In un suo celebre discorso, una volta il presidente USA Franklin Delano Roosevelt disse che “l’unica cosa di cui dobbiamo aver paura è la paura stessa”. Personalmente, non mi ritengo un grande fan delle politiche economiche di Roosevelt, tutt’altro. Essendo di formazione “austriaca” non posso che essere in totale disaccordo con la logica sottesa agli interventi in campo economico messi in piedi dall’amministrazione Roosevelt negli Anni Trenta-Quaranta; tuttavia non posso – parimenti – non riconoscere che il messaggio di ottimismo ed incoraggiamento che Roosevelt doveva trasmettere ai suoi concittadini dell’epoca sia di una enorme portata, in quanto foriero di quel tipico ottimismo statunitense verso la capacità dell’essere umano di approntare delle soluzioni innovative a quelli che sono i problemi che – quotidianamente – devono essere affrontati indipendentemente dalla loro complessità e dal loro ordine di grandezza: non un cieco ottimismo, insomma, ma una sana fiducia verso la razionalità e le illimitate capacità creative dell’essere umano, che consentono allo stesso di essere la soluzione ai problemi e non il problema. Tutto questo ad un’importante condizione: che l’essere umano non si faccia condizionare e bloccare dalla paura che, quando eccessiva, frena il raziocinio e le capacità critiche dell’uomo che – di conseguenza – è destinato ad approdare a conclusioni nel migliore dei casi utopiche e nel peggiore dannose.

Questo atteggiamento sembra essere del tutto passato di moda negli ultimi tempi, soprattutto quando il mondo politico, economico e scientifico si occupano dei molti ed importanti aspetti circa la sostenibilità energetica dei nostri sistemi. Facciamo una piccola premessa: io non sono di quei soggetti (molti anche conservatori e libertari come il sottoscritto) che negano l’esistenza di problemi concernenti la sostenibilità energetica del nostro modo di vivere. Non lo sono per delle ragioni di carattere fattuale, che sono afferenti la natura dell’energia stessa come bene economico: l’energia è un bene che è suscettibile di valutazione economica in quanto la domanda dello stesso ne eccede l’offerta. I combustibili fossili non sono un’eccezione a questa regola ed è quindi necessario trovare un modo per sostituirli (o, quantomeno, integrarli) con altre forme di energia. Non mi riconosco, quindi, nel filone “negazionista” del cambiamento climatico e quindi non mi ritengo appartenente a tutta quella categoria di persone che vorrebbero mantenere le cose così come stanno. Allo stesso modo, però, non ritengo che affrontare la questione ambientale ed energetica debba significare l’abbandono del sano e razionale pragmatismo che, quando si è di fronte a questi temi, sono i necessari ingredienti preliminari nella costruzione di una soluzione sana e duratura. Eppure è questo l’atteggiamento che, molto spesso, si rintraccia sempre di meno nei dibattiti pubblici quando si discute di energia ed ambiente i quali sono quasi sempre permeati nel migliore dei casi da paura e nei peggiori da ideologia. Un esame delle argomentazioni tipiche di coloro che prendono parte a questi dibattiti ci chiarirà il perché.

Durante una qualsiasi discussione circa il problema energetico, dopo aver fatto la corretta premessa circa la scarsità dei combustibili fossili, sentiamo le soluzioni più disparate ai problemi energetici che affliggono il mondo: c’è chi vorrebbe implementare una soluzione basata sui pannelli solari, altri che vorrebbero usare l’eolico ed altri ancora l’idroelettrico o il geotermico. Mai nessuno, tuttavia, che prenda le difese di una delle fonti di energia più pulite, affidabili e sicure che siano mai state scoperte dall’uomo: il nucleare. Prima che orde di lettori, di ambientalisti e di abbraccia-alberi di ogni specie e genere mi saltino alla gola vorrei far presente un punto: per chi scrive il nucleare non è la soluzione a tutti i problemi energetici del mondo; come insegna l’economia, infatti, l’uso di una risorsa comporta sempre un qualche tipo di costo-opportunità, per cui è chiaro che anche nel caso del nucleare ci sono dei costi che devono essere considerati nel caso in cui si decida di implementare questa soluzione al problema energetico. Quello che mi preme di mostrare in questo articolo è che, date tutte le opzioni “carbon free” che abbiamo a disposizione per affrontare il problema energetico, il nucleare è quella che in termini relativi trova la miglior combinazione in termini di efficienza ed impatto ambientale. Per mostrare ciò dobbiamo partire innanzitutto dall’analisi delle performance delle altre principali fonti di energia alternative al fossile ed al nucleare nei termini di due parametri: l’efficienza (ossia la capacità di fornire in modo continuativo l’energia necessaria affinché le attività umane possano svolgersi senza “colli di bottiglia”, ossia senza interruzioni ed a costi contenuti) e l’impatto ambientale (ossia i costi in termini di inquinamento e salute pubblica che la fonte di energia oggetto di analisi richiede di sostenere).

