Liberal, liberale, liberista, libertario o neoliberista? O cosa? C’è una gran confusione nelle definizioni del liberalismo, quindi meglio fare un po’ di ordine, senza troppe pretese.
1. Dal 1776, da quando il termine “liberale” venne usato da Adam Smith per indicare il regime di libero scambio, liberale vuol dire essenzialmente: libertà dell’individuo dallo Stato. Il liberalismo come termine compare nel 1776, ma già altri filosofi precedenti, a partire da John Locke, un secolo prima, erano chiaramente liberali.
2. Fino alla metà dell’Ottocento si è conosciuta solo quella definizione di liberalismo e non altre. A deviare il corso della storia liberale è stato John Stuart Mill: pur essendo un liberale in senso stretto ha posto più attenzione ai problemi sociali e l’impatto che la sua filosofia ha avuto sul partito liberale (Whig) britannico è stato quello di trasformarlo in un partito sempre più progressista: non più libertà dallo Stato, ma libertà di perseguire i propri obiettivi, anche con l’aiuto di uno Stato interventista
3. Fra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, il termine “liberal”, nel mondo intellettuale anglosassone, è diventato sinonimo di progressismo, dunque una politica statale interventista per promuovere attivamente la “libertà dal bisogno” e i diritti sociali.
4. All’atto pratico, nello stesso periodo, mentre i Paesi dell’Europa continentale abbandonavano il liberalismo a favore del socialismo o del nazionalismo (o di entrambi), anche i baluardi anglosassoni del liberalismo lo abbandonavano a favore di politiche sociali, gli Usa nel 1932 dopo la Grande Crisi e con il New Deal, l’Impero Britannico con la Seconda Guerra Mondiale. Dal 1945 al 1979, il liberalismo è di fatto scomparso e il suo nome è stato rubato dai suoi avversari
5. Il liberalismo in senso stretto, inteso come libertà dell’individuo dallo Stato, è tornato in auge solo nella seconda metà degli anni 70 grazie al lavoro carsico di pochi intellettuali (come Mises, Hayek, Friedman, Bruno Leoni, in parte Einaudi) e grazie alle innovazioni di nuovi autori (Rand, Rothbard, Nozick) ai confini dell’anarchia o apertamente anarchici.
6. Quando le politiche del liberalismo (in senso stretto) sono ricomparse sulla scena politica negli anni 80, soprattutto con Margaret Thatcher e Ronald Reagan, conservatori ma attratti dalle idee liberali, si è posto di nuovo il problema del termine. I liberali in senso stretto sono stati definiti “liberali classici”, cioè liberali come lo erano gli autori precedenti a John Stuart Mill. I loro avversari li hanno chiamati “neoliberali” o “neoliberisti”. I più radicali sono stati definiti “libertari”, tranne la Rand che si riteneva unica e si definiva “oggettivista”.
7. Francamente penso che il problema del nome non si ponga. Il termine “liberale” nasce per indicare una filosofia politica ben precisa: la libertà dell’individuo dallo Stato. Che poi questo termine sia stato rubato dai progressisti, per definirsi in altro modo, è un problema dei progressisti. Ma non è giusto che i liberali debbano cambiare nome perché altri lo hanno usato abusivamente.

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Giornalista, saggista. Laureato in Scienze Politiche all’Università degli Studi di Pavia.

Una volta che si è tolta la verità all’uomo, è pura illusione pretender di renderlo libero. Verità e libertà, infatti o si congiungono insieme o insieme miseramente periscono. (San Giovanni Paolo II)

Stefano Magni

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