L’altro giorno, nella pausa tra un momento di studio ed un altro, mi è capitato tra le mani un curioso articolo di economia pubblicato sul sito di Gianluigi Paragone, intitolato “La teoria monetaria moderna (MMT): la cassetta degli attrezzi per smontare pezzo per pezzo le falsità del mainstream economico”. L’articolo era un peana alla oramai famosa – ma non secondo Paragone, a quanto pare – “Modern Monetary Theory” o – per i non anglofoni – “Teoria Monetaria Moderna”. Di cosa si tratta? È davvero una teoria “Moderna” come i suoi sostenitori vogliono farci credere? E – soprattutto – davvero rappresenta quel mix di politiche economiche che potranno tirarci fuori dalla crisi in cui versiamo? Sono queste le domande a cui tenteremo di rispondere con questo articolo.

La “Modern Monetary Theory” parte da un assunto importante: la moneta non è – come per gli economisti austriaci o comunque “liberisti” (come amano chiamarci i suoi sostenitori) – un fenomeno di mercato, emerso spontaneamente dalla selezione operata dagli agenti economici che tende verso la scelta di un bene universalmente considerato come valevole (l’oro, ad esempio). Per i sostenitori della MMT, la moneta è – in accordo con le radici cartaliste di questa teoria – uno strumento che non solo viene imposto dallo Stato come unico mezzo di pagamento, ma che viene anche emesso dallo Stato stesso direttamente, lasciando allo stesso il potere di stampare moneta: in altre parole, lo Stato si trasformerebbe nell’equivalente di Totò e Peppino nel film “La banda degli Onesti”. Date queste premesse, è possibile ricostruire l’intera architettura del sistema teorico della MMT: se lo Stato può stampare moneta, non vi sono delle ragioni tecniche per cui, in caso di spese pubbliche eccesive rispetto alle tasse, lo Stato possa fallire nella propria valuta, dal momento che – per qualsiasi ammontare lo Stato potrebbe finanziare tale spesa semplicemente stampando soldi, da usare per coprire i buchi di bilancio. La storia di come questi soldi debbano essere spesi ricalca in tutto e per tutto il disegno teorico dei keynesiani: la spesa pubblica consigliata è quella ad “alto moltiplicatore”, ossia per tutti quegli impieghi che – nel futuro – possono garantire un aumento di reddito tale da compensare il buco di bilancio effettuato per realizzare questo “investimento”. Le tasse, per i MMTers sono la bestia nera: un  surplus nel bilancio pubblico rende il settore pubblico un risparmiatore netto e – quindi – rende il settore privato un debitore netto e di conseguenza l’effetto delle politiche statali atte al perseguimento del surplus di bilancio è quindi di forzare il settore privato a indebitarsi riducendo di conseguenza la ricchezza dei cittadini. Dal fatto, inoltre, che lo Stato può spendere senza un preliminare prelievo fiscale (che, secondo i sostenitori della MMT – e forse è questo l’unico nocciolo di verità di tutta la teoria – la sottrazione di massa monetaria circolante causata da politiche finalizzate all’ottenimento del surplus nel bilancio statale, comporta un impoverimento del sistema produttivo, dei cittadini e delle imprese) ne segue che tale aumento di spesa non implica un pericolo intrinseco di inflazione fino a che il sistema economico non raggiunge il “pieno impiego”. E cosa succede se, per puro caso, l’economia raggiunge il “pieno impiego”? Semplicemente, per i sostenitori della MMT la soluzione viene dal passato e – in ultima analisi – si tratta di imporre controlli diffusi su tutti i prezzi inclusi i salari e i tassi di interesse. In soldoni, questo è ciò che la MMT sostiene: spendi, stampi soldi per coprire i buchi, alzi le tasse e controlli i prezzi quando l’economia “si scalda” troppo.

