Il mestiere di un articolista, che a voi lettori piaccia o no, è quello di farvi saltare sulla sedia dalla rabbia. Personalmente, ogni volta che scrivo e pubblico un articolo ho tra i miei obiettivi – oltre quello di informarvi, rendervi (un poco più) edotti in materia di economia e politica e (perché no) divertirvi – quello di farvi (mi si passi il termine) incazzare di brutto. Sì, perché se è vero che il logos (la ragione) è un aspetto estremamente importante nel far comprendere e nel diffondere una certa idea, è anche vero che una certa dose di pathos (il sentimento) – come ci insegna Aristotele nella sua “Retorica” – non guasta mai: dà colore ai contenuti del logos, tiene attento il lettore/ascoltatore e può aiutare (e non ostacolare) la diffusione e la comprensione di un’idea. Non sempre ci riesco a fare ciò (se ci riuscissi, francamente, non starei scrivendo su un blog ma sarei un giornalista ben più importante); ma l’ultima volta, con l’articolo riguardo la sconfitta di Donald Trump e sulle considerazioni politiche che ne possiamo trarre, penso di esserci riuscito bene. E sapete una cosa? Sono estremamente contento.

Il motivo è che ogni volta che le persone escono dai gangheri è come se bevessero una damigiana di vino: sapete com’è no? In vino, veritas, si dice; perché (al di là dell’origine religiosa dell’espressione, che lasciamo da parte visto che non vogliamo essere in alcun modo blasfemi) la purpurea bevanda ha come strano effetto – quando ingerita in dosi troppo ingenti – di disinibire il soggetto che la ingerisce mettendo in mostra il meglio (peggio) di sé. L’articolo di qualche giorno fa è stato esattamente questo: una grande, enorme damigiana di vino ingerita da alcuni soggetti che – non contenti del fatto che il loro arancino dal ciuffo biondo non sia riuscito a vincere contro l’altrettanto esecrabile nonnetto dei Democrats e contro la sua badante (che – come vuole la prassi – alla morte del nonnetto, per la quale forse non dovremo aspettare poi così tanto vista la veneranda età di 78 anni, erediterà il patrimonio politico dello stesso) – hanno dato il meglio di loro nel criticare quello che ho scritto in quell’articolo. Alcuni mi hanno accusato di parteggiare per Biden, altri – in privato – mi hanno scritto che io sono un socialista. Evidentemente, costoro la damigiana di vino l’hanno bevuta non solo metaforicamente; perché – se andate a rileggerlo quell’articolo – non ho scritto una virgola a favore del nonnetto 78enne e della sua badante erede al trono. E, nonostante questo, mi hanno dato del “progressista”, del “democratico”, del “globalista” e del “socialista”. Ripeto, costoro la damigiana l’hanno bevuta sul serio.

Al di là di questi soggetti (alle cui alzate d’ingegno rispondo con un singolare detto popolare della mia Umbria: i ragli dei somari non vanno in cielo), il fatto che anche molti sinceri amici della Libertà abbiano espresso qualche remora nel condividere le mie opinioni mi ha lasciato decisamente perplesso, per non dire preoccupato. Tale atteggiamento, infatti, è indice di opportunismo nel peggiore dei casi, mentre nel migliore sta ad indicare una patologia – non meno pericolosa dell’opportunismo – che in politica è molto spesso controproducente: la rassegnazione; una patologia che – in nome di una supposta “realpolitik” volta al conseguimento di risultati elettoralmente significativi – sacrifica quelli che sono i valori fondamentali del libertarismo e che ne definiscono gli obiettivi rispetto agli altri approcci alle filosofie politiche. Il libertarismo è, infatti, prima di un insieme di contenuti, un set di principi sulla base dei quali i libertari vanno a proporre delle soluzioni specifiche: insomma, il liberalismo è aprioristico, perché si basa su PRINCIPI (Non Aggressione, Proprietà Privata e libero mercato) che lo definiscono in quanto tale e lo distinguono dalle altre dottrine politiche. Se questo è vero (e chiunque si definisca appartenente – o quantomeno vicino – al mondo libertario non può riconoscere che non lo sia) allora dobbiamo vedere se l’operato di Trump e le sue promesse elettorali sono effettivamente compatibili con questi principi: se non lo sono – grazie a quel bel principio che il summenzionato Aristotele chiamò “del Terzo escluso” e riassunto con la bella frase “Tertium non datur” – allora non possiamo definire Trump e chi lo sostiene un liberale/libertario.

Allora, chiariamo alcuni punti – come ho scritto anche in un mio post di Facebook –  in merito all’operato di Donald Trump; chiaramente in un’ottica liberale:

