PUNTO DI NON RITORNO di Pietro Agriesti

Ricordo ancora quando ero ragazzo un tempo in cui si poteva fumare nei cinema, nei ristoranti e nei treni. Poi ricordo le sale e i vagoni per fumatori. Ricordo i pacchetti di sigarette che costavano la metà di quanto costano oggi, e non riportavano frasi come il fumo uccide e non avevano impresse immagini shock.

Ad oggi Milano ha previsto un percorso che porterà nel giro dei prossimi anni a proibire il fumo all’aperto.

C’è qualcuno che pensa che si potrà mai tornare indietro sulle leggi sul fumo attraverso un percorso democratico?

Lo stesso vale per infinite altre cose. Per tanti motivi in democrazia è estremamente facile andare avanti, mantenere e incrementare l’intervento statale ed estremamente difficile tornare indietro.

E non mi riferisco ovviamente solo alle leggi sul fumo. Potremo tornare indietro sull’Europa? Sul welfare? Sull’Euro? O sul debito? Sulle tasse? Sul contante?

Qualcuno prevede che sia possibile avere decenni di riduzione della pressione fiscale come abbiamo avuto decenni di aumento della stessa?

O che sia possibile ridurre il debito alla metà, a un terzo, a un quarto di quello che è?

O che sia possibile pensare di tornare indietro su sistema pensionistico, sanità, scuola pubblici?

Se è possibile farlo non è per via democratica, dentro al quadro costituzionale e istituzionale di una democrazia rappresentativa contemporanea.

La democrazia consentirà anche l’alternanza dei governanti e permetterà di cambiarli senza spargimenti di sangue, ma non consente logicamente una reale alternanza tra programmi più e meno statalisti.

Non c’è un solo paese la cui storia mostri che sia possibile. Persino le figure che più fanno battere il cuore a molti liberali come regan e la tatcher sono state più fumo che arrosto e non hanno di certo fermato in modo sostanziale la crescita dei rispettivi stati. Considerando i risultati delle loro grandi battaglie liberali e democratiche, non sono davvero riusciti a lasciare i loro paesi con meno tasse, debiti e spesa in misura significativa. Considerando la storia complessiva dei loro paesi non hanno rappresentato una inversione di tendenza, ma al più una pausa, in una storia che ha comunque visto complessivamente la crescita dello Stato.

Le forze contrarie all’avanzata dello stato, le forze liberali o conservatrici, infatti sono spesso accusate di procedere nella stessa direzione delle altre, solo più lentamente. Ma questo è inevitabile.

Le più grandi riforme di libero mercato che si sia mai riusciti a portare a casa per questa via, non sono che briciole se paragonate ai passi da gigante in direzione opposta compiuti nel frattempo. Mentre dopo una lunga battaglia si riesce a far passare la riforma liberale x, sono passate altre 50 riforme illiberali, e nel giro di qualche mandato arriverà un governo che farà fuori anche la riforma x.

La via democratica è di una inutilità totale da questo punto di vista. Il sistema può solo crescere ed eventualmente arrivare a un punto di non sostenibilità tale da crollare. E il crollo può rappresentare oltre che una grande rovina un opportunità. Ma è un’opportunità aperta verso tanti esiti, la maggior parte dei quali per il peggio.

Fra le poche strategie che potrebbero avere un senso c’è quella secessionista, ma ci sono – almeno – due modi di intendere il secessionismo. Uno è quello di un secessionismo che fa appello alla storia, a rivendicazioni e istanze che affondano le loro radici nelle ingiustizie che i secessionisti ritengono siano state compiute. Nelle conquiste, le colonizzazioni, i saccheggi, etc.. ed è un secessionismo che subordinanle proprie istanze a richieste di revisioni storiche, risarcimenti, etc.. L’altro è un secessionismo come mera strategia liberale e anti statalista, che non poggia sulla pretesa di dimostrare ingiustizie storiche e ottenere risarcimenti, ma sull’idea che far cadere uno Stato sempre più oppressivo e liberarsene sia un bene a prescindere.

In quest’ottica ad esempio l’indipendenza del meridione non è tanto un fatto di riconoscere la colonizzazione subita dal nord, o di ottenere un qualche tipo di risarcimento, come ritengono spesso i movimenti indipendentisti del sud Italia (rinunciando di fatto per sempre ad ottenere alcunché), è semplicemente una strategia “dinamitarda” contro lo Stato italiano, nella convinzione che buttarlo giù e liberarsene sia una bene in sè e per sè.

Non è quindi legato tanto a questa o quella ricostruzione storica, o dal punto di vista alternativo degli indipendentisti padani, al “Sacco del nord”. È a prescindere una pura e semplice strategia politica per far saltare il banco, constatato che giocando all’interno delle regole dell’ordine costituito queste escludono a priori che si possa arrivare ai risultati desiderati. Dal momento che le regole democratiche non consentono alle idee liberali, anti stataliste, libertarie, nemmeno la remota possibilità di affermarsi, e che per esse non ci sarà mai una via democratica all’interno dei presenti sistemi istituzionali e costituzionali, è un modo di cercare di uscirne.

I due indipendentismi possono sovrapporsi e collaborare. Ma alla fine, quel che vediamo è che a un certo punto, sono gli indipendentisti che ne fanno una questione storica a restare al palo. Io penso sempre, anche per esperienza personale, che quando si decide una separazione a un certo punto si debba avere l’intelligenza, la lungimiranza, la saggezza, il realismo, la tolleranza per capire che non si arriverà mai a parificare tutti i conti, correggere tutti i torti, saldare tutti i debiti. Una volta capito che la cosa migliore è separarsi ci si separa a prescindere, accettando che nella vita ci sono questioni che non potranno mai essere risolte e chiarite, torti che non saranno risarciti, ragioni che non saranno mai riconosciute, e debiti che non saranno pagati. Chi non riesce ad accettarlo, per il suo bene, dovrebbe fare un salto dallo psicologo, o iscriversi a un corso di meditazione buddista, dovrebbe capire che, come se non sbaglio dice Vecchioni in una canzone, a volte i torti e le ragioni sono sterili.

Editoriali

by Autori Vari

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