Già a primo acchito, si vede che queste teorie monetarie “moderne” non sono poi così “originali”. L’assunto su cui si basano – il cartalismo – in effetti è una teoria nata nel 1905 ad opera di Georg Friedrich Knapp, l’economista che pubblicò il libro “La Teoria Statale della Moneta”, in cui sosteneva che “Il mezzo di pagamento porta con sé un segno al quale lo Stato attribuisce un valore indipendente dal materiale del quale è composto.” Inoltre, le prescrizioni di politica economica che vengono addotte dalla MMT non sono nuove, come il nome della teoria stessa induce a pensare: quella di spendere a deficit e usare la tassazione come “stabilizzatore” nel caso l’economia sia troppo “calda” e si incorra il rischio di inflazione è un’idea che – purtroppo – contamina le aule universitarie, i parlamenti ed i board di tutti i governi e banche centrali dal 1936, anno in cui un tale John Maynard Keynes pubblicò la sua “General Theory”. Se aprite un qualsiasi libro di macroeconomia scoprirete che tutto quello che sto scrivendo è dannatamente vero; l’unica cosa che cambia – in effetti – è l’agente che stampa denaro: nel caso dell’economia della MMT è lo Stato, che stampa soldi per autofinanziarsi e mettere a garanzia di questi soldi il debito emesso dallo Stato (ossia, di fatto, la “fiducia” che gli operatori economici pongono su di esso), mentre in quella  keynesiana l’istituzione che stampa denaro si chiama “banca centrale” (che – con le cosiddette “operazioni di mercato aperto” acquista i titoli di Stato comportandosi sostanzialmente come lo Stato della MMT) a copertura del quale non vi è nulla se non – come nel caso della MMT – la fiducia nel fatto che lo Stato sia un “buon pagatore”.  Non è un caso che il noto economista Paul Krugman disse – commentando un video di Stephanie Kelton (una nota economista statunitense sostenitrice della MMT) – che

“Concordo con la Kelton sul fatto che i deficit non rappresentino un problema. Ma lo posso capire adottando un approccio mutuabile dalla macroeconomia perfettamente convenzionale, non dalla MMT. Qual è, quindi, il contributo della MMT? ”

Messa così sembrerebbe, in effetti, che la MMT sia la solita, ennesima, costola del pensiero dominante keynesiano che circola ed infetta le aule delle nostre università e – con l’entrata in scena di Paragone e del suo partito “Italexit”, assieme alle uscite sensazionalistiche del cosiddetto “economista” della Lega Nord Claudio “Crostarolo” Borghi – quelle delle nostre istituzioni democratiche e dei nostri partiti. Ma non c’è nulla di più errato: la MMT è vero e proprio socialismo, è una vera e propria teoria economica costruita sulla presunta “lotta di classe” che vede la moneta al centro di tutto. In primo luogo perché – come la teoria Keynesiana – prevede uno Stato che interviene per indirizzare gli investimenti. Questo, come scrive Hazlitt, non è molto diverso dal socialismo di stampo marxista-leninista, dal momento che

Attraverso la socializzazione degli investimenti, inoltre, lo Stato deciderebbe quali imprese o industrie espandere e quali congelare o contrarre. Nonostante lo Stato non abbia posseduto tecnicamente gli strumenti di produzione, questo condurrebbe a un socialismo de facto. [Keynes continua dicendo che, nota mia] ‘Se supponessimo che il volume di produzione venga dato, [Keynes prosegue] cioè, sia determinato da forze esterne allo schema di pensiero classico, allora […] l’interesse egoistico privato determinerà quello che viene prodotto, in particolare, in quali proporzioni, i fattori di produzione verranno usati per produrre, e come il valore del prodotto finale verrà distribuito fra di essi’(pp.378-379). Questo passo è ovviamente una contraddizione. Se lo Stato definisce quanto verrà investito, a quale tasso di interesse, e proprio dove, definisce quello che verrà prodotto e in particolare con quali fattori di produzione. Lo schema di Keynes vorrebbe tenere tutto questo fuori dalle mani private. Rifiuta di riconoscere le impostazioni delle sue stesse proposte […]. Keynes prosegue la sua attitudine paternalistica verso la libertà personale: ‘Rimarrà ancora un ampio spazio per l’esercizio dell’iniziativa privata e della responsabilità. All’interno di questo campo i vantaggi tradizionali dell’individualismo saranno ancora validi’ (p. 380) […] In altre parole, il modo per conservare l’individualismo è respingerlo, perché l’investimento è una decisione chiave nelle operazioni di ogni sistema economico. E l’investimento governativo è una forma di socialismo. Solo la confusione di pensiero o una doppiezza intenzionale lo negherebbe. Poiché il socialismo, come direbbe qualsiasi dizionario, vuol dire proprietà e controllo dei mezzi di produzione da parte del governo. Sotto il sistema proposto da Keynes, il governo controllerebbe tutti gli investimenti attraverso i mezzi di produzione e possiederebbe la parte che esso stesso ha investito”[1].

