L’altro ieri al Meeting di Rimini dell’associazione “Comunione e Liberazione” si è tenuto un discorso dell’ex presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi. È stato un discorso molto carico di pathos, di sentimento, che porta con sé un messaggio molto chiaro: guardare oltre l’emergenza, guardare al futuro. Da studente universitario che tra due anni dovrà affacciarsi per la prima volta al mondo del lavoro non posso che condividere il messaggio di fondo che l’ex chairman della BCE ha tentato di far passare con il suo discorso; tuttavia, allo stesso tempo, non posso nascondere molte perplessità che proprio in quanto studente di economia appartenente alla tradizione della Scuola Austriaca  nascono spontaneamente non appena si vadano ad analizzare concretamente le modalità secondo le quali andrebbe lasciato spazio ai “giovani” nel futuro scenario economico che dovremmo prepararci ad affrontare. Prima di effettuare commenti economici in merito illustriamo, tuttavia, le stesse parole di Draghi che – ritengo – riassumano bene le prescrizioni che egli consiglia per l’economia:

“In questo susseguirsi di crisi i sussidi che vengono ovunque distribuiti sono una prima forma di vicinanza della società a coloro che sono più colpiti, specialmente a coloro che hanno tante volte provato a reagire. I sussidi servono a sopravvivere, a ripartire. Ai giovani bisogna però dare di più: i sussidi finiranno e se non si è fatto niente resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro libertà di scelta e il loro reddito futuri. […]il debito creato con la pandemia è senza precedenti e dovrà essere ripagato principalmente da coloro che sono oggi i giovani. È nostro dovere far sì che abbiano tutti gli strumenti per farlo pur vivendo in società migliori delle nostre. Per anni una forma di egoismo collettivo ha indotto i governi a distrarre capacità umane e altre risorse in favore di obiettivi con più certo e immediato ritorno politico: ciò non è più accettabile oggi. Privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza”[1].

Come dicevo un discorso pieno di “Pathos”, sebbene molto istituzionale ed allo stesso tempo perfettamente in linea con la figura che lo ha pronunciato. Debbo riconoscere tuttavia, in qualità di studioso dell’economia, che vi sono delle enormi fallacie nel discorso di Draghi, la prima delle quali è rappresentata dalla distinzione tra un debito “buono” (quello fatto in investimenti, in ricerca e sviluppo, in formazione e più in generale in progetti a lungo termine in conto capitale) ed un debito “cattivo” (quello fatto per pagare sussidi e trasferimenti di vario tipo che – nelle convinzioni di Draghi – non aggiungono alcun valore al capitale fisico, intellettuale ed umano di una data economia e che pertanto vanno rigettati in favore di investimenti del primo tipo). Si tratta, ad avviso di chi scrive (in ragioni di convinzioni economiche che sto per esporre) di una teoria alquanto assurda che poggia le sue basi su assunzioni economiche sbagliate che sono riconducibili al pensiero dell’economista britannico John Maynard Keynes (citato, non a caso, dallo stesso Draghi nel suo discorso). L’intero pensiero economico di John Maynard Keynes si basa sul disconoscimento di un grande fatto, ossia l’esistenza di un meccanismo autoequilibratore del mercato che consente l’impiego efficiente delle risorse da parte degli attori che in esso operano. Tale meccanismo è conosciuto, a livello accademico, con il nome di “Legge degli Sbocchi”, formulata dall’economista francese Jean Baptiste Say che, nel suo libro Traité d’économie politique (1803), scrive:

“Un prodotto terminato offre da quell’istante uno sbocco ad altri prodotti per tutta la somma del suo valore. Difatti, quando l’ultimo produttore ha terminato un prodotto, il suo desiderio più grande è quello di venderlo, perché il valore di quel prodotto non resti morto nelle sue mani. Ma non è meno sollecito di liberarsi del denaro che la sua vendita gli procura, perché nemmeno il denaro resti morto. Ora non ci si può liberare del proprio denaro se non cercando di comperare un prodotto qualunque. Si vede dunque che il fatto solo della formazione di un prodotto apre all’istante stesso uno sbocco ad altri prodotti”[2].

