi fino a poco prima considerava amico. E poiché l’aggressione è lecita, si deve trovare un modo per giustificarla, serve a tutti i costi un nemico anche a costo di crearlo con la menzogna.
In definitiva, l’etica del bene comune è l’etica di Caino.

Editoriali

by Autori Vari

Gli editorialisti di Lib+ sono persone libere e indipendenti che contribuiscono volontariamente con articoli e saggi.

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