di Rivo Cortonesi

La democrazia, quale sistema di partecipazione alla vita e alle scelte di una comunità, nasce dall’esigenza di dare una risposta non violenta alle tensioni e alle divergenze di opinione che possano manifestarsi tra i cittadini. Ma è proprio cosi? Davvero la violenza è assente in una democrazia? No, non è così. La violenza c’è. È quella che una maggioranza di cittadini esercita su una minoranza, che ne subisce decisioni non condivise. A stemperarla c’è solo la consapevolezza, da parte della minoranza, che se fosse stata maggioranza la stessa cosa sarebbe accaduta alla controparte. Perché così funziona la democrazia: comandano i più a scapito dei meno. È indubbiamente un sistema che potremmo definire “brutale” perché risolve in modo assolutamente sbrigativo il problema di individuare le soluzioni migliori a beneficio della comunità. È migliore ciò che ha più consensi. E siccome il consenso è spesso condizionato dal proprio tornaconto si capisce perché la democrazia sia ben lontana dall’essere il miglior strumento inventato dagli uomini per assicurarne la convivenza pacifica.

A differenza della scienza, nel cui ambito ciò che è migliore emerge continuamente dalla riproducibilità di fenomeni empirici, magari nuovi, utili alla vita di tutti i giorni, niente di tutto questo è emerso dalla democrazia. Ne deriva che ai progressi scientifici e tecnologici non hanno fatto riscontro paralleli progressi nella qualità della convivenza civile. Sono lì a dimostrarlo tutte le baruffe, la litigiosità, le tensioni e le difficoltà economiche con cui continuiamo ad essere ogni giorno confrontati.

Eppure i princìpi chiave a cui riferirsi per una convivenza pacifica sono stati già da tempo comunicati all’umanità direttamente da Dio medesimo attraverso il Decalogo, che contiene un elenco conciso, ma esaustivo, di ciò che “non si deve fare” e da suo figlio Gesù, che ha completato il Decalogo con ciò che “si deve fare”: la pratica assidua della carità. Molti secoli più tardi questi princìpi sono stati tradotti in lingua laica dai libertari attraverso la formulazione del cosiddetto “principio di non aggressione” (ciò che “non si deve fare”) e l’aiuto volontario, cioè non imposto per legge, verso il proprio prossimo (ciò che “si deve fare”). Se non è zuppa è pan bagnato.

Possiamo dunque affermare che il libertari non hanno scoperto nulla di nuovo rispetto a quanto già non si sapesse, anche se, ad amor del vero, bisogna riconoscere al pensiero libertario il merito di non essersi limitato solo a condividere la parte civile del Decalogo e la parte volontaristica del messaggio evangelico, ma anche di avere spiegato lucidamente le funeste implicazioni economiche della non applicazione di questi princìpi fondamentali. E ciò nonostante gli incessanti contributi positivi della scienza e della tecnologia. Sembra davvero di trovarsi difronte ad una tela di Penelope: ciò che di giorno il progresso scientifico e tecnologico crea, di notte viene in larga parte distrutto dall’immobilità persistente nell’errore di credere che tali princìpi possano essere bellamente ignorati. Magari attraverso decisioni prese a maggioranza democratica, cioè diluendo la propria responsabilità individuale nella responsabilità di gruppo.

Ciò ha portato ad una evidente confusione tra quello che è “legittimo” (che risponde cioè all’osservanza dei già citati princìpi fondamentali) e quello che è “legale” (che è stato cioè deliberato a maggioranza, istituzionale o popolare che sia non ha alcuna importanza). Con la conseguenza di rendere sempre più difficile il discernimento di ciò che è “legale e legittimo insieme” da ciò che non lo è.

Sorge allora la domanda: quale democrazia potrebbe impedire il pericoloso “relativismo” che ne consegue? Per rispondere possono essere di aiuto due pensieri, che cito in ordine di precedenza temporale. Il primo di Papa Pio IX, il secondo formulato quasi cento anni dopo dall’atea Ayn Rand.