Cominciamo dall’energia solare. Chi non vorrebbe installato sul proprio tetto un bellissimo e super-pulito pannello solare che acquisisca la luce della potente stella e la converta in energia; oppure delle distese di pannelli che facciano lo stesso lavoro e poi distribuiscano l’energia elettrica tramite una griglia? Vediamo cos’ha da dire la fisica in merito all’efficienza di questi sistemi. L’efficienza di un pannello solare si definisce come il rapporto espresso in percentuale tra energia captata e trasformata rispetto a quella totale incidente sulla superficie del modulo ed è dunque un parametro di qualità o prestazionale del modulo stesso; esso è quindi proporzionale al rapporto tra watt erogati e superficie occupata, a parità di altre condizioni. Come in tutti i sistemi di conversione energetica, l’efficienza del modulo fotovoltaico è sempre inferiore dell’unità (o 100%) per effetto di inevitabili perdite nel sistema reale. Perché? Per capirlo, dobbiamo introdurre il concetto di “potenza elettrica”, definibile come il flusso di lavoro elettrico per unità di tempo che, nel caso del modulo fotovoltaico, può essere ottenuta come segue:

, dove “I0” è l’irradianza solare perpendicolarmente alla direzione dei raggi solari espressa in Watt/m2; α è l’angolo dell’inclinazione del modulo rispetto alla radiazione solare incidente; “S” è la superficie in metri quadrati del modulo ed “η” è un fattore di rendimento. Quindi le prestazioni per unità di superficie dipendono dai seguenti fattori:

  • al rendimento dei materiali;
  • alla tolleranza di fabbricazione percentuale rispetto ai valori di targa;
  • all’irraggiamento a cui le sue celle sono esposte;
  • all’angolazione o incidenza con cui la radiazione solare giunge rispetto alla sua superficie;
  • alla temperatura di esercizio dei materiali, che tendono ad “affaticarsi” in ambienti caldi;
  • alla composizione dello spettro di luce solare;
  • alla banda spettrale di radiazione solare assorbita (valutata dalla risposta spettrale): le celle possono convertire in elettricità solo una banda di frequenze dello spettro della luce solare.

