Da ormai diversi mesi, per ovvie ragioni, è molto discussa la tematica della relazione tra il mondo scientifico degli accademici e la società dei cittadini; il nodo di questa diatriba concerne essenzialmente la comunicazione (e più in generale la comunicabilità) di nozioni, conoscenze e credenze scientifiche a un ampio bacino di interlocutori che, in genere, non sono collocati all’interno della stessa cornice linguistica (e metalinguistica) in cui queste sono formulate o apprese. In altre parole, il cittadino pretende (giustamente) di fruire consapevolmente dei risultati sia pratici che teorici di un processo tecnoscientifico a cui non può partecipare attivamente e integralmente. Una richiesta piuttosto ragionevole in qualsiasi società bene formata: non possiamo essere tutti scienziati.

Questo confronto viene in genere proposto in un contesto sociopolitico: ci si chiede chi può e non può affermare che cosa, si richiede chiarezza e un grado soddisfacente di certezza, si pretende un consenso più o meno armonioso rispetto sia alle conclusioni tecniche che alle loro conseguenze operative. Occorre immediatamente precisare che tutte le pretese di questo tipo sono assolutamente irragionevoli: derivano spesso da una nostra tendenza a riferirci a un distorto principio di autorità, o da un nostro bias democratico che ci porta a fare riferimento a una vox populi che, nell’ambito della tecnoscienza moderna, non può essere criterio di verificazione.

In questa sede tuttavia non sono interessato a fare politica; vorrei invece porre una questione più tecnica, più generale, e forse più complessa: qual è (se esiste) la relazione tra tecnoscienza moderna, conoscenza, e ciò che nel linguaggio comune intendiamo con ‘verità’? Si tratta di una domanda collocata nell’ambito dell’epistemologia, a monte rispetto al problema della comunicazione dei risultati scientifici (una questione che si trova nei territori della morale e della sociologia), e che concerne il ruolo occupato dai metodi della scienza all’interno del processo con cui noi, come soggetti prima che come cittadini, acquisiamo nuove conoscenze fattuali ‘vere’. Come sempre imposterò il problema proponendo un semplice esempio di fantasia, questa volta si tratta di quello di Mary la super-scienziata, proposto per la prima volta da Frank Jackson nel 1982.

Mary è una formidabile neuroscienziata specializzata in neurofisiologia della visione che, per qualche motivo, è costretta a vivere e portare avanti i suoi studi all’interno di una stanza in cui il mondo si presenta sempre e solo in scala di grigi (in bianco e nero). In questa stanza Mary apprende ogni possibile nozione relativa ai colori, alla visione dei colori e alla relazione tra colori e attività cerebrale: impara in che modo diverse lunghezze d’onda stimolano diversamente la retina; impara come i soggetti umani si riferiscono verbalmente e non verbalmente a questi stimoli (per esempio dicendo ‘il cielo è blu’); impara in che modo questi stimoli influenzano l’attività cerebrale e in che modo danno origine a diverse risposte emotive; impara se vi sono e quali sono le reazioni sociali, culturali ed estetiche a questi stimoli ottici in tutte le culture umane conosciute. Terminati i suoi studi, Mary sa tutto quello che c’è da sapere, in termini scientifici, sui colori; è a questo punto che esce dalla sua stanza e si trova davanti, forse in un vaso bianco stile minimal, una splendida rosa rossa. Diremmo che Mary ha imparato una cosa nuova?

Il principale obbiettivo di Jackson era argomentare per lo statuto di realtà di delle proprietà mentali chiamate qualia; si tratta di un dibattito aperto nell’ambito della filosofia della mente che, in questa sede, non tratteremo. Il lettore incuriosito da questo argomento può riferirsi direttamente all’articolo di Jackson (Epiphenomenal Qualia, 1982).

Più rilevante per noi è una seconda conclusione che è possibile trarre da una risposta affermativa alla domanda dell’esperimento, la negazione del fisicalismo (e, per esteso, del riduzionismo fisicalista). Se accettiamo tutti i presupposti dell’esperimento, questa conclusione è invero triviale: se Mary sa tutto quello che si può esprimere rispetto ai colori impiegando il linguaggio della tecnoscienza, e se apprende qualcosa di nuovo osservando la rosa (il quale di vedere il rosso), allora questa nuova conoscenza non può, nemmeno in linea di principio, essere espressa nel linguaggio quantitativo impiegato dai modelli fisici. Più in generale, questo significa che sarebbe impossibile ‘tradurre’ tutta la conoscenza acquisibile nel mondo dei fatti nel linguaggio della fisica senza perdere informazioni ‘intraducibili’ e salienti. In altre parole ancora, l’esempio di Jackson non ci informa soltanto sullo statuto di alcuni tipi di esperienza, ma ci permette di fare un’affermazione di ampio respiro rispetto alla relazione tra scienza e conoscenza: i modelli matematici impiegati dalla fisica non sono completi rispetto al mondo dei fatti.

L’illusione di completezza con cui si presenta la tecnoscienza è ormai estremamente radicata nella nostra cultura e nel nostro modo di pensare, tanto che indicare la spiegazione maggioritaria nella comunità scientifica è per noi fin troppo spesso sinonimo di indicare il modo corretto (o, peggio ancora, ‘vero’) di interpretare un fenomeno. Ma credo che ci dimentichiamo con eccessiva facilità che il metodo tecnoscientifico, un’eredità piuttosto recente del pensiero illuminista, è un processo e uno strumento; uno strumento senz’altro molto potente e affidabile, che più e più volte ha dato prova della sua efficacia, ma pur sempre uno strumento.

Vorrei concludere suggerendo che, per tutta la sua utilità in quanto metodo di indagine e modello quantificativo, la tecnoscienza moderna non può e non deve avere la pretesa di colorare il nostro outlook sull’intera realtà che abitiamo. La scienza ci permette di misurare alcuni aspetti del reale e di costruire rispetto ad essi utili modelli descrittivi e predittivi, ma in ragione della sua incompletezza sarebbe un grave errore elevarla a cornice di significato privilegiata per la totalità della nostra esperienza. In particolare, la scienza non è sempre in grado di fornire resoconti esplicativi per tutti i fenomeni percepibili (se non nel senso triviale e poco soddisfacente per cui la quantificazione di una ricorrenza a scopi predittivi viene considerata equivalente un modello esplicativo); e, forse soprattutto, non è in grado di dirmi che cos’è il vedere il rosso.

La Teiera Celeste

La teiera di Russell, chiamata anche teiera celeste, è una metafora ideata dal filosofo Bertrand Russell per confutare l’idea che spetti allo scettico, anziché a chi le propone, l’onere della prova in merito ad affermazioni non falsificabili, in particolare in ambito religioso.

by Autori Vari

Laureato in Filosofia alla Statale di Milano, laureato magistrale in Scienze Filosofiche alla Ca’ Foscari di Venezia.

 

Giovanni Mustacciuoli

Coordina la sezione Filosofia

Share This

Share This

Share this post with your friends!

%d bloggers like this: