No profit no party
La maggior parte degli italiani ha la convinzione che lo Stato è “buono” perché perseguirebbe il “bene comune” ed il “privato” è cattivo perché persegue il profitto.
Nulla di più sbagliato.
Perseguire il profitto è un fatto positivo: è necessario essere attenti ai desideri dei consumatori, gestire le risorse finanziarie con oculatezza, vigilare sui lavoratori affinché siano produttivi: tutti comportamenti che conducono alla migliore allocazione delle risorse e alla efficacia della prestazione, sia che si tratti di produzione di beni o di servizi.
Al contrario, lo Stato, nella sua convinzione di stare perseguendo il bene comune, si sente autorizzato a sperperare risorse, non controlla come vengono impiegati i fattori produttivi e non si cura degli utenti finali che, anzi, nella sua ottica, dovrebbero ringraziarlo della gentile concessione. Il risultato è un debito pubblico elevato, tasse a livelli da esproprio, una cattiva allocazione delle risorse e la fornitura di servizi statali scadenti se non addirittura assenti.
Il problema è un fatto culturale: nelle scuole non si insegna l’economia classica e la storia economica.
Se gli insegnati fossero tutti come Marco, Bassani, Carlo Lottieri, Eugenio Capozzi, Lorenzo Infantino, Antonio Martino, Sergio Ricossa, per citarne solo alcuni, l’Italia sarebbe diversa ed un Paradiso.