Inoltre vi è un altro fattore da tenere in considerazione: a causa del naturale affaticamento dei materiali, le prestazioni di un pannello fotovoltaico comune diminuiscono di circa un punto percentuale su base annua. Per garantire la qualità dei materiali impiegati, la normativa obbliga una garanzia di minimo due anni sui difetti di fabbricazione e anche sul calo di rendimento del silicio nel tempo, dove arriva ad almeno 20 anni. La garanzia oggi nei moduli di buona qualità è del 90% sul nominale per 10 anni e dell’80% sul nominale per 25 anni. Ad inizio 2012, si è raggiunto il nuovo record di efficienza pari a 33,9% ottenuta con pannelli fotovoltaici a concentrazione per scopi commerciali grazie anche all’uso di inseguitori solari. Volendo invece valutare il rendimento globale di un impianto costituito da pannelli e dall’inverter, supponendo per i primi un rendimento del 20% e del 90% per il secondo, si avrebbe complessivamente un rendimento del 0,2×0,9=0,18 ovvero del 18% appena. In altre parole, l’82% dell’energia proveniente dal sole non può essere convertita in elettricità. Il tutto alla “modica” (si fa per dire) cifra di 3000 euro ed oltre per solo costo d’acquisto: aggiungete il costo di installazione che va da un minimo di 100 euro ad un massimo di 2550 ed avete fatto la spesa inutile del secolo. Sull’efficienza del solare, quindi, possiamo porre una definitiva pietra tombale. E cosa dire dell’impatto ambientale? Sicuramente i pannelli solari sono “puliti” e non inquinano, dal momento che utilizzano una fonte di energia pulita (i raggi solari) per generare (poca) energia elettrica. Una delle cose più belle che la scienza economica mi ha insegnato nel corso del mio interesse e studio verso la stessa è che il bravo economista non deve fermarsi – per riprendere una frase di uno dei miei mentori, l’economista del XIX secolo Frederic Bastiat – a “ciò che si vede”; no: l’economista deve andare oltre e cercare di osservare “quel che non si vede”. Nella fattispecie, infatti, noi vediamo l’energia elettrica pulita prodotta dai pannelli solari; quel che non vediamo è l’immensa massa di rifiuti prodotti dallo smaltimento dei pannelli solari stessi. Come riporta l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili, nel 2050 78 milioni di tonnellate di pannelli solari avranno raggiunto la fine della loro vita utile e che il mondo genererà circa 6 milioni di tonnellate di nuovi rifiuti elettronici solari all’anno. Mentre l’ultimo numero è una piccola frazione del totale dei rifiuti elettronici che l’umanità produce ogni anno, i metodi di riciclaggio dell’elettronica standard non sono sufficienti per i pannelli solari. Il recupero dei propri materiali più preziosi, tra cui argento e silicio, richiede soluzioni di riciclaggio su misura che sono costose da implementare e che lasciano in ogni caso irrisolto il problema dello smaltimento degli altri materiali. Tutto questo senza contare che i minerali usati all’interno dei pannelli ed i materiali usati per la struttura degli stessi devono essere prodotti; e indovinate un po’ quale energia viene usata per produrli: esatto, la brutta e cattiva energia elettrica generata dalla combustione del carbone, del petrolio e del gas naturale. Insomma, in termini di impatto ambientale il solare non fa altro che spostare l’inquinamento dalla produzione di energia elettrica per consumo diretto a quella di produzione di energia elettrica per la produzione di energia pulita, il tutto traducendosi in costi più alti che il consumatore medio di energia deve sostenere per alimentare le proprie attività, in costi più alti per le imprese (che quindi devono ridurre i costi riducendo, magari, i salari e/o il numero dei dipendenti) e in bollette più care per coloro che hanno un reddito più basso. Ancora convinti che il solare sia la soluzione? Perché se questo fosse il caso, allora gli abbraccia-alberi de noantri si sono finalmente rivelati per quello che sono: dei retrogradi che preferirebbero un mondo più verde e più povero. A dimostrazione di quanto vi dico, il caso paradigmatico degli Stati Uniti (della California in particolare, dove sono state implementate le più grandi misure in termini di pannelli solari e pale eoliche) è eloquente, come ci mostra il grafico seguente:

 

Come si vede, i prezzi dell’energia elettrica sono cresciuti sette volte di più in California che nel resto degli Stati Uniti. Un fenomeno limitato ad oltreoceano direte voi. Eppure, se vogliamo rimanere da questo lato dell’oceano, vediamo quello che succede in Germania:

Come si vede, i prezzi dell’energia sono cresciuti del 51%. Due grafici che, quindi, gettano una definitiva ombra sul fotovoltaico.