Allo scopo di comprendere fino in fondo quale sia il messaggio che l’economista francese vuole comunicarci, dobbiamo innanzitutto fare un passo indietro rispetto a quella che è la situazione economica in cui ci troviamo oggi, caratterizzata dalla presenza di un intermediario degli scambi quale la moneta. È abbastanza chiaro che, in una economia di scambio diretto non esiste alcuno scambio se prima non esiste un prodotto da poter essere offerto nello scambio stesso; altrimenti lo scambio non si realizzerebbe. Questo significa che la produzione dei beni che sono oggetto dello scambio deve necessariamente precedere il consumo che si configura come fine dello scambio; in quanto in assenza di produzione di beni non ci sarebbe nulla da scambiare. La prima osservazione che si può trarre da tutto questo è che esiste una coincidenza quasi totale tra la figura di consumatore e quella di produttore: chi compra deve avere i mezzi necessari per acquistare, ossia deve avere prima qualcosa da offrire in cambio; come chi vende vuole essere pagato da chi domanda. L’offerta crea la domanda per il semplice fatto che per comprare bisogna prima produrre (e ottenere reddito): si produce (ovvero si crea offerta) col fine di poter poi comprare (e creare domanda). E perciò la domanda e l’offerta sono due lati della ricchezza totale, che da un lato è domanda, dall’altro è offerta: la domanda attuale esiste per che vi é un offerta già presente, ma l’offerta presente c’è perché qualcuno ha colto una domanda attuale o potenziale insoddisfatta. Coloro che sostengono che sia il contrario, ossia che la domanda crei l’offerta, confondono la domanda (fenomeno economico) con il bisogno (fenomeno psicologico) sulla base del fatto che il compito dell’imprenditore e del produttore sia quello di massimizzare il profitto realizzando ciò che i consumatori desiderino: se gli imprenditori non fabbricano ciò che i consumatori desiderano è di tutta evidenza che l’offerta non crea la domanda. Questa critica si basa su una evidente volgarizzazione: è chiaro che siano i desideri dei consumatori a indirizzare le scelte di produzione (se non fosse così non si farebbero profitti); ma è proprio per il fatto che i bisogni dei consumatori (fenomeno psicologico) vadano intercettati che rende necessaria l’abilità degli imprenditori come soggetti capaci di scoprire ed intuire tali bisogni, produrre un bene che risponda ad essi e proporlo sul mercato. In breve, il bisogno è un dato dell’essere umano che costituisce la domanda, ma la domanda non può esplicitarsi se non in relazione a un qualcosa che già esiste e non può essere effettivamente palesata se non grazie a qualcosa che è stato già prodotto che possa essere offerto in cambio del bene che soddisfa il bisogno della domanda. Non si deve, in sintesi, identificare la domanda di un bene con il bisogno che il bene soddisfa; se si facesse così bisognerebbe ammettere che si possa ottenere qualsiasi cosa semplicemente desiderandolo. L’offerta crea la domanda nel senso che producendo ed offrendo beni si rendono disponibili tali beni allo scambio e che quindi i beni si paghino con altri beni; ossia, la legge degli sbocchi non è un fenomeno psicologico ma è un fenomeno economico. Il discorso non cambia se nel discorso si introduce la moneta: astraendo la funzione intermediaria della moneta vale comunque la proposizione generale per cui – in ultima analisi – l’oggetto di scambio in un sistema economico sono beni e servizi contro altri beni e servizi e che e la moneta è solo un mezzo per mediare lo scambio e far sì che vengano risolti i problemi di una economia di baratto, ossia il problema della “doppia coincidenza dei desideri” e quello del calcolo economico. Questo significa che sul mercato i produttori scambiano i loro beni con moneta e usano la moneta ricevuta per comprare i beni di altri. Dovrebbe esser ovvio che la produzione precede il consumo perché nell’ordine naturale delle cose il consumo è l’effetto della produzione, non la produzione l’effetto del consumo e non è possibile consumare ciò che non sì è prodotto. Non c’è mai bisogno di incoraggiare il consumo, di per sé illimitato, é solo l’offerta cioè il reddito che lo limita. Dunque l’offerta di un bene costituisce, al fondo, la domanda di un altro bene (o di altri beni). Il circuito ha inizio con l’attività degli imprenditori, che anticipano i desideri dei consumatori ed acquistano i fattori produttivi (lavoro, terra,beni capitali, materie prime, beni intermedi ecc.), li combinano insieme e realizzano la produzione dei beni indirizzati alla soddisfazione dei detti bisogni. Tale produzione rappresenta l’offerta.  Affinché vi sia una situazione di equilibrio è necessario che questi beni e servizi prodotti vengano acquistati. È necessario, cioè, che vi sia una domanda equivalente. Tutta la produzione realizzata si deve necessariamente ripartire fra i soggetti che hanno contribuito alla produzione stessa (sotto forma di redditi: salari e/o stipendi, profitti). I soggetti economici, generalmente,non consumano tutto il reddito guadagnato,ma solo una parte, mentre e il resto viene risparmiato. Dunque non tutto il reddito si traduce in spesa. Le imprese,quindi,potrebbero non riuscire a vendere tutto il prodotto realizzato. Esistono però altri soggetti,gli imprenditori,che spendono più del loro reddito.  Essi possono fare ciò ottenendo un prestito dalle banche. Con tale somma presa in prestito generalmente acquistano i beni di investimento necessari per la produzione. Dunque la quota risparmiata da alcuni soggetti si può trasferire ad altri (gli imprenditori) tramite l’intermediazione bancaria. Gli imprenditori, quindi,possono trasformare questi risparmi in domanda di beni di investimento. Dunque, la domanda complessiva di beni (di consumo e di investimento) è ora pari alla quantità offerta perché o in consumi o in investimenti essa viene esplicitata nel mercato. Il fattore chiave che assicura la perfetta uguaglianza o, in un’economia dinamica, una tendenza all’uguaglianza delle due grandezze è il tasso di interesse. Per capire come mai, dobbiamo fare riferimento a quella che è la teoria del tasso di interesse della scuola Austriaca di economia, che si concentra sul ruolo della preferenza temporale, ossia della preferenza che un individuo ha nel consumare un dato ammontare di risorse nel futuro. Fin dall’età della pietra, o almeno fin dal momento in cui l’uomo si è reso conto che la sua esistenza si estende lungo un periodo di tempo più o meno lungo, il dilemma economico dell’essere umano si è ricondotto sempre a un solo, grande interrogativo: meglio un uovo oggi o la gallina domani? O, detto in altri termini, meglio aspettare poco per avere un uovo oggi oppure aspettare di più per averne dieci? In termini tecnici, ogni individuo si trova sempre ed invariabilmente a dover affrontare un problema di massimizzazione vincolata di natura intertemporale della propria utilità, ossia deve allocare –tra due periodi temporali un dato ammontare di risorse che, come insegnano in tutte le lezioni di economia politica, sono per definizione scarse. Tradotto in termini più semplici, il problema della preferenza temporale riguarda l’annosa questione del preferire un uovo oggi alla gallina domani: un’alta preferenza temporale indica che l’individuo desidera un maggior consumo presente, mentre una bassa preferenza temporale indica che un individuo vuole consumare di più in futuro: in altre parole, desidera risparmiare. Tutti gli individui sono diversi, il che significa che ci saranno persone con una preferenza temporale più alta che desiderano consumare ora (preferiscono l’“uovo oggi”) ed altri individui con una preferenza temporale minore (ma sempre asintoticamente positiva, anche perché non riuscirebbero a conseguire il loro fine di consumare se decidessero di posporre sempre il consumo) che preferiscono consumare più tardi (preferiscono la “gallina domani”). Da questa diversità nasce un particolare “mercato del tempo” in cui si forma un particolare prezzo di mercato, ovvero il saggio puro di interesse, il quale riflette lo stato delle preferenze temporali degli individui: quelli con una preferenza temporale più alta domandano credito e quelli con una preferenza temporale più bassa offrono credito. La preferenza temporale, poi, è alla base del fenomeno chiamato “interesse”. La preferenza temporale determina infatti la quantità di consumo futuro che si desidera in cambio di un’unità di consumo presente a cui si rinuncia oggi: tale quantità è l’interesse (grandezza che, in termini assoluti, si può ricavare facendo la differenza tra la quantità di consumo futuro e la somma presente a cui si è rinunciato consumare), giustificato dal fatto che, in base al principio universale della preferenza temporale, i beni presenti valgono più dei beni futuri, dunque un individuo non rinuncia ad un bene presente per avere un bene futuro equivalente; egli vuole (e merita di) essere ricompensato per il sacrificio e/o per il rischio. Dunque il debitore dovrà pagare un costo al creditore: tale costo è l’interesse che – quindi – viene a coincidere con il cosiddetto “costo-opportunità intertemporale del capitale” che viene espresso in termini percentuali in modo da rendere più chiaro l’ammontare dello stesso. Bisogna realizzare ora che, in accordo con la legge della preferenza temporale, sia i risparmi  che gli investimenti dipendono dal tasso di interesse. I risparmi possono essere considerati l’offerta di fondi a prestito e gli investimenti la domanda di fondi a prestito. Il tasso di interesse è il prezzo di queste due grandezze. Dunque, secondo la legge della domanda e dell’offerta, se il risparmio (l’offerta di fondi) è superiore all’investimento (domanda di fondi) il tasso di interesse si ridurrà in modo da eguagliare risparmio e investimento (in seguito alla riduzione dell’interesse vi sarà presumibilmente una contemporanea riduzione del risparmio e aumento dell’investimento,fino ad eguagliarsi). Se, invece, la domanda di fondi (investimento) è maggiore dell’offerta di fondi (risparmio),il tasso di interesse aumenterà in modo da eguagliare risparmio e investimento (in questo caso aumenta il risparmio e contemporaneamente si riduce l’investimento, finché non sono uguali).

I summenzionati ragionamenti, come anticipato, non sono tuttavia veri secondo la teoria keynesiana. Come è noto, per Keynes la domanda determina l’offerta e quindi il consumo determina la crescita di un’economia. In particolare, per Keynes il reddito viene determinato secondo la famosa equazione:

Y = C+I+G

¸dove “C” sono i consumi, “I” sono gli investimenti e “G” è la spesa pubblica. Tuttavia, ed è qui che entra in gioco il concetto di “moltiplicatore” Per determinare il reddito di equilibrio è sufficiente conoscere il livello degli investimenti, in quanto i consumi dipendono dal reddito, e quindi l’aumento di domanda rappresentato dagli investimenti provoca un aumento di reddito e un aumento indotto dei consumi, innestando un circuito consumi-reddito via via decrescente. L’aumento finale di reddito conseguente all’iniziale aumento degli investimenti è quindi un multiplo degli investimenti stessi. Dunque la precedente equazione può essere riscritta come segue:

; dove  è il moltiplicatore, il quale è dato dall’inverso della propensione marginale al risparmio ossia dalla propensione marginale al consumo. Più aumenta il consumo, più sale il moltiplicatore e più sale il moltiplicatore più sale il reddito. Non è detto, tuttavia, che la domanda si mantenga a un livello tale da garantire un’offerta, e dunque un reddito, di piena occupazione. In particolare, non è detto che il risparmio disponibile si traduca in investimento, perché le due grandezze dipendono da fattori differenti: il risparmio dipende dal reddito, l’investimento dal tasso di interesse e dalle prospettive future di profitto. La crisi nasce da una caduta di fiducia degli imprenditori. Se gli imprenditori sono pessimisti relativamente al futuro, dunque prevedono prospettive di profitto negative, contraggono gli investimenti (importanza delle aspettative, e in generale del fattore psicologico – cfr. i cosiddetti “animal spirits”). Questo mette in difficoltà le imprese che producono beni di produzione, le quali dovranno ridurre la produzione e licenziare lavoratori, alimentando ancora di più la caduta di domanda, che ora si estende anche al settore dei beni di consumo. È la crisi: recessione o depressione. Per Keynes non esiste alcun meccanismo di mercato che capovolga la tendenza e ripristini una situazione di equilibrio di pieno impiego. E qual è la soluzione a tutto ciò? Invariabilmente, per Keynes una delle due: politica monetaria (ovvero una variazione dell’offerta di moneta a parità di spesa pubblica) oppure la politica fiscale (coperta da tassazione o meno): essendo tale spesa pubblica un elemento autonomo della domanda, grazie al meccanismo del moltiplicatore provocherà un’espansione del reddito, che sarà un multiplo dell’aumento di domanda iniziale. La spesa pubblica consigliata è di tipo produttivo, dunque in opere pubbliche, in modo da migliorare anche la dotazione infrastrutturale del Paese, ponendo le basi per un maggiore sviluppo e quindi per sanare i deficit di bilancio creati nel periodo di crisi. È, in altre parole, il discorso di Draghi.

