La politica, insieme allo sport, è una delle grandi parabole della vita umana. E, come nella vita e nello sport, in politica si vince ma – molto più spesso – si perde. Ed è proprio dalle sconfitte che tanto nella vita, quanto nello sport e nella politica, le persone (e i partiti) imparano, crescono ed evolvono. Prima che i lettori mi accusino di aver alzato troppo il gomito vista questa introduzione “psicologica”, queste considerazioni sono estremamente legate all’esito delle ultime elezioni presidenziali USA: l’evento che – forse ancor più delle singole vicende nazionali anche in quest’anno caratterizzato dal dispiegarsi di una possente pandemia – ha in pochi giorni monopolizzato gli spazi mediatici degli USA e non solo. Il GOP (il Partito Repubblicano, per i neofiti) di Trump è uscito sconfitto dalla competizione, con Biden e Kamala Harris che hanno guadagnato – rispettivamente – il posto di POTUS (President Of The United States) e di vicepresidente; mentre il partito libertario (l’unico che – a nostro avviso – rappresenta realmente delle istanze pro-market, pro-business e pro-libertà negli Stati Uniti) ha guadagnato la medaglia di bronzo con un misero 1% di voti intercettati. In qualità di paleolibertari (che hanno a cuore tanto la libertà personale ed economica – qui distinte a semplici fini illustrativi – quanto i valori occidentali su cui essa trova giustificazione) ci sentiamo di dare un commento a caldo in merito, cercando di trarre alcune conclusioni in merito a questi risultati.

In primo luogo quello di Trump è un modello comunicativo che non funziona, perlomeno in un elettorato istruito come quello degli Stati Uniti. Perché il modello del “presidente della gggente” e colui che dà la colpa ai cinesi (che, chiariamoci, non che mi stiano così simpatici in quanto dittatura pseudokeynesiana fatta di sussidi e politiche monetarie espansive) o a qualche altro immigrato; che semplifica – facendo perdere ad esse veridicità – le questioni complesse e le rende “abbordabili” anche dal redneck che si sollazza tutto il giorno al sole è un modello che può funzionare (e, in verità, funziona come dimostrano i vari Salvini, Meloni e – per certi versi – Conte, l’“uomo forte” che ci “traghetterà fuori dal virus” – seh, come no –  per eccellenza al momento) solo in paesi culturalmente arretrati come il nosto; Paesi che – mancanti di un qualsivolgia briciolo di spirito critico e capacità di mettere assieme autonomamente un pensiero razionale – sono alla continua, spasmodica ed incessante ricerca del caudillo di turno che “indicherà la via” a questo popolino di pecorelle smarrite. In un paese come gli USA – in cui è diffusa una certa consapevolezza ed autonomia politica – tutto questo non attecchisce o, se lo fa, è il classico fuoco di paglia che non appena esaurita la sua potenza si spegne. Trump è stato l’emblema di questo e il GOP deve affrontare questa realtà.