Ma, direte voi, “abbiamo il vento. Non può rappresentare una soluzione a questi problemi?”. Ancora una volta, la soluzione proposta porterebbe essere meno efficiente di quanto si pensa. In effetti, il problema del sole si ripropone per il vento: l’efficienza massima di un impianto eolico può essere calcolata utilizzando la Legge di Betz, che mostra come l’energia massima che un generatore eolico qualunque può produrre sia il 59,3% di quella posseduta dal vento che gli passa attraverso. Tale efficienza è il massimo raggiungibile e un aerogeneratore con un’efficienza compresa tra il 40% al 50% viene considerato ottimo: ancora una volta, una parte considerevole dell’energia elettrica potenziale viene letteralmente buttata al vento in nome del “green”. Inoltre, dal momento che la velocità del vento non è costante, la produzione annua di energia di una centrale eolica non è mai uguale a quella della capacità nominale del generatore moltiplicato per il tempo di un anno. Una volta installate queste turbine, devono attendere che il vento si alzi per essere efficaci, e questo è un processo completamente imprevedibile. Se in un certo periodo manca il vento, l’energia cesserebbe di essere generata e l’intero mondo si bloccherebbe. E allora come si risolverebbe il problema? Con i pannelli solari (che si sono dimostrati ugualmente inefficienti)? Oppure, come spesso accade, con i combustibili fossili? Sì, perché quando il vento smette di soffiare e il sole smette di splendere, come faremo a mandare avanti i nostri uffici e le nostre fabbriche? I sostenitori delle fonti rinnovabili vorrebbero farci credere di voler assumere eserciti di criceti da mettere in ruote il cui movimento genera energia elettrica? Soluzione davvero creativa ma, ritengo, molto poco praticabile. Certo, molte ricerche sono fatte per garantire che le turbine siano messe in aree ventose, ma questo non garantisce nulla, e talvolta altre fonti di energia devono essere impiegate perché anche il vento è una risorsa limitata dalle leggi della fisica: l’energia eolica è in grado di essere sfruttata solo quando c’è vento disponibile, che non è così ampiamente trovato come ci si potrebbe aspettare. Questo fatto, insieme alla necessità di metterli in regioni non popolate, limita notevolmente le potenziali aree in cui è possibile installare le turbine. Tutto questo a fronte di alti costi di installazione, che si aggirano intorno ai due milioni di dollari. Affinché queste macchine siano il più utili possibile, devono essere messe su terreni pianeggianti e/o luoghi costieri. Il che ci conduce al prossimo punto: l’impatto ambientale. Sì, perché anche per il vento si presenta il solito problema dello smaltimento dei rifiuti annessi e connessi: il danno fatto alla fauna selvatica e agli alberi. Anche se potrebbe non esserci una popolazione umana grande, o addirittura esistente, vicino alle turbine eoliche, è certamente destinata ad esserci una fiorente popolazione di fauna selvatica nella zona. Anche se queste imponenti strutture non possono necessariamente influenzare la fauna selvatica al pascolo che condivide la terra con le turbine, sono gli animali nel cielo e nel sottosuolo non sono così fortunati. Gli uccelli in queste aree, specialmente quelli che migrano ogni anno, come le aquile d’oro e i falchi coda, hanno la tendenza a volare nelle lame, con studi che mostrano circa 45.000 uccelli morti negli ultimi 20 anni a causa di queste turbine. Anche gli habitat sotterranei tendono ad essere influenzati negativamente, quando queste turbine sono installate, a causa dello scavo profondo necessario. Davvero un ottimo modo per promuovere l’ambiente.

Ci sono poi altre possibili fonti energetiche, come il geotermico e le biomasse. Ancora una volta, i problemi esaminati in precedenza si ripresentano; non tanto per il geotermico (anche se in questo caso permane il problema della continuità e dell’affidabilità dell’energia, perché non tutte le regioni geografiche hanno un territorio sufficientemente “attivo” dal punto di vista vulcanico e/o geotermale da potersi permettere di fare di questa fonte di energia la principale modalità di approvvigionamento di energia elettrica) quanto piuttosto per le biomasse. In effetti, il grande problema delle biomasse è che si dovrebbero produrre dei prodotti organici in più appositamente da impiegare nella produzione di energia. Questo avrebbe degli effetti rialzisti sui prezzi al consumo delle materie prime come il grano, il grano turco e tutti i materiali utilizzati nel procedimento, dal momento che una maggiore quota degli stessi dovrebbe essere destinata – per mantenere e soddisfare un maggiore fabbisogno energetico – all’impiego energetico e quindi deve essere sottratta a quello alimentare. Ancora una volta, a perderci saranno i più poveri, che non potranno permettersi i cibi prodotti con quelle materie il cui uso è sia legato al consumo alimentare sia alla produzione energetica.