Qual è la fallacia logica di tutto ciò? In primo luogo è quella di considerare i risparmi e gli investimenti come due variabili tra di loro indipendenti, anche se – nei fatti – non è così. In realtà, come abbiamo avuto modo di mostrare diverse volte, la preferenza temporale determina il tasso di interesse, il quale a sua volta determina e quindi uguaglia le due grandezze prese in esame. Non esiste, inoltre, il cosiddetto “paradosso del risparmio”; dal momento che

  1. Solo una preferenza infinità per la tesaurizzazione può impedire a un’economia di mercato di generare un processo di aggiustamento in cui tutte le risorse produttive, compreso il fattore lavoro, vengono rese impiegabili con profitto nel corso dello stesso processo. Tuttavia, questa preferenza non può essere in nessun caso infinita, dato che gli individui, a meno che non desiderino morire di fame, devono sempre continuare a consumare in una certa quantità e quindi anche produrre beni e servizi di consumo almeno in una certa quantità, indipendentemente dalle loro attese. Di conseguenza, sebbene ciascun singolo prezzo si muova con minor o maggior ritardo rispetto alla spinta che deriva da un aumento relativo dei risparmi tesaurizzati, poiché ogni prezzo deriva da un arbitraggio – cioè il tasso a cui ognuno preferisce abbandonare ciò che possiede piuttosto che rinunciare a quello che possiedono gli altri e che dipende dai bisogni, dai desideri, dai piani di azione dei due agenti implicati nello scambio nonché delle particolari circostanze di tempo e di luogo – può esserci aggiustamento e pieno impiego indipendentemente dal grado di tesaurizzazione.
  2. L’aumento in termini relativi della tesaurizzazione comporta una diminuzione dei prezzi che, a parità di circostanze, produce una diminuzione dei prezzi manifesta. È luogo comune pensare che la diminuzione dei prezzi abbia inevitabilmente effetti negativi sull’economia, ma ciò non corrisponde in realtà al vero. Quel che è importante per le imprese non è infatti l’andamento generale dei prezzi, ma il differenziale tra i prezzi di vendita e i costi, pertanto se i tassi salariali, ad esempio, diminuiscono a loro volta in una maniera corrispondente ai prezzi delle merci, l’attività economica e l’occupazione non riceveranno alcuna influenza negativa.

In secondo luogo, vi è la pretesa di considerare come “produttiva” la spesa statale che viene spesso paragonata a quella di un privato. Anche in questo caso, ciò non è assolutamente vero. Per capire come mai, dobbiamo innanzitutto capire il concetto di “imprenditore”. In generale, la definizione di “imprenditore” può essere data in funzione della categoria dell’azione umana, nel senso che qualsiasi persona che agisce nel presente certo per  modificare una situazione nel futuro senza avere certezza dell’esito (ossia tutti) può essere definito “imprenditore”. Non a caso (e qui, da ex-classicista, vorrei chiedere scusa alla mia prof di latino se sto per scrivere delle castronerie) le espressioni che afferiscono all’imprenditore ed al suo mondo derivano etimologicamente dal verbo latino inprehendo-endi-ensum, che significa scoprire, vedere, percepire, rendersi conto di, afferrare; l’espressione latina in prehensa chiaramente comporta l’idea di azione, nel senso diacquisire, prendere, afferrare. Insomma, impresa è sinonimo d’azione e tale termine è indissolubilmente legato all’azione dell’imprenditore di tentare continuamente la ricerca, la scoperta, la creazione o il rendersi conto di nuovi fini e mezzi (tutto questo d’accordo con il significato etimologico già visto di inprehendo). E come fa l’imprenditore a capire – più o meno, ricordando che l’economia non è una scienza quantitativa, in quanto la natura delle preferenze e dei gusti delle persone non è esprimibile in termini cardinali come le grandezze fisiche ma ordinali come nelle scale di valori – ? Mediante quel magnifico sistema di mercato in cui i consumatori, mediante le loro decisioni di acquisto (ovvero se acquistare o meno un certo prodotto imputabile all’azione di un certo imprenditore), decidono il prezzo e la quantità di vendita di un certo prodotto e così facendo determinano i ricavi degli imprenditori e i redditi dei fattori produttivi da essi impiegati nella produzione di quel prodotto. Il mezzo che gli imprenditori hanno per comprendere se stanno realizzando dei profitti o delle perdite è il cosiddetto “calcolo economico”. Per capire cos’è, per fare questo dobbiamo scomodare uno dei massimi esponenti della Scuola Austriaca di economia, ovvero Ludwig Von Mises, ed il suo articolo datato 1920 “Il calcolo economico nello Stato Socialista” assieme ad alcuni passi dello stesso von Mises contenuti nel suo “opus magnum” intitolato “l’Azione Umana” e del giurista-economista italiano Bruno Leoni “Il calcolo economico in una economia di Piano”. In primo luogo, prima di affrontare il problema del calcolo economico, dobbiamo definire innanzitutto  la natura dello stesso mostrandone anche l’inevitabilità del suo esperimento nell’agire(non solo)  economico  di ogni essere umano. Ogni uomo agisce e nell’agire egli deve identificare dei fini in relazione ai quali valutare l’opportunità dei mezzi in vista dei quali ottenere detti fini. I fini sono potenzialmente infiniti (non vi sono de facto delle limitazioni a ciò che un uomo può o meno desiderare) e soggettivi (nel senso che rispondono a delle esigenze che – seppure afferenti a dei bisogni in gran parte comuni all’uomo in quanto tale, come il mangiare, il bere, il proteggersi ed altri  bisogni, –  sono soggettivamente determinate nel loro contenuto particolar in accordo con le specifiche esigenze e valutazioni del singolo e dunque non quantitativamente determinabili o misurabili). Al contrario i mezzi sono scarsi, ovvero sono in una quantità che  messa in rapporto ai fini da realizzare è sicuramente minore di quella che sarebbe necessaria per realizzare la totalità di questi fini: se ciò non fosse vero allora ogni fine sarebbe sempre realizzato e quindi nessuno potrebbe più agire; ma se assumiamo che l’azione è un dato fattuale vero in ogni tempo e luogo (il negare tale fatto sarebbe esso stesso un’azione e dunque colui che lo facesse cadrebbe in una insanabile contraddizione) allora ne discende che un mondo senza azione non è pensabile e che quindi tutti i mezzi devono essere scarsi in rapporto ai fini. Questo fatto ineliminabile della scarsità quale dato di partenza della condizione economica umana implica necessariamente una cernita dei mezzi da impiegare: alcuni saranno assolutamente idonei, altri saranno idonei solo parzialmente mentre altri saranno assolutamente inadatti per gli scopi che l’uomo agente deve realizzare. Traslando questo discorso a livello economico, possiamo dire che i mezzi sono i beni (dove con il termine bene si intendono sia i beni sia i servizi: i beni in senso stretto sono cose materiali che arrecano un’utilità mentre servizi sono prestazioni, attività, dunque entità immateriali che arrecano un’utilità. Nei servizi la produzione e il consumo sono simultanei). Beni e servizi, se hanno un prezzo (quindi se non sono disponibili in quantità illimitate), sono chiamati beni economici. La definizione economica di scarsità è quella che applica la categoria di mezzi e fini all’azione economica : un bene è scarso se, a prezzo zero, la domanda eccede l’offerta; ovvero (per far comprendere al lettore che ragiona in termini di mezzo-fine) se i fini che esso può potenzialmente soddisfare sono eccedenti la sua disponibilità. Anche nell’economia occorre operare una scelta: essendo i mezzi scarsi, occorrerà che questi debbano essere necessariamente usati per soddisfare tutti quei bisogni che sono più urgentemente sentiti dall’individuo agente. La scelta, concepita come  una decisione volontaria in base alla quale tra le tante possibili si assume una determinata possibilità, si presenta quindi come una condizione esistenziale insuperabile ed un presupposto logico imprescindibile, se si intende indagare l’azione economica razionale (ove con questo termine si intende identificare la capacità della ragione di identificare dei nessi di causa-effetto tali da essere utili al raggiungimento di dati fini con dati mezzi) in quanto tale: l’azione finalizzata cioè al raggiungimento di dati fini attraverso l’adeguamento di dati mezzi.

