In economia politica la prima nozione che si insegna è quella di scarsità, che porta con sé quella di costo opportunità: le risorse sono scarse e quindi non puoi ottenere tutto ciò che vuoi, l’alternativa (o le alternative) a cui si rinuncia nell’esperire un uso di una risorsa sono il costo opportunità. È un concetto assai semplice quanto importante, perché fa capire molto bene che “Non ci sono pasti gratis”: per ottenere una certa quantità di qualcosa devi rinunciare ad una certa quantità di qualcos’altro. Semplice quanto, purtroppo, spesso difficile da far capire alla gente. Perché dico questo? Perché la pandemia in corso ha messo alla luce un contrasto tra due scelte che ci riguardano molto da vicino: la salute e il benessere economico. Il costo opportunità della salute è il benessere economico mentre il costo opportunità del benessere economico è la salute. Un nuovo lockdown sarebbe assolutamente deleterio, tanto più per un’economia – quella italiana – che già da prima (e per molto tempo) mostrava tassi di crescita e posizioni nello Economic Freedom Index che sono degni di un Paese del Terzo Mondo. Ma non è (solo) questo il problema.

Il problema è che non si può richiedere a delle persone che hanno già fatto dei sacrifici giganteschi (in termini di libertà civili ed economiche) di sopportarne di ulteriori imponendo – come vagheggiato da qualche governatore regionale di cui preferisco non fare il nome – imponendo un nuovo lockdown. Significherebbe la morte del commercio, della produzione, degli scambi e della vita economica del paese; nonché di una ulteriore manifestazione di uno pseudoautoritarismo che, a colpi di DPCM, pretende di dividere la popolazione in “noi contro loro”, in “lupi” contro ” agnelli” e così facendo instillare nella popolazione il bisogno dell’uomo forte che, con la sua azione, intende soverchiare l’ordine e la prassi costituzionale che sono andati consolidandosi in 70 anni ed oltre di vita repubblicana. Dobbiamo preoccuparci? Decisamente sì, e il perché ce lo dice Aristotele, che già ai suoi tempi aveva intuito il potere delle idee e della diffusione delle stesse nell’ambito della socialità umana:

“Le Tirannidi, si conservano: reprimendo gli individui superiori, togliendo di mezzo gli spiriti indipendenti, non permettendo sissizi [i banchetti dell’antica Grecia, nota mia] né consorterie politiche, né educazione, né alcuna altra cosa del genere; bensì controllare tutto ciò da cui derivano di solito questi due sentimenti: la grandezza d’animo e la fiducia. Non lasciare  esistere circoli di cultura e altre riunioni a scopo di studio, e fare di tutto onde i sudditi restino il più possibile sconosciuti gli uni agli altri (perché è proprio il conoscersi che produce soprattutto reciproca fiducia): badare inoltre che quanti vivono in città stiano sempre in pubblico e s’intrattengano presso le porte di palazzo (perché così non potranno mai nascondere quel che fanno e si abitueranno a nutrire pensieri umili di sé, vivendo continuamente da schiavi). Altro espediente tirannico è rendere i sudditi poveri: così  occupati nelle faccende quotidiane, non hanno tempo per cospirare. Perché la tirannide tende a tre fini: a) uno, che i sudditi abbiano pensieri meschini (un pusillanime non si rivolterà contro nessuno); b) secondo, che siano in continua diffidenza l’uno dell’altro – la tirannide non si distrugge prima che si stabiliscono rapporti di reciproca fiducia tra loro; c) terzo che siano nell’impossibilità di agire (perché nessuno si accinge all’impossibile e quindi neppure a sovvertire la tirannide, quando ne manchi la possibilità e non si dispongano di mezzi)[…].

In effetti ogni espediente tirannico si può riportare a questi propositi.  A una cosa sola deve badare il tiranno, a conservare la forza, di guisa che possa governare sui suoi sudditi, non solo se voglio ma anche se non vogliono. Deve far vedere, in primo luogo, che si interessa del denaro pubblico, non sperperandolo, quando ad esempio essi prendono quattrini della gente che fatica e lavora senza tregua e li danno a profusione alle cortigiane, agli ospiti, agli artisti;  inoltre deve far vedere che riscuote le tasse e le liturgie in vista della pubblica amministrazione, insomma deve sempre presentarsi come custode e amministratore. E poiché gli stati sono costituiti da poveri e ricchi è estremamente necessario per entrambi comprendere che la loro esistenza è garantita dal governo e che opera sua gli uni non ricevono offese dagli altri. Lo scopo comunque è chiaro: bisogna che egli appaia ai sudditi non come un capo tirannico, ma un amministratore, non un usurpatore ma un tutore, che segua la moderazione nel modo di vivere e non gli eccessi”.