Inoltre bisogna notare che, secondo uno degli autori più influenti della MMT, Mosler, gli effetti spiacevoli delle politiche economiche modellate secondo la teoria della MMT sono dovute ad una atavica “lotta di classe” di “capitalisti e lavoratori” che “lottano” per avere una fetta di quella torta che i macroeconomisti chiamano “reddito nazionale”. E come risolvere, secondo Mosler e compagnia, questa “lotta di classe” tra capitalisti e lavoratori? Se il problema è il famoso (quanto empiricamente inesistente) “livello generale dei prezzi” troppo alto, allora perché non implementare dei controlli dei prezzi? Se il prezzo delle patate arriva a 100 euro al chilo dopo che il governo ha immesso liquidità nel sistema economico mediante spesa pubblica e correlata stampa di denaro, perché non imporre un bel calmiere sul prezzo delle patate; sembra logico no? Se questi signori avessero studiato l’economia politica “mainstream” (o se, semplicemente, avessero letto un libro di economia diverso dal “Das Kapital” e dall “General Theory”) avrebbero capito quasi all’istante l’enorme idiozia da loro proposta. In maniera abbastanza banale si dice che dall’incontro della domanda (la cui quantità domandata viene determinata dall’unità al margine dello stock di un dato bene) e dell’offerta (determinata dalla volontà di un produttore di soddisfare la domanda per ottenere un profitto) nasce il prezzo. Cos’è un prezzo? Spesso lo si dà per scontato, ma in quel misero numeretto attaccato al cartellino di un bene o sul tabellone di un imprenditore che fornisce servizi ci sono racchiuse una miriade di informazioni, tra cui la scarsità del bene che ha quel determinato prezzo. Il prezzo è determinato dall’utilità al margine, cioè dall’utilità dell’ultima unità, non dall’utilità totale; il che significa che conta anche la quantità disponibile del bene (scarsità relativa). Maggiore è la quantità, minore sarà l’utilità marginale, e dunque minore il prezzo del bene. Il prezzo è una misura della scarsità relativa di un bene. Ora, è ovvio che il prezzo è un prezzo di acquisto quanto di vendita: un prezzo alto significa scarsità del bene rispetto alla più alta domanda. Ciò significa alti profitti potenziali , cosa – questa – che incoraggia la produzione di quel bene scarso, soddisfacendo in questo modo la domanda ed abbassando il prezzo. Produrre comporta costi: devi acquistare le materie prime, pagare la manodopera, pagare le spese di impianto, effettuare gli ammortamenti delle macchine e così via. Inoltre il produttore sopporta dei rischi: un prodotto è domandato tanto oggi, ma domani non si sa. Il produttore, dalla vendita dei beni che produce, deve ricavare un tanto quanto basta per coprire almeno il costo di produzione: se ricava di più, la parte eccedente è il profitto ossia il premio che l’imprenditore riceve per aver soddisfatto le esigenze dei consumatori. Ma il profitto non è certo: se sbaglia ad intercettare la domanda, egli realizza perdite. Queste considerazioni sono assolutamente generali. Non importa se il bene di cui si parla sia una matita, un libro o una mascherina. Date queste premesse, cosa farebbe un prezzo massimo? Semplicemente: l’effetto del prezzo massimo è la riduzione o l’azzeramento della produzione del bene. Se le imprese, a questo nuovo prezzo, non hanno convenienza a produrre il bene in quanto il prezzo non copre il costo medio (la produzione avverrebbe in perdita), i fattori di produzione si indirizzano verso altri settori (i produttori marginali – cioè quelli peggiori – sono i primi a lasciare il settore); il bene non viene prodotto o viene prodotto in quantità minori. Dunque vi saranno compratori potenziali insoddisfatti. Tradotto, milioni di persone rimarranno senza patate. Ma andiamo oltre. Esistono altri effetti di un prezzo massimo che hanno a che fare con la criminalità e con la qualità dei prodotti. Per la necessità di ridurre i costi medi vengono usate materie prime scadenti, le macchine vengono consumate e non ammortizzate, c’è un generale consumo di ricchezza che si traduce in prezzi sconvenienti per il consumatore e minore qualità del prodotto. Davvero volete materiali salvavita di bassa qualità? Io non credo. Inoltre c’è il rischio di creazione di mercati illegali o “neri” (che si riappropriano della funzione allocativa), code, raccomandazioni, favoritismi.