Ogni dato corso di azione comporta, data la scarsità di cui sopra, che il suo perseguimento comporti necessariamente la rinuncia ad un altro corso di azione ed ai prodotti che lo stesso comporta: si introduce quindi la categoria di costo-opportunità, ossia la migliore alternativa cui si rinuncia quale conseguenza dell’aver scelto una determinata linea d’azione piuttosto che un’altra. Date queste premesse (azione, scarsità, utilità) con le relative implicazioni (scelta, costo opportunità e ricavo)  si può facilmente comprendere che il problema economico di ogni uomo sia quello – come icasticamente descritto da Bruno Leoni nel suo saggio “Il calcolo economico in un’economia di piano” – accertare quale sia il rapporto fra i costi ed i risultati del processo di soddisfazione delle scelte economiche. Se i risultati superano i costi, l’azione sarà stata profittevole, se i costi superano i risultati, l’azione sarà stata dannosa; la parità fra costi e risultati permetterà di definire l’azione come inutile[3]. Si tratta di una tipica questione che investe la scelta economica e che implica giocoforza una comparazione degli elementi di cui quella si compone: da un lato vi sono i sacrifici sopportati dal soggetto agente per procurarsi quei beni (mezzi) da lui ritenuti idonei a soddisfare un suo stato di disagio; dall’altro, gli esiti che originano dall’aver procurato tali beni. Tale problematica impatta su tutti gli operatori economici, in qualsiasi sistema economico senza distinzioni: dal consumatore al produttore, in un’economia di baratto o monetaria, in un’economia di mercato o di piano. Per facilitare le cose, cominciamo dall’analizzare un’economia di tipo individuale, in cui un solo produttore deve produrre per se stesso. In queste condizioni – molto semplici, ad un punto tale che raramente si sono verificate nella storia economica – il soggetto non ha gravi difficoltà a formarsi qualche giudizio su ciò che desidera e su quali mezzi egli possa usare per realizzare tali desideri. In un caso simile i processi produttivi da considerare sono relativamente brevi, e dunque sono molto più facilmente comparabili nel loro complesso il costo che deve esser sostenuto per essi ed il prodotto che gli stessi danno. Ma ciò non elimina la necessità della scelta: ari anche un ipotetico individuo isolato o una famiglia di coltivatori completamente autarchici sarebbero in grado di valutare non solo i beni di consumo, ma potrebbero attribuire valore anche ai beni impiegati per la produzione degli stessi. Se viene valutato il pesce, è possibile attribuire un valore anche alla canna da pesca utilizzata per pescarlo.

Tuttavia, non appena si ammette la possibilità di un qualche scambio intersoggettivo, le cose cominciano a cambiare e a diventare più complesse. Si partirà dal descrivere un’economia di baratto, per poi passare alla descrizione di un’economia monetaria. In una economia di baratto il prezzo di una merce è determinato dal rapporto tra le quantità di scambio di un bene e quelle di un altro bene. Si tratta di un metodo efficace ma poco efficiente: in presenza di “n” beni si determinano “n(n-1)” rapporti di scambio, quindi non è possibile commensurare l’utilità dei diversi beni e dunque effettuare l’operazione di confronto dei costi e dei ricavi derivanti dall’operazione. Per risolvere questo ed altri problemi nasce la moneta: la merce che ha più mercato, cioè quella più facile da scambiare a causa di alcune caratteristiche[4] diventa il mezzo di scambio generalmente accettato, ossia diventa moneta. Grazie ad essa può essere impostato il calcolo economico su un’unità che rende possibile computare i costi ed i ricavi su una base condivisa e dunque ragguagliare i produttori circa l’opportunità o meno del sostenimento di costi a fronte di ricavi attesi. Il calcolo economico, in sintesi, permette al consumatore di “calcolare, in termini di prezzi dei beni cui hanno rinunciato, i costi che comporta il risultato ottenuto: ossia il godimento dei beni prescelti, il quale a sua volta potrà essere espresso in termini di prezzi di questi ultimi beni”[5]; mentre consente ai produttori di decidere “ciò che devono produrre, confrontando anzitutto i prezzi di mercato dei vari beni alternativamente producibili mediante l’impiego di risorse aventi lo stesso prezzo di mercato e confrontando inoltre fra loro i prezzi delle varie risorse alternativamente impiegabili per produrre beni aventi lo stesso prezzo di mercato; essi decideranno infine come produrre confrontando i prezzi di mercato di tutti i beni che avranno deciso di produrre (risultati) con i prezzi di mercato di tutte le risorse che avranno deciso di impiegare nel processo produttivo (costi)”[6]. Nelle parole di Mises,

“Il calcolo monetario è la stella che guida l’azione in un sistema sociale a divisione del lavoro. È la bussola dell’uomo che si dedica alla produzione. Questi calcola per distinguere gli aspetti remunerativi della produzione dai non remunerativi. Quelli che i consumatori sovrani probabilmente approveranno da quelli che probabilmente disapproveranno[…]. Il sistema di calcolo economico in termini monetari è condizionato da certe istituzioni sociali. Esso può funzionare soltanto in un ambiente istituzionale di divisione del lavoro e di proprietà privata dei mezzi produzione, in cui i beni e i servizi di tutti gli ordini sono comprati e venduti contro un medio generale di scambio: la moneta…È uno strumento degli individui agenti; un modo di calcolo inteso ad accertare la ricchezza e il reddito privato e i profitti e le perdite private degli individui agenti per conto proprio entro una società di libera intrapresa… Il calcolo monetario è del tutto inapplicabile e inutile quando non si considerino le cose dal punto di vista individuale. Esso comporta la calcolazione dei profitti individuali e non di immaginari valori “sociali” e benessere “sociale”[…] Il calcolo economico di cui ci serviamo in un’economia capitalistica si fonda sui prezzi di mercato, che si determinano per tutti i beni e i servizi, per i beni di produzione come per il fattore lavoro. Solo i prezzi monetari rendono possibile ricondurre i costi che derivano dalla spesa per i vari beni e le differenti qualità di lavoro a un denominatore comune, in modo tale che possano essere comparati con i prezzi che sono stati realizzati o che possono essere realizzati sul mercato. È così possibile stabilire con precisione l’effetto probabile di un’azione progettata e sapere l’effetto reale prodotto dalle azioni svoltesi nel passato”

Affinché si possa beneficiare delle utilità imputabili al calcolo monetario è indispensabile la sussistenza di due condizioni imprescindibili, ovvero:

  • L’esigenza che i beni di consumo e i fattori di produzione vengano scambiati in un contesto di mercato libero da disturbi esterni;
  • L’esigenza che vi sia un mezzo di scambio universalmente accettato con cui rendere uniformi le relazioni di scambio; 

Il capitalismo di libero mercato, infatti, è un sistema nel quale un imprenditore privato investe una certa somma di denaro per comprare una merce che poi rivende sul mercato ad un valore superiore alla somma investita. Si supponga allora di essere quell’imprenditore privato e di voler investire i propri soldi per costruire una casa. S’avranno a disposizione tre tipi di materiale: “A”, “B”, “C”. Si supponga che, per semplicità, i materiali siano egualmente resistenti, ma che differiscano soltanto (per svariati motivi) per il prezzo al metro cubo:

  1. 10 $ m3
  2. 20 $ m3
  3. 30 $ m3

Il materiale scelto sarebbe ovviamente “A”, perché a parità di caratteristiche costruttive è quello che costa di meno. Allora si costruirà la casa usando il materiale “A”. Alla fine la cifra spesa sarà 10.000 $ e, mettendo la casa sul mercato a 15.000 $, si guadagneranno così 5.000 $. In questo caso, si è in grado di calcolare il modo migliore in termini di costi-benefici, di costruire la casa. Scegliendo il materiale A, si sono ridotti gli sprechi del vostro denaro e di quello dell’acquirente. Se invece si fosse scelto di comprare il materiale “B” o “C” la casa sarebbe costata molto di più sia all’imprenditore che all’acquirente. Pur con tutti i suoi limiti, tra cui i principali sono il fatto che il calcolo economico non può essere applicato per ogni cosa ma solo per quelle scambiabili contro moneta e che la moneta non è una “misura dei valori”, il calcolo economico basato su prezzi di mercato formatisi mediante la libera e decentrata interazione tra preferenze dei consumatori e capacità creativa ed imprenditoriale dei produttori è l’unico e migliore metodo per allocare razionalmente le risorse all’interno della società.

Si noti che due sono i requisiti importanti affinché tale calcolo sia possibile: in primo luogo, che i prezzi possano formarsi in maniera sana senza interventi esterni (dimodoché tale segnale di mercato possa riflettere le preferenze dei consumatori e di riflesso muovere i loro investimenti), il che presuppone anche la proprietà privata dei beni di consumo e dei fattori di produzione: infatti, senza tale importante requisito non sarebbe possibile alcun mercato e quindi non sarebbe possibile alcun sistema dei prezzi che sia compatibile con le preferenze degli attori in esso operanti. A questo punto diviene necessario, ai nostri fini, chiedersi: può un’organizzazione accentrata e proprietaria dei mezzi di produzione organizzare la realizzazione dei beni capitali e dei beni di consumo necessari per soddisfare le preferenze dei consumatori? Immaginiamola (ma neanche troppo, basta che vediamo gli esempi delle politiche economiche dell’URSS e di tutte le dittature più o meno collettiviste del Novecento) che non ci siano prezzi e che quindi non ci sia calcolo: come avrebbe fatto l’imprenditore di prima a calcolare quale materiale usare? E come avrebbero fatto i consumatori a sapere quale casa comprare? Senza calcolo economico, il sistema economico ad un immenso casinò: vi siete mai chiesti perché il socialismo non funziona? Beh, ecco la risposta: non c’era mercato e quindi non c’erano prezzi, e senza prezzi non c’è calcolo; ma senza calcolo vi è solo una cosa: fame, corruzione e spreco dovuta all’irrazionalità economica (sound familiar?).