  1. Tagliare le tasse e non tagliare le spese non è liberismo, è keynesismo d’acqua dolce;
  2. Fare debito e farlo comprare alla tua banca centrale (come fa la fantomatica FED) non è liberismo, ma pseudo MMT.
  3. Mettere dazi e cercare di migliorare la propria bilancia dei pagamenti nelle sue partite correnti stampando soldi (leggi: fregarsene cordialmente del dilemma di Triffin) non è liberismo, è lo stesso mercantilismo osteggiato da Adam Smith e quindi non è liberismo. Come non è liberismo, chiariamoci, gli accordi di “libero scambio” che millantano i globalisti de noantri, che pongono regole assurde alla “libera circolazione” che gli stessi millantano tanto (esempio su tutti, le varie clausole di esclusione degli scambi con paesi che praticano la loro legislazione sul lavoro più snella ed elastica di quella praticata nei paesi occidentali).
  4. Non basta tagliare il cuneo fiscale sul lavoro per essere liberista. Devi riformare il mercato del lavoro in modo strutturale, avendo come priorità il decentramento della contrattazione e la Libertà contrattuale.
  5. Stimolare l’economia con soldi a pioggia e credito facile non è liberismo. È – come si dice negli USA – Keynesismo “on steroids”.
  6. Criticare (GIUSTAMENTE, visto che IO PER PRIMO LO FACCIO) il politicamente corretto dei democratici – che ha raggiunto dei livelli esasperanti – ed il loro Marxismo culturale lo si può fare in molti modi. C’è quello intelligente (che smonta una per una le loro contraddizioni in un dibattito razionale, cfr. Jordan Peterson) e quello stupido (fare il bambino capriccioso e dire “feik niusss” ogni volta che si apre bocca, cfr. Trump).
  7. Essere pro-armi, anti-immigrazione e non interventista in politica estera non ti qualifica né conservatore né come libertario. Essere libertario significa ritenere giusto un set di principi che implicano sì la libertà di possedere armi, ma non solo. Essere libertari e conservatori vuol dire avere il Principio di Non Aggressione come faro, e questo significa non solo armi e non interventismo estero; ma anche e soprattutto laissez-faire interno. Nessuno dei due candidati, a mio giudizio, sostiene questi principi: chi perché (Trump) non comprende (o fa finta di non farlo) i vantaggi della libera circolazione delle persone e delle merci, chi perché (Biden) pretende di sovvenzionare gli immigrati e le nazioni povere con inutili programmi di welfare e aiuti internazionali invece di consentire agli immigrati una libertà di impresa tale che anche costoro possano – nel paese di arrivo – introdursi positivamente nel tessuto produttivo e sociale ed alle nazioni in via di sviluppo di cercare – all’interno di un framework di libero mercato – la loro strada verso la prosperità: d’altronde è molto più conveniente (politicamente) dare a qualcuno il pesce (minacciando di toglierglielo ogni volta che non ti ubbidisce) che insegnargli a pescare (e renderlo veramente indipendente, no?
  8. Fare 71 milioni di voti perché il tuo avversario fa oggettivamente schifo non ti rende automaticamente migliore: ti rende solo meno peggio; cosa molto, MOLTO diversa. In questi casi, dalle mie parti si dice “Quando altro non c’è, con la moglie bisogna andare a letto”. Dove finiremo con accontentarsi sempre del male minore? Risposta: Italia, dove i liberali/libertari contano come l’asso di coppe quando la briscola è bastoni e sono addirittura arrivati ad allearsi con forze che sfido chiunque a definire liberali (esempio del PLI alleato con FDI e di Forza Italia con Salvini a fare opposizione, sound familiar?).

Trump non è liberale, come non lo è Biden; non mi stancherò mai di dirlo. La politica – quella seria –  non è tifoseria e insulto, ma dibattito e confronto civile; non lassismo morale opportunistico, ma trionfo dei principi (perché sì, nonostante la questione morale venne sollevata da un comunista del calibro di Berlinguer – il massimo avversario dal mio punto di vista – , l’integrità può e deve essere al centro di ogni azione politica al di là del colore dell’attore che la esperisce; se non altro per una questione di principio, appunto, prima che di tornaconto politico e soprattutto per il liberalismo, massima espressione dei principi applicati in campo politico). Così come non mi stancherò mai di dire, io non sono pro-Biden in quanto libertario; e proprio in quanto libertario io non mi sento di essere pro-Trump. Questo significa, cari libertari pro-Trump (che da ora in poi, ogni volta che li/vi in incontrerò, chiamerò “Liberali alla puttanesca” vista la loro propensione a concedersi supinamente a chi strilla più forte e non a chi ragiona meglio per andrare oltre il misero zero virgola che tanto prenderanno comunque visto il loro livello di coerenza) che scannarsi a misurare chi ce l’ha più liberale tra Trump e Biden è stupido come discutere del sesso degli angeli ed è un favore ai due socialisti di cui sopra ed ai loro sostenitori, i quali gongolano nel vedere i loro avversari (noi Libertari) divisi a discutere su cosa sia più buono, il Twix rosso o il Twix Giallo, quando sappiamo benissimo che – in realtà – fanno entrambi schifo e danneggiano il fegato di chi li mangia. Non pretendo con questo, sia chiaro, di volere dare lezioni di liberalismo a nessuno: il mondo è bello perché è vario e in quanto libertario sono consapevole di non avere la verità in tasca. Però, parafrasando una famosa frase di Leonardo Facco, pur non avendo la verità in tasca ho la libertà in testa; quindi – consapevole di ciò – io ho semplicemente esposto la mia (contestabilissima, anche da un punto di vista libertario per carità) opinione. Quindi, cari “libertari alla puttanesca”, seppelliamo l’ascia di guerra, smettiamo di fare i bambini tifosi delle squadre di calcio (ugualmente stataliste) e ricominciamo a fare cultura politica sul serio, superiamo le nostre divisioni su una questione veramente ridicola (come le elezioni americane, teatrino – come tutte le elezioni – dello statalismo più spinto) e riconosciamo la deficienza di entrambi; andiamo avanti, insomma, a promuovere la libertà – questo sì -, il nostro vero lavoro e compito primario.

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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