C’è un aspetto che, nell’analisi di un intervento statale deve essere considerato come di capitale importanza: l’intervento statale in un settore produce degli effetti non solo nel settore oggetto d’analisi ma anche in quelli che sono – più o meno – collegati con quel settore. Il sistema economico, infatti, non è un sottomarino ossia non è fatto da compartimenti stagni: ogni cosa è collegata con tutte le altre da una serie di connessioni che prendono strade, vie, cunicoli, arterie, vene e vasi capillari che per numero e complessità delle relazioni che legano i diversi attori non sono conoscibili da nessuno, nemmeno da un computer con una potenza di calcolo inimmaginabile. Di conseguenza, non possiamo sapere quali saranno gli effetti su un mercato dato il cambiamento in un altro mercato: se cambia il prezzo delle patate, possiamo ragionevolmente supporre che ne cambierà la domanda, ma non sappiamo come e quando questo cambiamento si trasmetterà agli altri mercati. Come allocheranno il reddito gli agricoltori che le coltivano? Spenderanno più in beni di consumo o intenderanno investire? E se vorranno investire, lo faranno più per le sementi o investiranno di più benzina per trattori? E dopo l’investimento, come consumeranno? Quale marca di pasta consumeranno, quale dentifricio, quale paio di scarpe? Nessuno ha una mente tanto elaborata e potente – per quanto elettronica sia – tale da determinare esattamente prezzo, quantità e posto in cui tutte queste cose prenderanno forma. Tuttavia, i signori della MMT ci dicono – al pari di tutti i keynesiani, d’altronde – che una spesa dello Stato sicuramente aumenterà il “reddito nazionale” e che un controllo sui prezzi (o un aumento della tassazione) in un settore non avrà effetti su tutti gli altri. Ciò è, nel migliore dei casi, un’asserzione fideistica; nel peggiore – una palese assurdità. Prendiamo l’esempio del controllo sul prezzo delle patate. Chiaramente, il prezzo massimo delle patate riduce il reddito di tutti quei produttori che sono rimasti nel mercato: gli agricoltori potranno spendere meno in sementi ed in benzina per trattori; a loro volta, i produttori di sementi produrranno e venderanno meno sementi e benzina per trattori e – dal momento che vale la legge di Say – se producono meno spenderanno di meno, ad esempio, in calzature e così via. Il controllo del prezzo su un mercato, quindi, ha determinato degli effetti anche sugli altri; effetti – questi – tutti rubricabili in un minor tenore di vita per tutti gli attori del sistema economico.

La MMT quindi, cari Borghi e Paragone, rappresenta tutto fuorché la soluzione ai nostri problemi. Piuttosto, sarebbe il venticello leggero che contribuirà a far cadere il nostro castello di carta fatto da denaro fasullo, spesa senza regole e clientelismo di matrice statalista.

 

[1] H. Hazlitt; “Il fallimento dell’economia Keynesiana”, “Cap. XXIV – Keynes si lascia andare”; pp. 429-432

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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