Ma i nostri ardenti socialisti, animati dal sacro fuoco della Rivoluzione, non rimasero con le mani in mano e reagirono alle teorie di Von Mises sostenendo che si potesse raggiungere una sorta di “quasi mercato” mediante un processo di “tantonnement” a là Walras in cui un ipotetico pianificatore è chiamato a risolvere degli intricati sistemi di equazioni differenziali in modo da “equilibrare” domanda e offerta. Costoro – quindi – propongono un quasi-mercato artificiale, integrato dal ricorso al metodo “per tentativi ed errori”. Messo a punto da Lange, Dickinson, Lerner e Taylor, è il tentativo che ebbe più notorietà; esso si caratterizza per il peculiare fatto che il mercato non viene abolito, cambia solo il fatto che la proprietà dei mezzi di produzione è pubblica e il direttore di un’impresa distribuisce il profitto a tutti anziché ai proprietari. Ovvero, il pianificatore socialista può risolvere il problema di calcolo ordinando ai vari manager di fissare dei prezzi iniziali, rispetto ai quali i prezzi veri si determineranno nello stesso modo in cui si formano nel mercato capitalista: per tentativi ed errori. Data una quantità di beni di consumo, se i prezzi iniziali fissati sono troppo bassi si verificherà una scarsità del bene, e allora il pianificatore si adopererà per alzare il prezzo finché la scarsità scompare e il mercato è sgombro. Se invece i prezzi sono troppo alti, vi sarà un surplus e i pianificatori ridurranno i prezzi riportando il mercato in equilibrio. In nostro soccorso ci arriva il contributo di un altro economista austriaco, ossia Friedrich von Hayek, il quale mette ben in evidenza il fatto che l’economia è un sistema dinamico, non un sistema in cui l’assegnazione del capitale ai vari settori è assegnato “till death tear us apart”. A causa di tale incertezza l’imprenditore diventa l’attore cruciale. Inoltre, I sostenitori de “socialismo di mercato” si pongono di affrontare il problema economico dal punto di vista del manager dell’impresa privata, che cerca di realizzare profitti o evitare perdite, ma all’interno di una rigida struttura manovrata dallo Stato in cui l’allocazione del capitale è fissata per ciascuna branca dell’industria e per ciascuna azienda. Tuttavia il manager dell’impresa privata nel capitalismo è diverso dall’imprenditore capitalista, che è la vera forza guida del mercato capitalista. Le operazioni dei manager, il loro acquistare e vendere, sono solo una piccola frazione della totalità delle operazioni di mercato e queste non modificano l’allocazione dei beni capitali alle varie branche e imprese, che è invece la decisione cruciale che viene, invece, eseguita dagli imprenditori e che si concretizza in tutti quegli atti che riguardano il mercato monetario e dei capitali necessari. Il sistema capitalista non è un sistema manageriale, è un sistema imprenditoriale. In sostanza, nel mercato socialista manca il mercato dei beni capitali, con i relativi prezzi, e dunque non si possono stimare i costi; i fattori sono assegnati in maniera rigida alle varie produzioni. In effetti, senza calcolo economico, come fa il governo a sapere se sta servendo bene i suoi cittadini? Ora, mi si dirà che il socialismo – ovvero il completo e diretto controllo dei mezzi di produzione – sia diverso dallo “Stato imprenditore” di guisa keynesiana in quanto viene lasciato uno spazio più o meno ampio al mercato. Il problema, ancora una volta, rimane. Perché? Perché intervenire in un mercato necessariamente significa intervenire in un altro e in un altro ancora, in modo che lo squilibrio che si manifesta nel mercato in cui il governo interviene per la prima volta non si rifletta nei mercati ad esso collegati.

Ma andiamo avanti: c’è una ragione essenziale per cui il pianificatore non può effettuare il calcolo economico sebbene vi sia un più o meno ampio spazio di libero mercato; ossia che il manager pubblico, non è sottoposto alla stessa struttura di incentivi di un privato.  Nel settore privato, l’obiettivo dell’imprenditore è di limitare i costi per ottenere il profitto più alto. Un sistema guidato dal criterio dei profitti e delle perdite comporta il più basso livello di dispendio di risorse finanziarie, ambientali e umane, perché lo spreco è in conflitto coll’interesse dell’imprenditore a ottenere un profitto. Completamente diverso è il modus operandi statale, sicché il concetto d’«investimento pubblico» non è per nulla paragonabile al corrispondente privato. Quando a pagare sono invece i contribuenti, la situazione cambia, giacché svanisce ogn’incentivo a ottimizzare le risorse. Se si riprendono le quattro categorie di spesa esposte da Milton Friedman, cioè «spendere soldi propri per interessi propri», «spendere soldi propri per interessi altrui», «spendere soldi altrui per interessi propri» e «spendere soldi altrui per interessi altrui»; le opere dello “Stato imprenditore” rientra nell’ultima, poiché si spendono soldi d’altri per una terza persona. Perché? Semplicemente perché i soldi che sono spesi devono prima essere presi da qualcun altro che quei soldi li ha guadagnati fornendo beni e servizi utili ai consumatori. Questo prelievo si chiama tassazione se effettuato prima o contestualmente alla spesa, oppure disavanzo pubblico (ossia tassazione futura) se le spese non sono coperte da tasse correnti. In ogni caso, come Rothbard scrive,

“Le ben note inefficienze dell’operato del governo non sono accidentalità empiriche, che derivano magari dalla mancanza di esperienza della pubblica amministrazione. Sono intrinseche a ogni impresa pubblica […] Prendiamo ancora il caso del servizio gratuito. Poiché non esiste alcuna determinazione del prezzo e quindi alcuna esclusione degli impieghi submarginali, non vi è alcun modo in cui il governo, anche se lo volesse, potrebbe destinare i suoi servizi agli impieghi più importanti. […] L’impresa privata può ottenere fondi soltanto da clienti soddisfatti e che manifestano apprezzamento, nonché da investitori guidati dai profitti e dalle perdite. Il governo può ottenere tutte tutti i fondi che gli servono letteralmente a proprio piacimento. Con il freno allentato è persa ogni opportunità per il governo di allocare le risorse in maniera razionale […]Il motivo è che il denaro deve essere sottratto a qualche altra spesa di consumo o qualche altra spesa di investimento e questa sottrazione deve essere giustificata. Questa giustificazione viene fornita dalla verifica dei profitti e delle perdite[…] Se un’impresa sta realizzando elevati profitti per i suoi proprietari e si pensa che questi profitti continueranno, saranno disponibili più fondi; altrimenti, se si stanno subendo delle perdite, i fondi abbandoneranno l’industria. […] Non esiste alcuna guida del genere per il  governo, che non ha alcun sistema razionale per decidere quanto denaro spendere in totale, o in ogni specifica linea produttiva. Più denaro spende, più può fornire un servizio, ma dove dovrebbe fermarsi? I fautori dell’impresa pubblica potrebbero replicare che il governo potrebbe dire semplicemente ai suoi dipartimenti di comportarsi come se fosse un’impresa che produce profitti e di mettersi in affari allo stesso modo di un’impresa privata. Ci sono due debolezze in questa teoria. In primo luogo, è impossibile giocare a fare l’impresa. Impresa significa rischiare il proprio denaro nell’investimento. I burocrati che gestiscono un’impresa pubblica e i politici non hanno alcun reale incentivo a sviluppare la capacità imprenditoriale, per adattarsi realmente alle domande dei consumatori. Non rischiano la perdita del loro denaro nell’impresa. In secondo luogo, oltre alla questione degli incentivi, anche gli amministratori più oculati non potrebbero operare come un’impresa. Indipendentemente dal trattamento accordato all’operazione dopo che essa viene decisa, il lancio dell’iniziativa pubblica viene fatto con denaro pubblico e quindi tramite l’imposizione coercitiva”. Inoltre, tutte le spese future potranno essere sostenute con il finanziamento del fondo imposte e tasse, e quindi le decisioni degli amministratori saranno soggette a questo stesso difetto. […] Inoltre la costituzione di una impresa pubblica genera un vantaggio competitivo sulle imprese private, dato che almeno parte del suo capitale è stata ottenuta attraverso la coercizione invece che con la fornitura di un servizio. È chiaro che il governo, con la sua sovvenzione, se lo desidera, può spingere l’impresa privata fuori dal settore. L’investimento privato nella stessa industria sarà notevolmente limitato, dato che gli investitori futuri sconteranno le perdite derivanti dall’esistenza di concorrenti pubblici privilegiati. […] Nei casi in cui non può competere nemmeno in queste condizioni, può arrogarsi un monopolio obbligatorio, togliendo di mezzo i concorrenti con la forza. Perciò, quando il governo si arroga un monopolio, può andare all’estremo opposto del servizio gratuito: può imporre un prezzo di monopolio”[7].

