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Lo Stato produce statalismo

Lo Stato produce statalismo

Immaginiamo di creare un nuovo apparato X con il compito di occuparsi del problema X. 

Allochiamo un budget, delle risorse, un certo numero di impiegati, stabiliamo obiettivi e norme e regole su come deve operare, etc..

Quale è l’esito che ci segnalerà l’apparato X più probabilmente dopo un anno?

  1. Il problema X è definitivamente risolto e l’apparato ci segnala che possiamo scioglierlo non c’è altro da fare
  2. Il problema X è sotto controllo e l’apparato X ci segnala che va tutto bene, se non che avevamo stanziato troppe risorse e troppo personale, per cui ci invita a ridurglieli
  3. Il problema X è sotto controllo e l’apparato X ci informa che va bene così, non gli servono altre risorse, più soldi, personale o potere, quelli che hanno sono sufficienti, basta lasciarli in pace e tutto procederà bene.
  4. Il problema X non è risolto, l’apparato X ha operato bene con le risorse a disposizione, ha avuto buoni risultati, ma gli servirebbero più soldi, persone e potere per risolvere il problema
  5. Il problema X non è risolto e l’apparato X ci informa che non potrà assolutamente farci niente così come stanno le cose perché le risorse, i soldi, il personale e la libertà d’azione di cui è dotato sono del tutto insufficienti e ce ne chiederà molti di più.
  6. Il problema X non è risolto e l’apparato X ci informa che non potrà farci niente così come stanno le cose perché le risorse, i soldi, il personale e la libertà d’azione di cui è dotato sono del tutto insufficienti, ma riconoscerà che quelli di cui avrebbe bisogno per affrontare il problema sono così enormi e debordanti, che non dovrebbe averli e ci consiglierà di desistere.
  7. Il problema X non è risolto, ma l’apparato X ci segnala che si è reso conto di non poterlo risolvere, di essere inutile e per cui ci consiglia di abolirlo e accettare di non poter risolvere il problema

Sicuramente l’esito più probabile è il 4 o il 5, o un mix tra i due. Nessuno immaginerà realisticamente che l’apparato X possa chiedere la propria abolizione, la riduzione del proprio budget e del proprio personale e neppure segnalare che non gliene serve di più, e ancor meno segnalare la propria impotenza e inutilità.

Questo non per disonestà, ma perché se all’apparato X è stato dato un compito, il suo scopo è affrontare il problema X e il suo sforzo sarà cercare di immaginare modi per affrontarlo. 

È nella sua costituzione immaginare di poter essere utile, di poterlo risolvere o se non risolvere di poter almeno migliorare grandemente la situazione.

Se non vi riesce elencherà ciò che immagina gli servirebbe per riuscirci. 

Perché d’altronde non dovrebbe poterci riuscire in senso assoluto? Con adeguati mezzi, soldi, personale e potere immaginerà di poter fare di tutto.

Inoltre tutti gli stipendi, le carriere, il lavoro, il potere andrebbero perduti se venisse chiuso, le persone perderebbero il posto, etc..

Gli apparati statali non hanno un rischio d’impresa, non dipendono dal libero acquisto dei loro servizi nel mercato da parte di clienti che li acquistano volontariamente, non vivono in regime di concorrenza, usano i soldi delle tasse e non possono fallire. Per cui i posti statali sono posti a vita una volta passati a tempo indeterminato. 

Quindi non solo la mentalità, ma l’interesse personale, gioca a favore del suo mantenimento e della sua espansione.

Se ogni apparato statale in fondo ragiona così, è normale che lo stato tenda ad espandersi, a chiedere costantemente maggiori fondi, a segnalare costantemente che c’è bisogno di maggiore spesa pubblica.

È normale che non dia alcun peso alla proprietà privata, anzi la disprezzi e la guardi con fastidio: la proprietà privata coincide con l’autonomia decisionale dei proprietari, e quindi con la possibilità di non seguire le direttive dell’apparato statale. È per definizione una forma di resistenza al controllo politico burocratico.

E se un dipendente pubblico, un burocrate o un politico vi dessero peso la prima cosa che noterebbero è che tutto il loro stipendio, il loro apparato, il loro budget, il loro potere, le loro azioni, e le loro norme esistono in violazione di essa.

Non è un caso se la spesa pubblica, le tasse e il debito, con lievi oscillazioni nel mentre, crescono sempre. E se la democrazia, che secondo la teoria prevederebbe l’alternanza, da questo punto di vista non ne produce alcuna: non si alternano periodi in cui lo stato avanza e altri in cui regredisce, la spesa, le tasse e il debito non oscillano intorno a un centro, crescendo con alcuni governi e diminuendo con altri.

In parole povere, l’approccio naturale dello stato e dei suoi apparati è il dirigismo, cioè l’aumento dell’intervento statale, come abbiamo detto.

Quindi non ci si può aspettare che lo stato si autolimiti e deve invece essere limitato dall’esterno, dalla resistenza dei cittadini e della società civile, mentre dal canto suo farà di tutto per superare questa resistenza ed espandersi.

Ma una volta che abbia superato un certo limite, una volta che abbia sufficiente budget, apparati, personale, potere, etc.. lo stato avrà semplicemente vinto, non esisterà più modo di resistere e limitarlo, la mentalità e gli interessi “statalisti” avranno preso il sopravvento e le cose procederanno in quella direzione finché altro, ad esempio un fallimento dello stato stesso, non venga a impedirglielo.

Facendo una facile profezia, che stiamo già vedendo avverarsi in Europa: l’interventismo statale accelererà, avremo un’economia sempre più dirigista e pianificata, mentre ogni problema sarà attribuito alla libertà individuale di scelta residua.

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