Dulcis in fundo, che dire del nucleare? Il nucleare, oggi, è un po’ come il diavolo nel medioevo (per riprendere un’espressione del presidente emerito della Repubblica Luigi Einaudi):

“una parola mitica, con cui si spiegano senz’altro tutti i malanni dell’umanità. Come tutti gli altri miti, ha il vantaggio di essere semplice, incomprensibile, imperioso. Non ammette dubbi, non tollera incertezze snervanti di studiosi” [1].

Il nucleare sembra essere l’ultima tipologia di energia che ci viene in mente quando pensiamo alle alternative “pulite” ai combustibili fossili nella produzione di energia elettrica. Tuttavia, quando capiamo come funziona, scopriamo in una maniera tanto insolita quanto sorprendente che – al contrario – potrebbe non solo non essere un problema ma, addirittura, una parte della soluzione. Cominciamo quindi con il dire come viene prodotta l’energia nucleare. Elemento base della produzione di energia atomica è l’uranio, un metallo, il cui isotopo 235 viene scisso e – nel processo – viene liberata una grande quantità di calore che, trasferito all’acqua, produce vapore e quindi energia cinetica convertita in energia elettrica; in termini tecnici, potremmo descrivere la fissione nucleare come un processo fisico-nucleare in cui il nucleo atomico di un elemento chimico pesante (nella fattispecie uranio-235 o plutonio-239) decade in frammenti di minori dimensioni, ovvero in nuclei di atomi a numero atomico inferiore, con emissione di una grande quantità di energia e radioattività. Semplici applicazioni di chimica e fisica che – assieme – producono energia.

Quali sono dunque, i benefici del nucleare? In primo luogo, la sicurezza. In effetti, la parola “sicurezza” associata positivamente con la dizione “energia nucleare” non è una cosa molto frequente da vedere, ma i numeri parlano chiaro:

Comparato con le altre forme di energia, il nucleare è assolutamente quella più sicura rispetto alle altre. Perché? Beh, semplicemente perché le persone imparano dai loro errori, e dopo i disastri di Chernobyl prodotti dalla gestione socialista (e dunque inefficiente ed irrazionale) della centrale stessa sono stati implementati migliori sistemi di controlli ed allerta che rendono il nucleare, come mostra la figura precedente, una delle energie più pulite del mondo. Prendiamo, ad esempio, l’incidente di Fukushima nel 2011: in quell’occasione, come riporta un rapporto dell’ONU al riguardo, nessuna morte è stata correlata alla fuoriuscita di materiale nucleare: infatti, 2000 persone sono morte a causa dell’evacuazione della zona stessa ed altre 20000 a causa dello tsunami; inoltre, non ci sono stati degli incrementi nel numero di casi di cancro alla tiroide (spesso correlato con la fuoriuscita di materiale nucleare). E questo perché? Perché da quel lontano 1989, annus horribilis per l’energia atomica, le tecnologie sono cambiate, i materiali e le procedure di costruzione sono stati resi entrambi più sicuri e quindi la probabilità di far morire persone a causa del nucleare sono drasticamente scese. Ma c’è un altro punto a favore del nucleare, ossia la disponibilità di uranio e la possibilità di utilizzare il torio come combustibile. L’uranio è un elemento relativamente comune nella crosta terrestre (molto più che nel mantello). È un metallo comune approssimativamente come stagno o zinco, ed è un costituente della maggior parte delle rocce e anche del mare. La tabella seguente ci mostra le quantità, nello specifico:

Le disponibilità totali dell’uranio, come per qualsiasi altro minerale o metallo, non sono note esattamente. L’unica misura significativa della sicurezza a lungo termine dell’approvvigionamento sono le riserve note nel terreno in grado di essere estratte.Un minerale è, per definizione, il risultato di un processo di mineralizzazione da cui il metallo è economicamente recuperabile. Le disponibilità di qualsiasi metallo – sono quindi relativi sia ai costi di estrazione che ai prezzi di mercato. Ad esempio, attualmente né gli oceani né le rocce sono delle fonti di uranio sufficientemente redditizie, ma in teoria potrebbero diventarlo se i prezzi dovessero aumentare sufficientemente. A dieci volte il prezzo attuale, l’acqua di mare, ad esempio, potrebbe diventare una potenziale fonte di grandi quantità di uranio. Pertanto, qualsiasi previsione della futura disponibilità di qualsiasi minerale, compreso l’uranio, che si basano sugli attuali dati sui costi e sui prezzi, nonché sulle attuali conoscenze geologiche, si rivelerà probabilmente estremamente conservativa. Parlando di numeri che già conosciamo: come possiamo vedere dalla tabella qua sotto, L’uranio è stato estratto con successo fin dagli anni ’40. La produzione storica di uranio è generalmente ben nota, anche se permangono incertezze circa la quantità estrata in Unione Sovietica tra il 1945 e il 1990. La World Nuclear Association ha comunque stimato la produzione nei paesi in cui i dati non sono disponibili:

 

C’è un altro fattore da tenere in considerazione quando si parla dell’offerta di uranio, ossia la capacità dei reattori di usarlo in modo efficiente. I reattori del mondo, con una capacità combinata di circa 400 GWe, richiedono circa 67.500 tonnellate di uranio estratto dalle miniere o altrove ogni anno. Sebbene questa capacità venga gestita in modo più produttivo, con fattori di capacità più elevati e livelli di potenza del reattore, il fabbisogno di combustibile all’uranio è in aumento, ma non necessariamente allo stesso ritmo. I fattori che aumentano la domanda di carburante sono compensati da una tendenza a un maggiore efficientamento dei reattori nell’utilizzo del, quindi possiamo supporre che la domanda sia costante (nel corso degli anni dal 1980 al 2008 l’elettricità generata dall’energia nucleare è aumentata di 3,6 volte, mentre l’uranio utilizzato è aumentato di un fattore moltiplicativo di sole 2,5 volte). Le attuali risorse misurate a livello mondiale di uranio (6,1 Mt) nella categoria dei costi inferiori a tre volte i prezzi attuali e utilizzate solo nei reattori convenzionali, sono sufficienti per durare circa 90 anni. Ciò rappresenta un livello di risorse garantite superiore a quello normale per la maggior parte dei minerali. Ulteriori esplorazioni e prezzi più elevati certamente, sulla base delle attuali conoscenze geologiche, produrranno ulteriori risorse man mano che quelle attuali saranno utilizzate. La riduzione della quantità usata nei reattori riduce la quantità di uranio necessaria per una determinata quantità di combustibile. Il ritrattamento del combustibile usato dai reattori ad acqua leggera convenzionali utilizza anche le risorse presenti in modo più efficiente. Quindi i requisiti odierni di combustibile per reattori sono soddisfatti dall’approvvigionamento primario (estrazione mineraria, che contribuisce per circa l’85% dell’energia nucleare prodotta nel 2017) e da fonti secondarie: scorte commerciali, scorte di armi nucleari, plutonio riciclato e uranio ritrattato, e riarricchimento delle scorte di uranio impoverito. Queste varie fonti secondarie rendono l’uranio unico tra i minerali energetici. Inoltre c’è il Torio come combustibile nucleare, per reattori CANDU o in reattori appositamente progettati per questo scopo. I reattori ad alta efficienza neutro, come CANDU, sono in grado di operare su un ciclo di combustibile torio, una volta che vengono avviati utilizzando un materiale fissile come U-235 o Pu-239. Poi l’atomo di torio (Th-232) cattura un neutrone nel reattore per diventare uranio fissile (U-233), che continua la reazione. È probabile che alcuni progetti avanzati di reattori siano in grado di utilizzare il torio su larga scala. Il ciclo del torio ha alcune caratteristiche interessanti, anche se non è ancora in uso commerciale. Si dice che il torio sia circa tre volte più abbondante nella crosta terrestre dell’uranio. Il Red Book 2009 dell’AIEA-NEA ha elencato 3,6 milioni di tonnellate di risorse note e stimate come riportato, ma sottolinea che ciò esclude i dati da gran parte del mondo e stima circa 6 milioni di tonnellate complessive.  Per quanto riguarda l’offerta di materiale su cui operare la fissione nucleare non possiamo avere dubbi sul fatto che essa è di fatto in continuo aumento, se non in termini assoluti, in termini relativi; per cui nel lungo periodo rappresenta una delle scelte economicamente più sostenibili.