Se – quindi – si può ottenere un ammontare di risorse pressoché a costo zero (per lo Stato, s’intende), perché spendere bene queste risorse? Poiché non finanziato dalle libere scelte dei consumatori, ogni qualvolta il governo decide di intraprendere un investimento può o aumentare la pressione fiscale o – alternativamente – emettere titoli di debito che vanno a gravare sui cittadini nella forma di tassazione nel futuro. In questo senso, quello governativo è una forma particolarmente dispendiosa di consumo, dal momento che esso non solo riorienta ma anche diminuisce la quantità di risorse reali all’interno del sistema economico: poiché diretto a realizzare dei progetti intrinsecamente improduttivi, tali risorse sono dirette verso impieghi inutili e di conseguenza non vengono rese disponibili per tutti quegli impieghi che – al contrario – sono desiderati dai consumatori. Di conseguenza gli effetti determinati da tali politica di spesa sono vari e molteplici: in primo luogo, investendo in un dato settore (e quindi prelevando i fattori di produzione specifici per quel settore stesso) il governo riduce l’investimento privato razionale della stessa misura in cui esso investe, dal momento che esso preleva risorse e le dirotta dagli usi produttivi dei privati a quelli improduttivi decisi dallo stesso e – inoltre – perché imponendosi legalmente una posizione dominante rispetto alle altre imprese private, le stesse si troveranno disincentivate al dover competere con il pubblico che si trova in una posizione privilegiata riducendo in tal modo il loro investimento in questi settori; a ciò si aggiunge l’effetto disincentivante verso le imprese private derivante da fatto che, esistendo un’impresa pubblica in un settore, vi è una considerevole possibilità di essere acquisite dall’impresa pubblica comportando quindi un ulteriore disincentivo agli investimenti privati. Altro problema connesso agli investimenti pubblici è che, trattandosi di investimenti (e quindi di operazioni a medio-lungo termine), la spesa pubblica è rigida a causa della difficoltà di organizzare e strutturare la spesa in beni e servizi effettivi. In un contesto di libero mercato, gli investimenti sono guidati dal criterio dei profitti e delle perdite e questo li rende non solo considerevolmente “esatti” (nel senso che sono conformi alle esigenze dei consumatori), ma anche ragionevolmente “elastici”, ossia facilmente riconvertibili nel caso in cui le esigenze dei consumatori cambino. Al contrario, gli investimenti pubblici sono contratti di medio-lungo periodo e non sono facilmente modificabili nel breve periodo: ciò, soprattutto, accade in funzioni di ragioni politiche, dal momento che il policy maker che decide il taglio della spesa pubblica, perde il consenso degli elettori e difficilmente viene riconfermato alle elezioni politiche. Un esempio chiarirà la questione: si supponga che il governo dedichi un milione di euro per costruire una strada. Tutti possono vedere gli operai e i progressi nel loro lavoro. Se il governo non assegnasse queste risorse in questo modo, allora con ogni probabilità quei lavoratori non farebbero alcun lavoro lì. Questo è ciò che vedono tutti gli economisti e i cittadini. Quello che rimane invisibile è il fatto che il milione speso dal governo proviene ovviamente da qualche parte; nella fattispecie, esso è riscosso mediante delle imposte sul settore privato. Questo milione di dollari rimarrebbe nelle mani del pubblico e sarebbe speso in un altro modo, impiegando altre persone, i loro servizi, o i loro prodotti o l’acquisto dei loro beni. Ogni contribuente avrebbe soldi extra per comprare qualcosa. Questo fatto è nascosto ai più perché il governo, attraverso la raccolta di denaro attraverso le tasse, priva il settore privato della capacità di spendere questi soldi. Per ogni unità monetaria spesa dal governo per remunerare un lavoratore o un fattore di produzione per costruire una strada, c’è un’unità monetaria prelevata dal settore privato che verrebbe spesa per un lavoratore o un fattore di produzione per fare qualcosa di necessario per i clienti. Il governo non crea alcun fattore di produzione come l’occupazione, il capitale, né i terreni; quello che fa è riorientarli secondo i suoi fini verso gli investimenti che esso ritiene opportuni (indipendentemente dai desideri dei consumatori), e li sposta da un luogo all’altro. Quando un agente economico stanzia denaro in qualcosa di veramente utile e necessario, si può dire che è stato pagato per un particolare servizio. Il problema inizia quando si riconosce che, mancando degli incentivi connessi all’ordine di mercato, il governo spende denaro per uno sforzo inutile, e poi giustifica questa stravaganza non per motivi di utilità, ma per la sua capacità di creare posti di lavoro. Ma semplicemente creando posti di lavoro inutili il governo non può rendere la società più prospera: la spesa del governo, in questo senso, si configura come spesa per consumi dal momento che essa non crea ricchezza quanto – piuttosto – la riorienta e/o la distrugge. Invece del supposto “investimento”, ciò che si realizzerà sarà semplicemente il consumo inutile e la distruzione dei fattori di produzione della società, come il lavoro, il capitale o la terra. E non si può dire che questo aumenterà il benessere della società. È semplicemente falso. Inoltre, anche assumendo per assurdo che lo stimolo fiscale sia utile per “rimettere in moto l’economia”, come fa il pianificatore centrale – per il quale mancano le informazioni, gli incentivi e le possibilità di conoscere i prezzi (e quindi lo stato della domanda e dell’offerta) – a sapere quale settore ha più bisogno di aiuto? Meglio spendere per aiutare il settore “A” piuttosto che il settore “B”; oppure ancora, è più “depresso” il settore “C” o il settore “D”? Senza prezzi di mercato genuini, ossia riflettenti a pieno lo stato della domanda e dell’offerta, il pianificatore centrale non può  spendere in modo razionale i soldi che prende dalle tasse o intende prendere a prestito (per poi mungerli dalla classe produttiva mediante tasse future, of course). Lo stimolo fiscale, quindi, non servirà a nulla a far ripartire l’economia: servirà, piuttosto, a dirottare lavoro e capitali verso impieghi poco produttivi e quindi altro non farà che consumare capitale.

Inoltre che la politica fiscale produce degli effetti che impattano anche sulle casse dello Stato: difatti, poiché grazie al governo la produttività non cresce, ne segue che ad un certo punto la tassazione non riesce a coprire tutte le uscite di bilancio e di conseguenza deve trovare una “seconda strada” con la quale lo Stato può ottenere i suoi fondi. Come noto, il modo alternativo alla tassazione mediante il quale uno Stato può ottenere i fondi con i quali operare le suddette manovre espansive è il collocamento sul mercato dei capitali di una certa quantità di titoli che servono – per l’appunto – a collocare i fondi necessari ad effettuare le sue spese. Non c’è, tuttavia, alcun risparmio inutilizzato di cui lo Stato possa entrare in possesso senza creare danni; quando lo Stato entra in concorrenza con i privati per il risparmio disponibile, determina una diversione delle risorse dai privati, più efficienti e produttivi, allo Stato, inefficiente e improduttivo, e dunque la conseguenza è il consumo di capitale e un innalzamento del tasso di interesse reale. Aumentando la domanda di fondi mentre l’offerta degli stessi rimane invariata (dal momento che questa, essendo determinata dalla disponibilità di fattori produttivi – nonché dal loro prezzo – ed è per questo che la curva di offerta aggregata è verticale poiché se aumenta il livello dei prezzi, non vi è motivo di aumentare la quantità prodotta e offerta, in quanto i prezzi e i costi relativi non sono variati), la spesa pubblica concorre con i privati per i fondi disponibili, in tal modo li riduce a questi e fa aumentare il tasso di interesse, provocando uno “spiazzamento” (crowding out) degli investimenti privati: l’aumento della spesa pubblica e, quindi, del debito, provoca una riduzione dell’offerta aggregata e quindi un aumento del tasso di interesse e quindi del risparmio-investimento dei privati. Questo processo può essere mostrato sul diagramma IS-LM, che mette in relazione il mercato della moneta (LM) con quello dei beni (IS). Quando lo Stato spende a deficit si ha uno spostamento della curva IS verso destra. L’eccesso di domanda di moneta (L>M) genera un forte incremento del tasso di interesse (i) Per soddisfare l’eccesso di domanda di moneta gli operatori sono costretti a vendere i propri titoli in portafoglio, provocando la caduta del prezzo dei titoli e l’incremento del tasso di interesse (i). L’incremento del tasso di interesse deprime la domanda di investimenti (-ΔI) delle imprese private e, indirettamente, riduce la domanda aggregata (-ΔA). L’equilibrio si sposta progressivamente lungo la curva IS da e1 a e2. Nell’equilibrio finale e2 il tasso di interesse è più alto (i2) e il reddito è più basso (Y2) rispetto al punto e1. A differenza di quest’ultimo, l’equilibrio macroeconomico e2 è però un equilibrio stabile in quanto sia il mercato della moneta che il mercato dei beni sono in equilibrio. In conclusione, quando si verifica lo spiazzamento la politica fiscale espansiva genera un effetto reale sul reddito (Y2) inferiore rispetto al previsto (Y1) in quanto l’incremento del tasso di interesse (i2), necessario per riportare in equilibrio il mercato dei capitali, provoca la caduta degli investimenti privati (-ΔI) nella domanda aggregata (-ΔAD). In altri termini, l’incremento della spesa pubblica “spiazza” (sostituisce) l’entità degli investimenti privati (I) nella domanda aggregata.