Scrive dunque Pio IX:
E poiché nei luoghi nei quali la religione è stata rimossa dalla società civile o nei quali la dottrina e l’autorità della rivelazione divina sono state ripudiate, anche lo stesso autentico concetto della giustizia e del diritto umano si copre di tenebre e si perde, ed in luogo della giustizia vera e del diritto legittimo si sostituisce la forza materiale, quindi si fa chiaro il perché alcuni, spregiando completamente e nulla valutando i princìpi certissimi della sana ragione, ardiscono proclamare che la volontà del popolo manifestata attraverso lopinione pubblica (come essi dicono) o in altro modo costituisce una sovrana legge, sciolta da qualunque diritto divino ed umano, e nellordine Politico i fatti consumati, per ciò stesso che sono consumati, hanno forza di diritto

La frase finale, virgolettata, è fondamentale per comprendere il pericolo mortale, annidato in una democrazia “senza paletti”, che tale rimane anche se, ad uso e consumo dei libertari laici, depuriamo il diritto dell’aggettivo “divino” e ci limitiamo a far riferimento al solo “diritto umano”.  In buona sostanza Pio IX afferma che la volontà dell’opinione pubblica (ad es. quella espressa con il voto) o quella espressa in altro modo (ad es. per via istituzionale attraverso i suoi rappresentanti) non può avere di per sé forza di diritto, senza eccezioni. C’è infatti un diritto superiore “divino” (quello sancito da Dio nel Decalogo) o “umano” (quello sancito nel principio libertario di non aggressione, che è la stessa cosa) al quale nessuna legge, per essere “legale e legittima insieme”, deve fare violenza. Ne deriva una visione della democrazia contraddistinta da una precisa delimitazione del suo campo di operatività, fuori dal quale sono allocati in sicurezza i “diritti giusnaturali” degli individui, che l’atea Ayn Rand chiama laicamente e semplicemente “diritti individuali”.

Scrive infatti la Rand:
Quando la costituzione di un paese pone i diritti individuali fuori dalla portata delle autorità pubbliche, la sfera del potere politico risulta fortemente delimitata e quindi per i cittadini diventa sicuro e giusto accettare di obbedire alle decisioni della maggioranza in questa sfera ben delimitata. La vita e i beni delle minoranze o dei dissidenti non sono in gioco, non sono assoggettate all’esito di un voto e non sono messe in pericolo dalla decisione della maggioranza

Se la democrazia ideale è dunque quella che non consente di mettere in pericolo la vita e i beni delle minoranze e dei dissidenti qual è il percorso migliore per attuarla partendo dalla condizione attuale, cioè quella in cui le moderne democrazie sono autorizzate a fare esattamente il contrario? La risposta non è facile e forse neppure unica. Sta di fatto che il modo preferito dalle democrazie per arraffare i frutti del lavoro dei “produttori della ricchezza”, in genere una minoranza rispetto “ai fruitori della ricchezza”, è quello di ricorrere alla fiscalità. Evito di dilungarmi sulla illegittimità della coercizione fiscale, pratica violenta, già abbondantemente discussa e ridiscussa dai libertari di tutto il mondo, e palesemente condannata anche nel Decalogo (non rubare, non desiderare cosa alcuna del tuo prossimo) e da Gesù stesso ogni volta che ha avuto occasione di citare i pubblicani. Né basta ad annacquare questa sua condanna esplicita della fiscalità la “volutamente” distorta interpretazione del “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” e della lettera di San Paolo ai Romani. Per chi volesse approfondire in merito rimando al mio libro: “Cristiani, manuale per fedeli allo sbando”
https://corteditoriale.com/cristiani-manuale-per-fedeli-allo-sbando.html

Impedire dunque che la democrazia possa consentire di legiferare in merito alla quota parte dei frutti del lavoro dei produttori della ricchezza destinati ad essere drenati dalle mani porose dello Stato significa operare una rivoluzione di portata “galileiana” per quanto concerne il modo nuovo di relazionarci con la realtà empirica della convivenza civile. Ma quali sono i passaggi per operare questa rivoluzione? Non sono uguali per ogni paese, perché alcuni hanno già percorso tappe significative per raggiungere questo traguardo, e potrebbero “osare di più”, altri, tra cui l’Italia, sono invece più indietro e il processo di sganciamento richiede il passaggio attraverso tappe intermedie che altri paesi hanno già percorso. È, in buona sostanza, la stessa condizione in cui si trova un drogato all’inizio di un trattamento di disintossicazione. Un’interruzione troppo brusca della dose quotidiana alla quale il suo corpo è abituato potrebbe avere ripercussioni indesiderate sul suo mantenimento in vita. Tutte le società democratiche sono drogate, anzi iperdrogate, di fiscalità. È impossibile disintossicarle di colpo. Ne andrebbe della sopravvivenza dell’intero corpo sociale.