E cosa dire delle scorie? Non rappresentano forse un problema per via del loro stoccaggio? Il sito https://environmentalprogress.org/ ci mostra tuttavia come:

“Gli scarti di tutta l’energia nucleare prodotta negli Stati Uniti possono essere stoccati in barili da 50 piedi da distribuire in un’area che corrisponde a circa un campo da calcio”.

Inoltre, sono allo studio delle particolari tipologie di reattori nucleari chiamati “Travelling Wave Reactors”, i quali sono in grado di utilizzare nel processo di fissione nucleare gli scarti della fissione nucleare tradizionale, consentendo un utilizzo più efficiente del combustibile nucleare ed eliminando – di fatto – il problema degli scarti che da problema diventano, piuttosto, una soluzione. I TWR utilizzano solo una piccola quantità (10%) di uranio arricchito-235 o altro combustibile fissile per “avviare” la reazione nucleare. Il resto del combustibile è costituito da uranio naturale o impoverito-238, che può generare energia continua per 40 anni o più e rimane sigillato nel recipiente del reattore durante quel periodo. I TWR richiedono una quantità sostanzialmente inferiore di carburante per chilowattora di elettricità rispetto ai reattori ordinari, a causa dell’aumento del consumo di carburante, della densità energetica e dell’efficienza termica dei TWR. Un TWR realizza anche la maggior parte del suo ritrattamento all’interno del nucleo del reattore. Il combustibile esaurito può essere riciclato dopo una semplice “raffinazione di fusione”, senza la separazione chimica del plutonio richiesta da altri tipi di reattori. Queste caratteristiche riducono notevolmente i volumi di carburante e dei rifiuti, migliorando al contempo la resistenza alla proliferazione. L’efficienza del nucleare è quindi fuori di dubbio.

Ma vediamo come si comporta il nucleare rispetto alle altre fonti di energia (in particolare rispetto al solare ed all’eolico). Primo dato: efficienza. Direi che i seguenti grafici si commentano da soli:

 

Come possiamo osservare, nonostante i limiti imposti alla tecnologia atomica, il nucleare si conferma come una delle fonti di energia più performanti rispetto alle altre. E questo non solo in termini quantitativi, in quanto, come cita lo stesso rapporto da cui sono tratti questi grafici:

“La California, considerando tutte le batterie incluse quelle delle macchine e dei camion, può sostenere un black out dovuto ad una mancanza di energie rinnovabili per soli 23 minuti”.

E che dire dell’impatto ambientale? Ancora una volta, la risposta è nei dati:

Vediamo, quindi, come il nucleare sia non solo efficiente ma anche pulito. Inoltre, sempre in tema di energia nucleare,  non dobbiamo dimenticare che non esiste solo la fissione nucleare ma anche la fusione, che – di base – funziona nel modo inverso alla fissione: se, infatti, la fissione sprigiona energia dallo “scioglimento” di due atomi, la fusione libera energia dall’unione degli stessi. Nel corso del tempo, l’obiettivo di generare energia dalla fusione nucleare è stato un’utopia per gli scienziati ma – stando a quanto riportato da ricercatori del MIT – l’obiettivo sembrerebbe oggi meno utopico di quanto non si immagini. Ancora una volta, l’incrollabile fiducia nella scienza ci deve far ben sperare a patto che – come con la fissione – non ci facciamo bloccare dalla paura e dall’ideologia.

 

[1] Luigi Einaudi; “La colpa è del capitalismo”; Corriere della sera, 28 luglio 1919

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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