In secondo luogo, conclusione quasi lapalissiana ma che giova sempre ripetere per chi non ne fosse consapevole, è evidente che qualcosa è andato storto. La democrazia liberale, piaccia o no, è un mercato delle idee e – come in qualsiasi mercato in cui la competizione è relativamente libera – chi propone le idee che trovano maggior riscontro vince. Questo significa, nel caso particolare, che non solo Biden è riuscito a proporre un progetto (a nostro giudizio sbagliato) che viene (purtroppo) condiviso da tutti ma anche – e soprattutto – che il suo opponente Donald Trump ha dimostrato di essersi fatto promotore di un modello di conservatorismo (di matrice statalista e per nulla in linea con la tradizione dell’Elefantino) che ha già mostrato i suoi limiti e che non può pensare di essere riproposto di nuovo agli elettori. Al di là di alcune uscite una tantum, Trump si è dimostrato essere un presidente repubblicano che – nonostante le sue dichiarazioni – nei suoi quattro anni di presidenza ha amorevolmente (ma neanche tanto) calpestato i principi del capitalismo di libero mercato in favore di un capitalismo clientelare che a colpi di dazi, sussidi, taglio di tasse a deficit, QE infinito e debito pubblico. Trump si è posto, a livello economico, in grande discontinuità con le politiche di presidenti del calibro di Warren Harding, di Calvin Coolidge, di Ronald Reagan e – se ragioniamo in termini di personalità del GOP – di intellettuali del calibro di Barry Goldwater. I più esperti di voi in storia americana di voi diranno: “Reagan fece le stesse cose in merito a tasse e spesa pubblica”: costoro sono curiosi, dal momento che sembrano dimenticarsi che un’operazione molto importante per comprendere i fenomeni storici è la contestualizzazione degli eventi. È vero: Reagan tagliò le tasse a deficit, aumentò la spesa (specie quella militare) e aumentò quindi il debito pubblico. Ma – forse – non ci rendiamo conto di che anni stiamo parlando: erano gli anni della Guerra Fredda, del continuo braccio di ferro con Gorbacev ed i sovietici da un lato e dei terroristi che amavanno uccidere americani in giro per il mondo dall’altro. Reagan fu costretto ad aumentare la spesa pubblica in campo militare, perché il contesto geopolitico dell’epoca non poteva che comportare altrimenti; e se è vero che Ronnie fece tutto ciò, è pur vero che lui – al contrario della sua macchietta che ha provato a diventare per la seconda volta presidente – si rammaricò esplicitamente per tutto ciò (ossia il non aver ridotto la spesa per finanziare il taglio delle tasse) e che – al contrario del grande uomo arancione che a lui è stato paragonato – Reagan combatté ferocemente l’inflazione (insieme al suo fidato Paul Volcker, forse l’unico banchiere centrale che gode di un briciolo della mia stima come economista). Reagan, al contrario di Trump, aveva ben chiaro che il governo fosse il problema e non la soluzione, che l’inflazione dovesse essere evitata e non ricercata; e che – forse – è proprio vero che “le nove parole più spaventose per il cittadino americano” siano “sono del governo, e son qui per darti una mano”. Quello di Trump, insomma, è tutto fuorché “Reaganomics”: sono sussidi (alle imprese invece che alle persone fisiche) e continuo intervento fiscale/monetario ai danni del libero mercato. Il GOP, supportando costui, si è dato la zappa sui piedi rinnegando la sua (quella sì) centenaria tradizione di supporto al capitalismo ed alla libertà di impresa.

In terzo luogo vi è stata l’incapacità dell’establishment repubblicano di imporsi contro questo Maverick che tanto (forse troppo) ha fatto parlare di sé. Il GOP, come tutti i partiti statunitensi, è fortemente legato ai movimenti della base elettorale; tuttavia un establishment esiste perché siano date delle direttive e dei principi, e soprattutto perché gli stessi siano rispettati. La leadership del partito repubblicano, incapace prima di intercettare i bisogni della base elettorale (bisogni questi, a loro volta, creati dalle altrettanto scellerate politiche dei repubblicani “istituzionali” come i vari Bush e compagnia cantante), e di imporsi poi contro questo vero e proprio vulcano trumpiano, ha semplicemente lasciato fare Trump sperando che non facesse troppi danni al Paese ed al partito: primo obiettivo (quasi) centrato (e solo per delle coincidenze quasi fortuite); sul secondo – cari repubblicani (tranne pochi, come Rand Paul e Thomas Massie) amanti dello statalismo e del capitalismo di relazione non ci siamo proprio.

Con tutto questo sto dicendo che sono contento della vittoria di Biden? In parte, lo confesso, sì. Non perché – chiariamoci – io sia un supporter delle politiche economiche criptosocialiste (ma neanche tanto “cripto”)  di Biden; ci mancherebbe che un sostenitore della Scuola Austriaca come me sia a favore di ciò. Lo sono – piuttosto – perché la sconfitta di Trump è stata una grandissima occasione che il GOP ha avuto per epurare dalle sue fila un reazionario, un sovranista e fondamentalmente uno statalista che nulla ha a che vedere con il libero mercato; un’occasione per fare autocritica, insomma, che può consentire al GOP (se lavorerà bene in questi quattro anni, specie sfruttando le maggioranze che ha al Senato ed alla Camera dei Rappresentanti) di riscoprire al suo interno una piattaforma in linea con la sua tradizione di grande partito Liberale, Liberista e – per certi versi – Libertario allo scopo di differenziarsi dal suo ugualmente esecrabile concorrente e di essere – ancora una volta – il Partito Leader del mondo libero. Forza GOP e viva la Libertà, confido nella saggezza dei suoi leader e di alcuni suoi esponenti (specialmente, il senatore Rand Paul e del membro della Camera dei Rappresentanti Thomas Massie) che gli consentirà di superare questa sconfitta e di rinascere ancora più forte poggiandosi sui principi di una sana economia di mercato e di una piattaforma che abbia a cuore le libertà civili. Impossibile direte voi? Ma non è forse vero che, come diceva un altro grande liberalconservatore, “Il successo è passare da un fallimento all’altro senza prendere l’entusiasmo”? Viva il GOP, il libero mercato e la Libertà.

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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