Cosa bisogna dunque fare in Italia per avviare, in assoluta sicurezza, questo processo di disintossicazione? La prima cosa da fare è portare i proventi della fiscalità più vicini possibili ai cittadini che la alimentano senza stravolgere l’impianto istituzionale italiano. I primi a fruirne in misura maggiore dovrebbero essere i Comuni, in misura minore le Regioni e in misura ancora minore lo Stato centrale. L’esempio del modello fiscale svizzero, illustrato e ampiamente discusso a Interlibertarians 2020, potrebbe essere scimmiottato e adattato alla realtà italiana, forse anche migliorandolo. La sua adozione comporterebbe anche una nuova ripartizione di compiti tra le tre istituzioni suddette perseguibile attraverso le possibilità offerte dal Titolo V della Costituzione. So bene che chi accarezza l’idea scissionista di macroregioni italiane nega queste possibilità. Considero da sempre temeraria e inutile questa idea e pretestuosa l’affermazione che l’attuale Costituzione non consentirebbe di avviare per via legislativa una nuova ripartizione di compiti tra Comuni, Regioni e Stato centrale.

Dovremmo anche mettere in campo un diverso approccio mediatico per spiegare ai cittadini la portata di questa riforma fiscale. Finora i libertari hanno sempre abusato dello slogan “Le tasse sono un furto”. Non va bene. Bisogna cambiare strategia. Teniamolo per un momento per noi, lo sappiamo, le tasse sono un furto, ma accontentiamoci per ora di illustrare ai cittadini i vantaggi, per loro, del poter disporre nel proprio Comune e nella propria Regione, della maggior parte degli introiti fiscali. Avremo più consenso e potremo fare di questa idea una vera e propria “proposta politica” da giocarsela poi nel panorama politico italiano, meglio se accompagnata da un’altra importantissima riforma: quella dell’abolizione del sostituto d’imposta. Per il raggiungimento di questi due obiettivi è stato recentemente costituito il gruppo Facebook di quella che è stata chiamata CPLL Confederazione Politica Liberale Libertaria
https://www.facebook.com/groups/confederazionepoliticaliberalelibertaria

Una volta realizzate queste due riforme, che consentirebbero a poco a poco  di “educare” i cittadini alla responsabilità individuale attraverso il controllo ravvicinato di come i loro soldi vengono spesi, essi potrebbero essere pronti  per un nuovo balzo in avanti, quello per il quale la Svizzera, dove entrambi gli obiettivi sono già stati da tempo attuati, sarebbe pronta già da adesso: un nuovo modello di democrazia fondato sulla “piena sussidiarietà”, oggetto di un’iniziativa popolare che solo la vicenda COVID ha sinora impedito di far decollare: https://fullsubsidiarity.org/

Essa implica una riformulazione del concetto di legittimità democratica di una decisione di spesa: “una decisione di spesa è legittima solo se è deliberata democraticamente e finanziata volontariamente”. Questo nuovo modello di democrazia consentirebbe di mantenere tutti gli organi istituzionali presenti e persino la possibilità di deliberare leggi di spesa, ma la loro attuazione sarebbe subordinata al finanziamento volontario da parte dei cittadini. In questo modo sarebbe realizzato l’ideale di democrazia ipotizzato dalla Rand, quello nel quale … la vita e i beni delle minoranze o dei dissidenti non sono in gioco, non sono assoggettate all’esito di un voto e non sono messe in pericolo dalla decisione della maggioranza.

Poniamoci questa domanda: cosa succederebbe se un’opera di uso comune venisse votata a maggioranza democratica, ma poi non si raggiungesse il budget volontario necessario per realizzarla? Non sarebbe evidentemente realizzata. Perché vorrebbe dire che la maggioranza dei cittadini la vorrebbe avere, ma non vorrebbe pagarla. Una maggioranza democratica che si esprimesse per avere qualcosa senza volerla volontariamente pagare, dimostrerebbe di non aver perso il vizio di pretendere di fare le cose per sé con i soldi di altri. Questa è la grande differenza, anche “morale”, tra la democrazia odierna e quella che sarebbe auspicabile poter consegnare ai nostri figli.

Editoriali

by Autori Vari

Gli editorialisti di Lib+ sono persone libere e indipendenti che contribuiscono volontariamente con articoli e saggi.

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