Si discute spesso, in merito al fenomeno dello spiazzamento, se tale fenomeno sia “totale” o “parziale”; se – cioè – la spesa pubblica sia totalmente o parzialmente destabilizzante sul sistema economico. Si è detto, a partire dalle premesse sulla base delle quali tale analisi è fondata, che una politica fiscale espansiva determina uno spiazzamento totale degli investimenti privati. Infatti, poiché il deficit di bilancio è finanziato dall’emissione di titoli, si apre una competizione fra Stato e privati per acquisire i fondi necessari agli investimenti privati e alla spesa pubblica. Nella competizione fra settore privato e settore pubblico il tasso di interesse aumenta in maniera tale da provocare una contrazione degli investimenti privati. Se questo accade il reddito tende a restare invariato. Il tasso di interesse non aumenta solo per questo motivo. Infatti, se il deficit di bilancio è coperto tramite l’emissione di titoli di Stato, l’offerta di titoli cresce, il loro prezzo diminuisce ed il tasso di interesse aumenta. Inoltre può anche verificarsi (ed anzi spesso si verifica) che se la spesa pubblica viene finanziata tramite l’emissione di titoli del debito pubblico, lo Stato prende a prestito dei soldi dai risparmiatori (i sottoscrittori dei titoli) e trasferisce il denaro ad altre persone, ovvero coloro ai quali la spesa pubblica addizionale è indirizzata. In queste circostanze tuttavia l’ammontare complessivo di moneta in circolazione resta invariato. Se per coprire il deficit di bilancio lo Stato fa ricorso all’emissione di titoli, l’aumento dell’offerta di questi ultimi provoca una riduzione del loro prezzo ed un aumento del tasso di interesse. Se il tasso aumenta, lo Stato vende i titoli che emette e l’aumento del tasso di interesse ha l’effetto di scoraggiare la spesa privata. Dunque, la spesa pubblica aumenta e quella privata diminuisce. Si verifica dunque il fenomeno dello “spiazzamento” (“Crowding Out”), ovvero un aumento della spesa pubblica finanziata tramite l’emissione di titoli che determina una diminuzione della spesa privata. Se quest’ultima diminuisce nella stessa misura in cui la spesa pubblica è aumentata, l’effetto netto sul livello del reddito della collettività tende ad essere nullo. In effetti, nel suo “Essay on the Funding System” del 1820, Ricardo studia se sortisca effetti differenti il finanziare una guerra con 20 milioni di sterline in tasse correnti rispetto ad emettere obbligazioni di stato a maturità infinita e con pagamenti di interessi di 1 milione di sterline per tutti gli anni a venire, questi ultimi a pagarsi con tasse future. Assumendo un tasso d’interesse del 5%, Ricardo conclude che “dal punto di vista economico non c’è reale differenza tra le due modalità. 20 milioni in un unico pagamento o 1 milione l’anno per sempre hanno esattamente lo stesso valore”. Tuttavia Ricardo rimane scettico riguardo alla validità empirica di questa equivalenza. Continua infatti: “tuttavia, coloro che pagano le tasse mai le valutano in questo modo, e dunque non gestiscono i loro affari primari conseguentemente. Siamo troppo propensi a pensare che la guerra è gravosa solo in proporzione a quanto siamo chiamati a pagare al momento di pagare le tasse, senza mai riflettere riguardo a quanto queste tasse dureranno. Sarebbe difficile convincere un uomo che possegga 20’000£, o qualsiasi altra somma, che una rendita vitalizia di 50£ l’anno sia egualmente gravosa di un singolo pagamento di 1000£”[8]. In altri termini, se le persone avessero aspettative razionali sarebbero indifferenti di fronte ai due sistemi, siccome però non le hanno, sono vittime di un’illusione finanziaria che condiziona le loro decisioni. Nel 1974 Robert J. Barro pubblica un articolo intitolato “Are Government Bonds Net Wealth?” nel “Journal of Political Economy”[9]. Il suo modello assume che le famiglie agiscano come fossero dinastie immortali a causa di altruismo intergenerazionale, che i mercati siano perfetti (ovvero che si possa prestare e prendere in prestito allo stesso tasso di interesse) e che il percorso di spesa del governo sia fisso. A queste condizioni, se il governo finanzia i deficit emettendo obbligazioni, le famiglie cederanno ai propri figli lasciti sufficienti a compensare il futuro aumento di tasse atto a ripagare queste obbligazioni. Nella conclusione dell’articolo (pagina 1116) Barro afferma che “nel caso in cui il l’effetto delle obbligazioni di stato sulla ricchezza netta sia vicino allo zero… gli effetti fiscali che comprendano cambiamenti nella ripartizione tra tasse e debito per un certo ammontare di spesa pubblica non avranno alcun effetto su domanda aggregata, tassi d’interesse e formazione di capitale”. In pratica, la teoria proposta Barro e da Ricardo si basa sul fatto a che – in base a delle aspettative sulla quantità e sulla qualità delle azioni di spesa e di prelievo governativi – le persone prendono delle decisioni che sono in grado di annullare le azioni del governo stesso rendendole pertanto inefficaci.

Queste considerazioni portano dunque a ritenere che la politica del bilancio pubblico può modificare la composizione della spesa complessiva della collettività, spostando risorse dal settore privato a quello pubblico, determinando quindi una caduta dell’offerta aggregata e quindi del reddito aggregato. In termini grafici, volendo illustrare la situazione tanto nel modello “IS-LM” quanto in quello “AS-AD”, si ottiene una situazione simile a questa.

A questo punto, chiarita la teoria ed effettuata la necessaria formalizzazione matematica, è possibile addurre degli esempi pratici a supporto della stessa. Scopo di questa rassegna di risultati empirici sarà, quindi, quello di illustrare che il moltiplicatore keynesiano non sia un modello da poter prendere in considerazione nell’analisi economica mostrando – quindi – non solo l’inutilità ma anche la dannosità per la crescita economica della spesa pubblica. Tali risultati verranno presentati in relazione allo studio effettuato sull’esperienza dello stimolo fiscale negli Stati Uniti realizzato dal “Mercatus Center”[1]; studio – questo – dal quale sono tratti tutti i dati e le immagini che seguono. Lo studio in parola esamina 10 periodi di recessione che vanno dal 1953 fino al 2011 sia da un punto di vista storico (prendendo in considerazione i discorsi dei presidenti contenuti nell’ERP. Inoltre lo studio considera diversi studi che stimano delle diverse grandezze per quanto riguarda il moltiplicatore, trovando che lo stesso è stato stimato essere tra valori negativi e un 2, 0. La seguente figura (che corrisponde alla numero due nello studio oggetto d’analisi) mostra le entrate federali aggregate quale frazione del PIL su una base pro-capite ed aggiustate per l’inflazione. Si vede chiaramente che nei primi anni Quaranta le entrate federali aggregate sono pari a circa 700 dollari pro-capite; circa nel 2007 questo numero è cresciuto fino a 9200 dollari per poi scendere – nel 2011 – a 7000 dollari.

