Continuiamo il nostro viaggio nelle elezioni presidenziali USA, occupandoci – quest’oggi – del piccolo ma combattivo “Partito della Costituzione” e del suo programma politico.

Siamo arrivati quasi alla fine della nostra avventura all’interno delle presidenziali USA; dico quasi perché – in corso d’opera – ci è stato segnalato da alcuni lettori che sarebbe stato interessante analizzare, oltre ai quattro partiti che ci eravamo proposti di mostrarvi – anche il partito ambientalista statunitense, in ragione delle sue posizioni facilmente confrontabili con quelle dei democratici: così, come abbiamo scelto di analizzare i tre partiti che sono più o meno legati con l’orientamento politico di questo blog (il GOP, il Libertarian Party e – oggi – il Partito della Costituzione) ci è sembrato intelligente raccogliere il suggerimento datoci da alcuni nostri lettori ed estendere (con un’ulteriore puntata, che seguirà questa tra due settimane) la nostra analisi delle presidenziali statunitensi.

Ma bando alle ciance e iniziamo ad occuparci del “paziente” di oggi: il “Constitution Party”. Nato nei primi anni Novanta come “Taxpayers Party” (Partito dei Contribuenti) per opera di Howard Phillips (che, tra le altre cose, ne è stato il candidato alle elezioni del  1992, del 1996 e del 2000) il partito oggetto di esame si colloca nell’area del paleoconservatorismo americano, una visione del conservatorismo ispirata ai principi dei Padri Fondatori e che quindi vede nella Costituzione, nella Dichiarazione di Indipendenza, nel Bill Of Rights e – per quanto riguarda le frange “religiose” del partito – alla Bibbia quali documenti fondamentali per inquadrare la sua azione politica. In effetti, ad un’attenta analisi del programma politico di questo partito (che di fatto è quello di Don Blankenship, candidato che, dopo una selezione sul modello delle primarie degli altri “Big” del gioco politico americano, è emerso quale frontrunner da proporre alle presidenziali) ci rendiamo conto di quanto tutto ciò sia vero. Sui temi economici, troviamo delle posizioni che sono generalmente a favore di un libero mercato interno, promuovendo una quanto minore regolamentazione possibile delle imprese, l’abolizione dello IRS (ovvero l’Internal Revenue Service; la nostra Agenzia delle Entrate, tanto per capirci), il ritorno ad un governo non interventista nell’economia e quindi una bassa tassazione ed una bassa spesa pubblica; propone un uso minore dell’eminent domain (il potere che lo Stato ha di espropriare terreni ai soggetti privati per usarli per i suoi scopi), si dice favorevole alla ricerca di “soluzioni di mercato” al problema energetico e dei combustibili fossili, dichiarando di voler mettere fine alla collusione tra pubblico e privato implementando i principi di libera impresa propugnati da Jefferson, dicendosi – inoltre – a favore del ripristino del “Gold Standard”, come ci mostra la “Presidential Platform 2016-2020”:

“I padri fondatori istituirono un sistema monetario in cui il denaro che è stato progettato per vietare una “impropria e malvagia “manipolazione del mezzo di scambio della nazione, garantendo il potere di acquisto dei guadagni e dei risparmi dei cittadini.

Il governo federale è andato oltre il principio del “conio” come definito dalla Costituzione e dal ‘Mint Act del 1792 e ha concesso un controllo incostituzionale delle risorse monetarie e nazionali al sistema bancario ed al sistema della Federal Reserve. Il Partito della Costituzione raccomanda una sostanziale riforma del sistema di tassazione federale. Al fine di far sì che tale riforma sia efficace, è necessario che gli Stati Uniti:

  • Ritornino al sistema monetario indicato nella Costituzione [il Gold and Silver Standard, ossia uno standard bimetallico, nota mia];

 

  • Abroghino il ‘Federal Reserve Act’ e riformino le funzioni delle attuali banche della Federal Reserve affinché diventino delle semplici stanze di compensazione

 

  • Proibiscano il sistema bancario a riserva frazionaria”.

 

Tutto oro quel che luccica? Non direi proprio. Il Constitution Party, sebbene promuova delle sostanziali riforme liberiste economicamente e  – come vedremo – solo all’interno degli Stati Uniti, si dimostrano essere socialmente conservatori per quanto riguarda le politiche interne in materia di diritti civili, e decisamente protezionisti ed isolazionisti per quanto riguarda la politica estera: propongono, infatti, l’abolizione dell’aborto (a cui è moralmente contrario anche chi scrive, ma non per questo – da libertario – posso negare ad altri di farlo sulla base della mia scala di valori), una forte regolamentazione del gioco d’azzardo in politica interna (sebbene promuovano, in accordo con gli altri partiti conservatori, la più rigorosa applicazione del Secondo Emendamento e quindi configurandosi in maniera netta come un partito contro il Gun Control dei democratici); mentre in politica estera promuovono un ferreo isolazionismo (e non il neutralismo di jeffersoniana memoria, che era cosa ben diversa) accompagnato da una forte e marcata autarchia per quanto riguarda i rapporti commerciali con gli Stati esteri. Se dovessimo dare, da conservatori de da libertari, un voto per le nostre pagelle politiche, diciamo che il Constitution Party potrebbe ottenere senza problemi un bel sette: non di più, chiaramente, per le sue posizioni decisamente retrograde e di sicuro non favorevoli alla libertà personale (e, per certi versi, economica) che tanto si propone di difendere facendo sì che gli USA, in una ventata di  “Sidney Sonnino renaissance” “ritornino alla Costituzione”.

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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