Mi colpisce sempre e mi fa arrabbiare il modo opportunista di ragionare di sedicenti liberali che tendono a giustificare l’imposizione di interventi autoritari che loro ritengono giusti, ma che sono al contempo lesivi del diritto individuale a non essere aggrediti.
Le giustificazioni possono essere molte: perché c’è una emergenza, perché è pragmatico, perché è utile, per evitare comportamenti “potenzialmente” lesivi dei diritti altrui, per mille motivi. Ma mai sarebbero altrettanto open minded se l’intervento li colpisse direttamente.
 
Tutto alla fine si riconduce al concetto di “bene comune” che deve imporsi. Alle ragioni dei molti che devono prevalere su quelle dei pochi. E cade nella trappola del bene comune anche chi dovrebbe avere gli anticorpi a questa argomentazione usata in modo fallace contro il diritto individuale.
 
Spesso è inutile fare notare che accettare il sacrificio di un individuo per il bene di altri implica l’accettazione che quell’individuo possa essere anche tu. La qual cosa non è mai presa veramente in considerazione perché essendo il “bene” un concetto soggettivo, le regole su come esso debba essere raggiunto vengono normalmente definite da chi sostiene questa argomentazione, e guarda caso il suo sacrificio è escluso. 
 
Un esempio: cinque naufraghi su una zattera e uno deve essere sacrificato perché gli altri vivano. Più bene comune di così? 
Si ma come si sceglie? Il meno intelligente? Il navigatore meno abile? Chi consuma più acqua? Etc. Chi accetta la logica del bene comune, mai accetterebbe di essere il soggetto sacrificabile, perché è lui che vuole fissare le regole o quanto meno vorrebbe avere diritto di veto sulla regola nel caso dovesse essere coinvolto.
 
Spesso però non è sufficiente usare l’argomentazione del diritto individuale a non essere aggrediti, perché l’individualismo puzza di egoismo sociale. Proviamo quindi a usare una argomentazione diversa. 
 
La prevalenza del bene comune diventa più difficile da accettare se confrontata non con il bene individuale, ma con il bene comune di classi di individui, come normalmente accade nella realtà.
Il problema infatti quasi sempre si pone in termini di “danno comune” per un gruppo di individui a fronte di un “bene comune” di altri”. Qui diventa più difficile, perché una volta venuto meno il diritto individuale a non essere aggrediti, si tratta di scegliere quale bene comune debba prevalere.
 
Tale scelta è prettamente utilitaristica e implica un’altra complicazione, la scelta del modo su come debba essere perseguito il bene comune e su quale parametro si debba scegliere per massimizzarlo. 
 
Facciamo un altro esempio che ci tocca da vicino. 
 
Si stanno moltiplicando gli studi che affermano che esiste una soglia di età di break even al di sotto della quale il rischio degli attuali vaccini anticovid sia superiore ai benefici. Tradotto in termini semplici vuol dire che statisticamente al di sotto di quella età, i morti per conseguenze avverse dei vaccini sono superiori a quelle per la malattia.
Supponiamo per un momento che questo sia vero, la domanda è:
“È sostenibile l’argomentazione della salute come bene comune quando per ottenere quella di un gruppo di persone devo sacrificare quella di un altro gruppo? ” . 
Qui la puzza di egoismo sociale si sente un po’ meno. 
 
E poi, ammesso che tale argomentazione utilitaristica sia accettata, come ci si regola per massimizzare il bene comune? 
Qualcuno potrebbe sostenere che il bene comune si massimizza riducendo il numero di vite perdute, altri che si massimizza riducendo il numero di anni di vita globalmente perduti. 
Il problema è che criteri diversi conducono a scelte opposte; ammesso di essere in grado di provare che il vaccino dei giovani minimizza il numero di vite perdute, con il primo criterio si dovrebbe imporre l’obbligo del vaccino ai giovani, con il secondo criterio si potrebbe dover vietare il vaccino ai giovani. 
Scelte opinabili e opposte caratterizzate da un elemento comune, l’imposizione forzosa di una regola che aggredisce il diritto individuale ad avere la podestà sul proprio corpo. 
 
E questo senza contare che tali scelte centralizzate quasi sempre non sono neanche efficienti nel raggiungimento di un bene comune quanto scelte volontarie che non hanno il difetto dell’opinabilità del criterio di scelta. 
Alla fine il perseguimento del bene comune si ridurrebbe inevitabilmente alla scelta del bene di un gruppo, quello che decide (per il suo tornaconto), a fronte di quello di un altro gruppo, quello che subisce le decisioni. 
 
State certi che in un paese governato da una classe dirigente di ventenni, le regole penalizzerebbero i più anziani, così come nella attuale situazione di classe dirigente di anziani, vengono penalizzati i giovani, come risulta evidente dal costante aumento monotòno di debito pubblico che altro non è che anticipo di ricchezza non ancora creata a danno delle future generazioni.
 
Vale la pena quindi sottolineare ancora una volta la supremazia del principio libertario che stabilisce che non è bene ciò che è comune, è bene ciò che è bene, ovvero ciò che non aggredisce ingiustificatamente l’individuo.

Editoriali

by Autori Vari

Gli editorialisti di Lib+ sono persone libere e indipendenti che contribuiscono volontariamente con articoli e saggi.

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