Tuttavia, sebbene in crescita il carico fiscale su base pro-capite, le entrate fiscali del governo federale statunitense sono rimaste più o meno costanti dal 1950:

Si nota chiaramente che nella mediana degli anni le aliquote marginali erano superiori – in media – di 8,3 punti percentuali di quelle negli anni sotto la mediana sebbene – tuttavia – le entrate fiscali negli anni sopra la mediana erano superiori di soli 0,7 punti percentuali. Questo vuol dire che un cambiamento nelle aliquote marginali ha un effetto infinitesimale rispetto alle entrate fiscali. Questo, chiaramente, in accordo con la teoria precedentemente presentata, secondo cui dopo un certo livello delle aliquote marginali le entrate fiscali si riducono. Per mettere in prospettiva le entrate fiscali con le uscite, nel 2009 le entrate federali erano il 15% del PIL mentre le uscite federali corrispondevano al 25% del PIL. Sulla base della seguente figura, che mostra l’andamento delle entrate fiscali in periodi di alte e basse aliquote fiscali, lo studio raggiunge la conclusione per cui per raggiungere il pareggio di bilancio con i livelli di spesa dell’epoca, il governo federale USA avrebbe dovuto aumentare l’aliquota massima fino al 120%:

Lo studio ribatte all’argomentazione secondo cui il fattore realmente importante sono le entrate in assoluto e non quelle in rapporto al PIL. Per tale ragione lo studio dimostra – misurando le entrate fiscali future dopo l’introduzione di un aumento delle aliquote marginali – come la correlazione negativa tra aliquota ed entrate fiscale si ripeta per tutti i tipi di tasse (sul reddito delle persone fisiche – prima e seconda figura[11] –, sul reddito d’impresa – terza figura –, sui guadagni in conto capitale – quarta figura –):

Lo studio mostra quindi che vi è una correlazione negativa tra livello di aliquota fiscale alto e entrate fiscali alto: all’aumentare dell’aliquota si riducono le entrate. Questo è ben messo in evidenza dalla linea di tendenza con pendenza negativa che mostra questa correlazione negativa. Allo stesso tempo, le spese del governo federale non sono state così  limitate come le entrate:

A questo punto, si può misurare la correlazione tra spesa del governo e crescita economica. Se c’è una correlazione positiva, l’insieme dei punti può essere approssimato con una retta il cui coefficiente angolare è positivo (e quindi la cui pendenza è positiva); il contrario se c’è una correlazione negativa. Le figure proposte dallo studio[12] parlano chiaro:

La prima mostra i cambiamenti nella spesa federale (come frazione del PIL) messi in relazione alla crescita economica pro capite reale nel periodo dal 1950 al 2010. Se il governo impiegasse la politica keynesiana, che chiede al governo di aumentare la spesa durante le recessioni e di ridurre la spesa durante le espansioni, e potrebbe rispondere istantaneamente ai cambiamenti nel ciclo economico, quindi ci aspetteremmo di vedere una relazione negativa tra crescita economica contemporanea e spesa pubblica come quella mostrata nella prima figura. La relazione negativa sorgerebbe perché quando l’economia è in recessione, il governo aumenterebbe la spesa e quando l’economia sta crescendo, il governo dovrebbe ridurre la spesa. Questa relazione contemporanea negativa rifletterebbe il perseguimento della politica keynesiana in cui oggi i cambiamenti nel ciclo economico inducono cambiamenti nella spesa pubblica. Tuttavia, se la teoria keynesiana fosse valida, bisognerebbe anche aspettarsi di vedere una relazione positiva tra la spesa pubblica ora e la crescita economica in futuro. Questa relazione positiva ritardata rifletterebbe l’efficacia della politica keynesiana in cui i cambiamenti nella spesa pubblica oggi causano cambiamenti nella crescita economica in futuro. Quando il governo spende, l’economia (secondo Keynes) dovrebbe successivamente crescere, e quando il governo chiude i rubinetti, l’economia dovrebbe successivamente contrarsi. La realtà non riflette questa teoria. La seconda figura mostra la relazione tra i cambiamenti della spesa federale e la crescita economica pro capite reale un anno in futuro. La relazione sembra essere negativa, sebbene statisticamente indistinguibile da una linea di tendenza piatta. In breve, in un orizzonte temporale di un anno, i dati storici non rivelano la relazione positiva tra spesa e crescita economica che i keynesiani vorrebbero vendere con la loro teoria. Di conseguenza, tanto la teoria quanto la storia economica mostra l’inutilità del moltiplicatore fiscale (e quindi della spesa pubblica) come metodo di stimolo economico. 

Vi sono, quindi, delle importanti ragioni teoriche ed empiriche per cui lo stimolo fiscale non funziona. Il disavanzo iniziale non si sana da solo grazie a un aumento multiplo del reddito, perché la teoria del moltiplicatore è una tesi empiricamente indimostrata e illogica. Un ultima nota conclusiva sulla politica fiscale ed i suoi rapporti con quella monetaria. La BCE ha annunciato il 4 giugno scorso l’espansione del suo bilancio portando il totale del pacchetto di aiuti a 1350 miliardi (600 miliardi iniziali più altri 750 a giugno scorso), per “mettere le mani nella spazzatura” e raccogliere il debito corporate e statale e consentire alla politica fiscale di lavorare assieme a quella monetaria. Chiaramente, il gioco non può durare a lungo, perché prima o poi lo spazio per dare calci al barattolo finisce e, quando questo accadrà, non sarà un bello spettacolo. L’ultima volta che ci abbiamo provato è stato nel diciottesimo secolo, quando tale John Law, banchiere dalle teorie monetarie alquanto “keynesiane” ante litteram decise di giocare al gioco delle tre carte stampando soldi con la sua Banque Générale, con i quali acquistare le azioni della sua compagnia localizzata in Lousiana che – a loro volta – erano legate alla gestione del debito pubblico francese (infatti, i detentori di titoli di Stato potevano infatti convertirli in azioni della stessa. Ciò permette di ristrutturare il debito pubblico allungandone la scadenza e riducendo il tasso di interesse. Le aspettative legate al potenziale sfruttamento delle risorse in Louisiana erano perciò a fondamento di questa ristrutturazione ed incentivavano gli investitori a cedere titoli pubblici contro queste azioni). Quando però il giochetto si venne a scoprire John Law, la sua banca ed il debito francese caddero nel baratro, assieme al sistema monetario (malato) a supporto degli stessi.  La BCE, con le sue azioni di acquisto di titoli di Stato e titoli corporate, si sta quindi rendendo complice di quello che ha tutta l’aria di diventare un enorme collasso monetario e dei titoli sovrani unitamente al continuo “azzardo morale” fiscale incentivato dalle sue politiche di “allentamento quantitativo” senza freni che deresponsabilizza i governi non mettendoli dinnanzi alla realtà che i debiti vanno ripagati e che – quindi – dovranno fare i conti con la loro (ir)responsabilità fiscale. L’Italia (così come i paesi fiscalmente irresponsabili ed economicamente illiberali) sono quelli destinati ad essere più esposti a questo crollo. Non esiste, in sintesi, un debito buono e uno cattivo: entrambi ostacolano la capacità dell’economia di riprendersi dagli shock che più o meno regolarmente la colpiscono. Il signor Draghi, che negli anni si è reso complice di tutto ciò con il suo “whatever it takes” dovrebbe rendersene conto e svestire quel mantello di ipocrisia che – nel meeting di Rimini – gli ha fatto pronunciare delle vere e proprie castronerie economiche.


[1] Fonte: https://www.linkiesta.it/2020/08/mario-draghi-discorso-meeting-rimini/

[2] J.B. Say; “Traité d’économie politique”, Libro I, Cap. XV, pp. 141-142

[3] Bruno Leoni, “Il problema del calcolo economico in una economia di piano”, saggio del 1965

[4] Alta domanda (dunque  alta utilità), perché l’ampia diffusione ne attesta e garantisce l’accettabilità;

Frazionabilità, che consente lo scambio con i beni che hanno un valore di scambio molto piccolo, senza perdite di valore;

la facilità di trasporto;

la non deperibilità, che consente di trasportarla nel tempo; ad esempio l’inalterabilità fisica e chimica dell’oro e dell’argento, di contro alla deperibilità del pesce o del burro;

la duttilità, che consente la lavorabilità;

l’omogeneità, per la quale ogni unità è di qualità identica a ogni altra; es. 1 oncia d’oro puro è uguale a qualsiasi altra oncia d’oro puro nel mondo;

la rarità relativa, che assicura che il bene-moneta non sia facilmente producibile e quindi inflazionabile, evitando che il valore di scambio, per quanto variabile, si possa azzerare; tale caratteristica dunque garantisce la continuità di valore nel tempo;

la facile verificabilità, per evitare i rischi legati alle truffe.

[5] Bruno Leoni, “Il problema del calcolo economico in una economia di piano”

[6] Bruno Leoni, “Il problema del calcolo economico in una economia di piano”

[7] M.N. Rothbard, “Power and the Market”; collana “Mercato, Diritto e libertà”, IBL libri.

[8] David Ricardo, “Essay on the Funding System” in The Works of David Ricardo. With a Notice of the Life and Writings of the Author, by J.R. McCulloch, London: John Murray, 1888

[9] Robert J. Barro, “Journal of Political Economy”; Vol. 82, N. 6, novembre-dicembre 1974, pp. 1095–1117).

[10] Antony Davies, Bruce Yandle, Derek Thieme, and Robert Sarvis; “The US Experience with Fiscal Stimulus: A Historical and Statistical Analysis of U.S. Fiscal Stimulus Activity”; n. 12-12, Aprile 2012

[11] Barro e Redlick, “Macroeconomic Effects from Government Purchases and Taxes.” ; Serie Storiche OMS, Tabella 1.3;  come citato nello studio già menzionato

[12] National Bureau of Economic Research (NBER), “U.S. Business Cycle Expansions and Contractions,” http://www.nber.org/cycles.html ; OMB, Historical Tables, Table 1.3.

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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