Sound familiar tutto ciò? Chiariamoci molto bene: come liberale e liberista non sono un fan della Costituzione attuale e dei valori socialdemocratici su cui si fonda: la sua avversione alla proprietà privata, alla libertà di impresa e al profitto (mascherata dal perseguimento di una non ben precisa “utilità sociale” indipendente da quella individuale) mi è culturalmente avversa. Ma, sempre per una questione di scelte, se dovessi scegliere tra un sistema socialdemocratico come questo dove (perlomeno in questo momento) posso esprimere – anche in toni aspri – critiche al governo in carica e un sistema in cui (pena la reclusione o l’emarginazione sociale) non posso fare tutto ciò – sistema in cui rischiamo di cadere se non costruiamo i necessari anticorpi culturali e politici – , io non ho dubbi da che parte stare.

Il virus è certamente un problema. Come ho detto più e più volte non sono un negazionista: credo che la scienza debba fare il suo lavoro, curando i malati più gravi, cercando un vaccino e lavorando sulla prevenzione. Oppure consentire, come nei paesi nordici, di sviluppare una immunità di gregge tale che il contagio sia meno diffuso. Non sono un virologo, ma un (aspirante) economista per cui in merito non mi pronuncerò oltre. Ma, in ogni caso, ho abbastanza competenze per dire innanzitutto che la scienza deve fare la scienza, non la politica. Usare le sue conoscenze ed i suoi traguardi a scopi politici (o, ed è la stessa cosa, per espandere le dimensioni dello Stato) è totalmente irresponsabile e – mi si permetta – in odore di autoritario; così come è allo stesso tempo sconsiderato trasformare i virologi e gli epidemiologi (cui vanno tutto il mio rispetto ed ammirazione) in manichini per i talk shows della mattina. Non sono quindi un virologo, ma sono un aspirante economista e quindi posso permettermi di dare, dal basso della mia esperienza, qualche valutazione in merito. Sì, perché il grande assente delle valutazioni circa l’opportunità o meno di un lockdown è l’enorme danno economico e sociale che i Giallorossi ed i rigoristi propugnano: se i lavoratori non producono non possono risparmiare la parte di quel reddito che avrebbero guadagnato dalla loro attività, ma se nessuno  risparmia allora nessuno investe e la strada verso il declino è imboccata. Per parafrasare il neokeynesiano Samuelson – che usò l’espressione in  riferimento alla legge dei vantaggi comparati di Ricardo – la legge di Say è una di quelle leggi di ferro “vere e non e ovvie”; il lockdown delle economie ce lo ha solo ricordato. Inoltre, bisogna fare un’ulteriore considerazione: è assolutamente ipocrita tenere tutto chiuso a causa della pericolosità del virus per la semplice ragione che – molto probabilmente – una fetta importante della popolazione è stata già infettata; molti, probabilmente, sono stati infettati e non lo sanno perché asintomatici o paucisintomatoci ed il loro sistema immunitario ha fatto il suo lavoro evitando loro l’esperienza in terapia intensiva. Ma queste sono considerazioni da lasciare ai virologi e agli statistici; gli economisti come il sottoscritto si limitano ad enunciare le leggi economiche ed il loro funzionamento e quello che ci dice la legge economica più importante – la legge degli sbocchi di Jean Baptiste Say – è che se vogliamo crescere dobbiamo produrre (e soprattutto risparmiare affinché gli imprenditori possano investire le risorse non consumate nei processi di produzione che assicurano una maggiore produttività); e – nell’epoca della pandemia – dobbiamo farlo in sicurezza e con il minor onere possibile per le imprese. Forse l’economia e la capacità di generare ricchezza (che si ripercuote sul tenore di vita e la condizione psicologica di molte persone) valgono di meno delle “misure adeguate e necessarie” prese in una supposta (e mai effettivamente realizzata) trasparenza? Francamente, penso di no; lascio al lettore la sua personale conclusione da trarre.

In conclusione, c’è un trade off? Sicuramente. Ma, tra il rischio (non si sa poi di quale entità, visto che il virus di adesso non è lo stesso di marzo) di prendere il COVID e il morire di fame per averlo cercato di evitare, non ho dubbi – signori miei – che si soffre molto di più rinunciando alla salute che rinunciando al benessere di lungo periodo e – soprattutto – alle nostre libertà faticosamente sudate. Come sempre, una questione di scelte.

The Italian Conservative

by Giordano Felici

Questa rubrica raccoglie articoli di Giordano Felici pubblicati sul suo blog conservatore The Italian Conservative.

Giordano Felici

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